Sarà proiettato nelle sale cinematografiche soltanto nelle date di martedì 9 e di mercoledì 10 aprile 2024 il docufilm Hopper. Una storia d’amore americana, nuovo appuntamento primaverile del ciclo La Grande Arte al Cinema (come sempre, l’elenco delle sale è consultabile sul sito di Nexo Digital). È diretto da Phil Grabsky che l’ha dedicato a suo padre, Louis Michael Grabsky che “dipingeva con le parole”.
Due sono i protagonisti: Edward Hopper (1882-1967) e la moglie Josephine Nivison (1883-1968). Anzi, è la figura di quest’ultima a emergere nel documentario, rendendo evidente la volontà degli autori di riconoscerle il ruolo centrale nella carriera del pittore. Era lei stessa pittrice e sacrificò la propria arte per gestire la produzione di lui. Cancelli ferroviari del 1928 è il titolo di una coppia di quadri dipinti, fianco a fianco, da lui e da lei. Notiamo non solo due palette, ma due atmosfere totalmente diverse! Quella di Josephine (Jo) fu una rinuncia tutt’altro che indolore e più di una volta lei sentì forte il desiderio di riprendere in mano i pennelli.

Ma andiamo per ordine: il film ripercorre la vita in famiglia e la formazione di Hopper, soffermandosi sul carattere introverso che appare evidente dallo sguardo basso tenuto durante le interviste televisive. Essere alto quasi due metri lo rese vittima di bullismo a scuola e deve aver avuto il suo peso nello sviluppo della personalità. A Parigi, nel 1906, si comportò da bravo ragazzo andando a vivere nel settimo arrondissement da due signore che gli aveva trovato la madre, mentre gli artisti contemporanei – da Picasso a Modigliani – folleggiavano sulla collina di Montmartre.
Per vivere si dedicò all’illustrazione, lavoro che non amava (tutt’altro che disprezzabili i risultati di quegli sforzi, come mostra l’acquerello del don Chisciotte, datato al 1906-1907). Fu appunto Josephine a tirarlo fuori da quella situazione che stava molto stretta a Edward, consentendogli di vendere il primo quadro dopo dieci anni di magra. Da allora non si sarebbe più fermato.
Ecco, quel rapporto di luci e ombre – come qualsiasi legame coniugale – è la chiave di lettura, il fil rouge che corre lungo tutto il documentario.
“Che ne è del mio mondo? È evaporato. Mi aggiro in quello di Eddy. Lui lo terrebbe strettamente privato, se potesse…” scriveva la moglie in uno dei diari – sono una ventina – oggi conservati nella collezione del Provincetown Art Association and Museum di Provincetown in Massachusetts. Molte pagine contengono gli sfoghi di Jo. Ma anche racconti di vita quotidiana. A letto, prima di dormire, lui leggeva per lei. La curatrice del Museo, Christine McCarthy, dice a un certo punto: “Purtroppo le leggeva Guerra e pace, ma era un momento di grande tenerezza” e noi, amanti dei classici russi, sobbalziamo a quel “purtroppo”.
C’è in verità un terzo protagonista del film ed è ovviamente l’arte di Edward Hopper, le sue opere più celebri e quelle meno note al grande pubblico. Tra le prime citiamo almeno Soir bleu (1914), Chop Suey (1929), Distributore di benzina (1940), Sole di mattina (1952, che ha ispirato lo spettacolo Frame di Alessandro Serra) e la tela più famosa di tutte I nottambuli (Nighthawks), dipinta nel 1942 e oggi vanto dell’Art Institute of Chicago. Jo, che teneva nota su un registro di tutte le opere realizzate dal marito, la descrive minuziosamente in una sorta di ekphrasis.
Tra le seconde io devo inserire Risacca del 1939 che mi ha fatto pensare all’influsso di Hopper su molti artisti delle generazioni successive, come per esempio Jack Vettriano, ma anche il nostro Lorenzo Mattotti.

Quale società americana Hopper rappresentasse nelle sue opere è discusso dagli esperti che prendono la parola durante il documentario. Si soffermano sulle scene dei suoi quadri, sulle architetture fatte di edifici ricchi di abbaini, di porte senza maniglie, di ampie vetrate che svelano ma forse anche nascondono e che creano quelle atmosfere “alla Hopper” di inquietudine, solitudine e sospensione. “Tutte le sue storie sono degli enigmi”, sentiamo dire e Carmenita Higginbotham nota che la New York di Hopper è così silenziosa da risultare inquietante.
Se è vero che Hopper non colse il fermento sociale e culturale degli anni Sessanta a Washington Square, uno dei fulcri della nuova America, ha lasciato il segno nel cinema, dopo esserne stato a sua volta influenzato: fu lui prima a ispirarsi a Hitchcock e poi questi a ispirarsi a Hopper…
Andare al cinema a vedere Hopper. Una storia d’amore americana è quindi anche un po’ un ritorno a casa.
Saul Stucchi
Didascalie:
- Edward Hopper
I nottambuli (Nighthawks), 1942
The Art Institute of Chicago - Edward Hopper
Risacca, 1939
National Gallery of Art, Washington D.C.