I grandi romantici tedeschi, Novalis, E.T.A. Hoffmann, Wackenroder vagheggiavano una Stimmung dell’universo, il tono perfetto che la musica migliore degli umani avrebbe dovuto intercettare e in qualche modo riprodurre. Intuivano la risonanza infinita di un sound cosmico, la stessa forse che riecheggia nei frammenti di alcuni musicisti odierni – vengono in mente alcuni lavori di William Basinski –, suoni che vengono mandati in loop per farne udire variazioni infinitesimali, microtoni, echi dispersi.
Se l’universo risuona insomma, in pianeti come il nostro alberga una materia sonora incredibilmente vasta e multiforme. Anche qui, i musicisti legati all’ambito del field recording lo sanno benissimo: da oltre mezzo secolo danno la caccia ai suoni più evanescenti del mondo naturale, (così come ai rumori del mondo industriale), registrando dal vivo suoni di ogni genere: si tratti di musica concreta, soundscapes o delle necessità della produzione cinematografica, gli esempi sono molteplici.
E poi c’è chi lavora al suono di animali, piante, ambienti in un orizzonte scientifico, spesso ricco di ricadute concettuali e persino etiche. È il caso del biologo David George Haskell di cui Einaudi ha da poco mandato in libreria Suoni fragili e selvaggi (sottotitolo Meraviglie acustiche, evoluzione creativa e crisi sensoriale).

Dopo un singolare libro sull’ambiente sonoro delle piante (Il canto degli alberi), Haskell questa volta si è concentrato per lo più sul paesaggio animale. La fauna che intona canti, prosodie, richiami viene messa in connessione con i processi evolutivi e il rapporto complessivo con ecosistemi diversi, privi o saturi di esperienza umana.
Ne emerge la nostra difficoltà non solo di prenderne contezza (e perché no, godimento) ma di verificarne i risvolti nella concretezza quotidiana, risvolti preoccupanti se messi in relazione ai guasti dell’antropocene e al destino rischioso del pianeta. Che fino a un certo punto, scrive Haskell, sembra essere stato muto. “Per oltre nove decimi della sua storia alla Terra è mancato qualsiasi suono di tipo comunicativo”. Suonavano le rocce, i mari, gli uragani, ma, sorprendentemente, è trascorso molto tempo prima che gli animali aggiungessero al campo visivo e a quello tattile altri modi e mezzi per entrare in contatto fra loro e con l’ambiente circostante.
Il parere di Hassell è che probabilmente all’inizio della storia animale la possibilità di emettere suoni era avvertita più come un pericolo che come un vantaggio, specie per gli animali lenti o sedentari. Il percorso a ritroso delle ricerche ci conduce sino al primigenio mormorio delle cellule, mera “energia solare rifratta in un suono”, non alla portata delle nostre capacità uditive evidentemente, e nemmeno della nostra immaginazione, anche se ora non sfuggirebbe a sofisticati microfoni da laboratorio in grado di rilevare per esempio il suono di colonie di Bacillus subtilis.
Il passaggio decisivo, combustione solare a parte, avviene tuttavia solo con una novità strutturale: la comparsa delle ciglia sulle membrane cellulari, un’inezia che mette in moto un immenso linguaggio sonoro di richiami, segnali e persino vere e proprie forme espressive fra gli animali. “Tutte le linee genealogiche che discendono dai primi eucarioti possiedono ciglia”, scrive Haskell, compreso, va da sé, il nostro orecchio interno.
Successivamente, “la più antica testimonianza fisica diretta di comunicazione acustica” ce la consegna la “cresta sull’ala di un grillo primordiale”, fossile che attraverso il potere delle ali ci racconta probabilmente della scoperta di una nuova, più efficace via di fuga. Di lì, una sorta di rivoluzione comunicativa investirà il mondo vivente, di terra e di mare. Il secondo specialmente, e non è questione che riguardi semplicemente le origini: lo si era visto nell’ultimo libro di Carl Safina, Animali non umani (Adelphi): gli oceani sono tutt’altro che silenziosi, la musica dei cetacei per esempio scandisce momenti e modelli di un’organizzazione sociale strutturatissima intorno a una costellazione di processi che vanno ben oltre i geni, ma si configurano persino come precipitati culturali, tramandati e in evoluzione, proprio come negli umani.
I capodogli comunicano con sequenze di versi, che gli scienziati chiamano “click”, e sequenze ritmiche definite “coda”: suoni che non servono solo a determinare chi e cosa possono trovarsi intorno (vista l’oscurità degli abissi in cui si muovono) ma trasmettono certi saperi, riconoscono amici e nemici, organizzano le proprie vite in famiglie e clan che escludono altri esemplari. “Fanno cultura”, diremmo, dentro un’immensa distesa che è parsa muta agli umani forse per un’immaginazione poco addestrata.
Le sonorità di specie e ambienti diversi, foreste, mari, città passate in rassegna da Haskell determinano o rinviano a precisi passaggi evolutivi. I mutamenti delle fenomenologie acustiche di pesci, gamberi, raganelle (o di grilli o cavallette, delle quali noi discutiamo l’opportunità di nutrirci mentre rischiano l’estinzione) mostrano come spesso esse non abbiano (avuto) a che fare soltanto con funzioni comunicative. Contro la vulgata poco filologica ma maggioritaria che in seno all’evoluzionismo ha insistito per oltre un secolo su un principio utilitaristico, Haskell percorre la linea tracciata da Ronald Fisher sul valore della bellezza in sé – ossia della percezione e dell’importanza data da molte specie a una dimensione estetica non necessariamente produttiva.
Attraverso Fisher e, recentemente, Richard Prum (ne scrivemmo qui, un paio di anni fa: L’evoluzione della bellezza, da Adelphi, N.d.R.) Haskell rilegge più correttamente Darwin. E, quanto alla sessualità, studiando le performance canore di varie specie, nota che spesso fra di loro appaiono individui non-binari, al punto, ricorda, che la frequenza di tipi intersessuali fra i vertebrati varia dall’1 al 50 per cento, soprattutto nelle zone tropicali.
Ora, e qui veniamo a un discorso più generale ma gravido di domande e conseguenze, ora che il pianeta non è mai stato così rumoroso, ci troviamo invece di fronte al paradosso di una “crisi sensoriale”: una crisi percettiva prima che ambientale. “Ci estraniamo dalla bellezza – scrive Haskell –, distruggendo le indispensabili fondamenta sensoriali dell’etica umana”.
Con il processo distruttivo delle basi ecologiche del pianeta così come lo abbiamo conosciuto solo fino a una trentina di anni fa, perdiamo una ricchezza che è lettera e metafora insieme della nostra vita sul pianeta. “La splendida diversità fonica di una foresta pluviale non è solo il prodotto d milioni di anni di evoluzione biologica: è anche la manifestazione acustica dell’impegno profuso da custodi tradizionali della terra (…) La futura vitalità di questi paesaggi sonori dipende dalla nostra capacità di ripristinare i diritti dei popoli delle foreste”.
Il suono, scrive il nostro biologo, è generativo, “non solo il risultato della creazione ma atto stesso della creazione”. Per concludere, “Siamo fatti di atomi nati da onde acustiche primordiali” – scusate se è poco.
Michele Lupo
David George Haskell
Suoni fragili e selvaggi
Meraviglie acustiche, evoluzione creativa e crisi sensoriale
Traduzione di Antonio Casto
Einaudi
Collana Saggi
2023, 456 pagine
34 €