E torniamo nella terra dove splende sempre il sole, là dove il dolce sì risuona, con Francesca Archibugi e “Il grande cocomero” (1993).
Spieghiamo subito il titolo. A quanti conoscono i Peanuts (Charlie Brown e compagnia) non ho nulla da dire. Chiarisco, invece, per quelli che non hanno mai letto Charles M. Schulz: uno dei personaggi principali (il geniale Linus) è solito passare la notte del 31 ottobre nel campo dei cocomeri ad aspettare il grande cocomero. [In realtà, si tratta di un’invenzione del traduttore delle strisce, perché Linus si trova in un campo di zucche e aspetta la grande zucca]. Comunque l’arrivo del grande cocomero è una metafora: rappresenta la speranza in un cambiamento (positivo).
“…sei una cosa che io cercavo da tanto tempo. La cercavo già alla tua età. Andavo a sedermi come uno scemo negli orti di cocomeri…”

La citazione ci introduce alla sinossi del film. I due protagonisti sono un medico neuropsichiatra (dei minori) e una sua giovane paziente epilettica. Arturo (il medico) utilizza strategie e percorsi terapeutici fuori dagli schemi per gli anni in cui viene girata la pellicola. Preferisce porsi in una posizione di ascolto nei confronti dei suoi ricoverati e cercare le cause affettive che hanno portato, spesse volte, alla malattia. Come nel caso di Pippi, dodicenne figlia di una famiglia della media borghesia romana. Dopo un percorso faticoso e tortuoso, Arturo arriva alla conclusione che Pippi non è affetta da epilessia, ma solo da mancanza di affetto da parte dei suoi genitori.
Al centro la famiglia
Tra il materiale che ho analizzato per scrivere queste note, mi ha colpito soprattutto l’attenzione che psicologi e psicoterapeuti hanno a questo film. Al di là della vicenda narrata, è della famiglia che si parla. È vero che la famiglia rappresenta un rifugio sicuro per quanto riguarda gli aspetti più concreti del vivere quotidiano, ma lo è molto meno per quelle componenti dell’esistenza psico-affettiva dei minori.
Non voglio dire che questa istituzione sia sempre all’origine del disagio psicologico, ma, come “Il grande cocomero” suggerisce, dovrebbe essere sempre pronta a mettersi un discussione di fronte all’emergere del disagio di uno dei suoi componenti.
La figura di Arturo è liberamente ispirata a quella di Marco Lombardo Radice, che proprio in quegli anni creava scompiglio nel tranquillo mondo della neuro psichiatria infantile [di Marco Lombardo Radice continuo a parlare in nota].
Tutti i critici sono comunque concordi nel ritenere questa pellicola molto sincera, onesta e ricca di personaggi, persone vive, nel bene e nel male. Francesca Archibugi sceglie per raccontare la storia uno stile minimalista. Etimologicamente, per minimalismo, si intende la tendenza a concentrare gli spazi su obiettivi molto piccoli e realistici.
Veloce excursus nella letteratura. Gli anni Ottanta avevano visto crescere negli Stati Uniti una generazione di scrittori che utilizzavano uno stile conciso, vicino al linguaggio parlato, per raccontare la realtà quotidiana (Raymond Carver su tutti). Da lì, la tendenza si è poi espansa in quasi tutto il mondo.
Nel cinema e in Italia, il minimalismo è un genere della commedia all’italiana, sorto nel decennio degli anni Ottanta, in pieno riflusso. Dopo i movimentati e creativi anni settanta, si assiste a un periodo di torpore sociale e politico, favorito anche dal boom delle televisioni private che stanno sostituendo nell’immaginario collettivo quello che aveva rappresentato il grande schermo.
Tornando infine alla Archibugi (classe 1960), questa è la sua terza prova come regista, la migliore fra quelle che ha diretto prima e dopo. “Il grande cocomero” ha fatto incetta di premi in Italia: tre David di Donatello e altrettanti Nastri d’argento.
Note e curiosità
Nel giugno 2018 è stato presentato il progetto di una serie tv, che, a partire dal film della Archibugi, racconterà di alcuni bambini in terapia (produzione Wildside di Lorenzo Mieli). L’annuncio è stato dato dalla stessa regista.
Sempre nell’ambito psico sanitario è interessante sapere che a Roma, nel quartiere di S. Lorenzo, in via dei Sabelli 88/a, (dietro un vecchio portone, sul quale campeggia una grossa zucca contornata da bambini), è attiva da più di 25 anni, una “associazione per la ricerca e la cura nel campo della psichiatria dell’età evolutiva”. Lo spazio fu individuato in occasione delle riprese del film della Archibugi e tutto il progetto prende origine dall’esperienza di Marco Lombardo Radice.
Marco Lombardo Radice, figlio del famoso matematico Lucio Lombardo Radice, nasce nel 1949 e muore per infarto a soli quarant’anni. Prima di rivoluzionare il mondo della neuropsichiatria, ha conosciuto un clamoroso successo editoriale, nel 1976, con il libro “Porci con le ali”. Scritto insieme con Lidia Ravera (con gli pseudonimi di Rocco e Antonia), racconta di due sedicenni negli anni successivi al ’68. Si parla di amore, sesso e politica con un linguaggio per i tempi piuttosto esplicito. Il libro (edito da Savelli) fu anche sequestrato dalla procura di Roma per un breve periodo ed è arrivato a vendere circa due milioni e mezzo di copie fino a oggi.
L S D
PS: il film sarà proiettato all’Anteo Palazzo del Cinema di Milano mercoledì 8 maggio alle ore 15:00 per festeggiare i primi 40 anni del Cinema.
Nell’immagine (presa da Wikipedia) un fotogramma del film
Il grande cocomero
Regia: Francesca Archibugi
Interpreti: Sergio Castellitto, Alessia Fugardi, Anna Galiena, Armando De Razza, Silvio Vannucci