Fino al 20 febbraio il Teatro Fontana di Milano ha in cartellone “La grande abbuffata”, spettacolo che Francesco Maria Asselta e Michele Sinisi hanno rielaborato per il palcoscenico dall’omonimo film di Marco Ferreri. Andrà poi in tournée con tappe al Teatro della Tosse di Genova (dal 25 al 27 febbraio) e al Teatro Basilica di Roma (dal 2 al 6 marzo). Ne firma la regia lo stesso Sinisi, mentre la scenografia è opera di Federico Biancalani e il disegno delle luci di Ivan Dimitri Pilogallo.
Non avendo mai visto il film di Ferreri, premiato da una grande successo di pubblico che aveva ribaltato i fischi della critica al Festival di Cannes, ho deciso di colmare questa lacuna prima di scrivere le righe che state leggendo. Dal confronto diretto ho tratto alcune considerazioni. In estrema sintesi: lo spettacolo di Asselta e Sinisi è insieme un adattamento, un omaggio, un aggiornamento (o revisione) del film di Ferreri.

Impossibile non notare le differenze, al di là del cambio dei nomi dei protagonisti: qui come là gli attori che li interpretano mantengono i propri. Lo chef Ugo Tognazzi e il pilota di linea Marcello Mastroianni, il magistrato Philippe Noiret e il regista televisivo Michel Piccoli cedono il posto rispettivamente a Gianni D’Addario e Donato Paternoster, Stefano Braschi e Ninni Bruschetta.
Affinità e divergenze
La Bugatti si trasforma in una Vespa, il tiglio che faceva ombra al poeta Boileau è ridotto a una pianticella d’appartamento, l’imitazione (riuscitissima!) di Marlon Brando da parte di Tognazzi diventa uno sketch su Gino Paoli (altrettanto divertente). Una scena del film passa a un certo punto sullo schermo in scena, quasi come se questo fosse uno specchio.
Ma non è il caso di ridurre tutto a una ricerca di somiglianze e differenze tra film e spettacolo teatrale. Più interessante, almeno per me, è riflettere su come in questi cinquant’anni sia cambiata la società. Quello che scandalizzò allora, oggi lo vediamo (lo consumiamo, per essere in tema) quotidianamente senza che nemmeno desti in noi un minimo di reazione: né brivido, né riprovazione. Sembra tutto già masticato e digerito, nulla pare avere gusto. L’eccesso di spezie e condimenti ha reso insensibili le papille gustative.

Si mangia poco in scena, giusto una forchettata di spaghetti a testa. Se la “grande abbuffata” del film fa venire – insieme e alternativamente – fame e disgusto, la sobrietà enogastronomica in scena lascia spazio alla bulimia del chiacchiericcio, della notizia che scivola su quella successiva senza che nessuna buchi il muro di gomma che ormai riveste il nostro cervello. In compenso c’è molto più movimento… Si dilata infatti la parte delle “professioniste”, i cui panni – succinti (quando ce li hanno) sono vestiti da Sara Drago, Marisa Grimaldo e Stefania Medri, mentre a Francesca Gabucci è affidato il ruolo della maestra Andréa (in una versione decisamente più pin-up). Tutte brave e belle e scatenate.
Libertà e suicidio
Potrei infilarmi (beh, non è forse il verbo più adatto) in una disquisizione sulla sparizione del “cespuglietto”, ma preferisco alzare l’asticella (vabbè…) soffermandomi sul cortocircuito tra attesa e desiderio.
Scrive Sinisi nelle note di regia:
Il sapere dell’essere umano mi interessa per il modo con cui coinvolge il corpo nel momento della sua stessa trasmissione, nell’atto della condivisione di ciò che si è imparato e s’è capito. C’è un punto in cui il corpo e la mente vivono insieme la consapevolezza di ogni istante che passa. Forse lì si nasconde il naturale senso del tutto, che da quando abbiamo cominciato a ragionare ci fa dire Dio, fortuna, destino, speranza, paura e felicità e altre parole simili”.
Queste sue parole mi fanno pensare a una pagina de “I fratelli Karamazov” di Dostoevskij che ho letto qualche giorno fa, nella mia rilettura del romanzo al ritmo di dieci pagine al giorno (nella nuova traduzione di Claudia Zonghetti per Einaudi). È un sermone dello “starets” Zosima:
Quel mondo ha proclamato la libertà, e soprattutto negli ultimi tempi, ma cosa c’è in questa loro libertà? Solo schiavitù e suicidio! Perché dice il mondo: «Hai dei bisogni? Soddisfali, ne hai lo stesso diritto di chi è ricco e importante. Non avere timore di soddisfarli e, anzi, moltiplicali addirittura». Questo insegna oggi il mondo. In questo vede la libertà. E a cosa porta un tale diritto a moltiplicare i bisogni? Porta i ricchi alla solitudine e al suicidio dello spirito, e i poveri a invidiare e uccidere, perché il diritto di soddisfare i bisogni l’hanno avuto, ma i mezzi per farlo ancora no”.
Ecco: libertà di suicidarsi, di cibo o di notifiche. Alla fine rimane intatto il dubbio amletico, così ben espresso da Ninni Bruschetta.
PS: da giovedì 24 a domenica 27 febbraio andrà in scena “Livore. Mozart e Salieri”, uno spettacolo di VicoQuartoMazzini, per la regia di Michele Altamura e Gabriele Paolocà che lo interpretano con Francesco d’Amore, autore della drammaturgia.
Saul Stucchi
Foto di Luca Del Pia
La grande abbuffata
dall’omonimo film di Marco FerreriDrammaturgia Francesco Maria Asselta e Michele Sinisi
regia Michele Sinisi
Interpreti Stefano Braschi, Ninni Bruschetta, Gianni D’Addario, Sara Drago, Marisa Grimaldo, Stefania Medri, Donato Paternoster, Francesca Gabucci
Scenografia Federico Biancalani
Disegno luci Ivan Dimitri Pilogallo
Sarta di scena Elisa Zammarchi
Aiuto Regia Nicolò Valandro
Informazioni sullo spettacolo
Dove
Teatro FontanaVia G.A. Boltraffio 21, Milano
Quando
Dal 10 al 20 febbraio 2022Orari e prezzi
Orari: da mercoledì a sabato 20.30domenica 16.00
Riposo lunedì 14 e martedì 15 febbraio
Durata: 70 minuti senza intervallo
Biglietti: intero 21 €; ridotti 10/15/17 €
Prevendita e prenotazione 1 €