Henry Preston Standish cade in pieno Oceano Pacifico dal piroscafo Arabella sul quale si gode gli ultimi giorni di una non ordinaria vacanza e lì inizia non una storia di avventure fra squali o piranha ma una bizzarra meditazione sul cosa e il come di una vita, la propria, segnata da un improvvido, malefico senso della buona educazione. Perché va bene un certo grado di pudore e amor proprio per l’imbarazzo di farsi salvare dalla nave da cui si è stupidamente scivolati, ma impedirsi di gridare “Aiuto!” e al massimo, quando sembra persino troppo tardi, agitare le braccia esalando “Uomo in mare! Uomo in mare!” parrebbe eccessivo a chiunque. Riprova del fatto che il ridicolo e l’ossessione del decoro vanno facilmente a braccetto.
Ma una sorta di ordine interiore (una vocazione, un’ambizione e forse un destino) presiede alla vita psichica di Standish; lui è così, ha vissuto una vita così, fermo nelle sue convinzioni di gentiluomo, terrorizzato dal bisogno di evitare il caso, l’accidente fortuito e imbarazzante, e volentieri invece piegato a un imperativo morale, quello di salvare a tutti i costi il decoro, fino a quando, un giorno tutto gli è apparso senza significato e si è chiuso in camera, sdraiato sul letto coniugale senza più voglia di alzarsi.
Quella che noi oggi chiameremmo forse depressione di colpo ha trasformato la sua vita borghese di marito e padre di famiglia, il suo lavoro come agente di borsa, in un’esistenza opprimente. Al punto che la moglie, assai comprensiva in verità, quando lui le confessa che avrebbe bisogno di una vacanza, di starsene per conto suo, lontano, lo lascia andare.

È così che Standish si trasforma in un Gentiluomo in mare, assai uguale a se stesso ma senza i malanni destinati a sparire con la stessa velocità con cui erano arrivati. Ci racconta la sua storia Herbert Clyde Lewis, un carneade per tutti noi ma non per colpa sua, scrittore americano (1909) di origini russe, dalla vita complicata – di rara sfortuna – finita peggio.
Uno dei pochi libri che riuscì a pubblicare mentre per lo più si barcamenava fra sceneggiature e Hollywood è questo racconto che dobbiamo all’editore Adelphi e alla traduzione dell’ottimo Marco Rossari. Che fa un raffronto fra la vita di Lewis e quella di Standish, il primo sempre alla ricerca di un suo posto nel mondo senza mai trovarlo, tenacemente attaccato alla scrittura ma costantemente senza successo, malvisto per le opinioni politiche che gli costeranno forse anche il momento di gloria per un possibile Oscar di un film tratto da un suo libro, mai pacificato nell’America borghese che pure al suo personaggio era andata benissimo e della quale rappresentava anzi un anonimo ma corretto esemplare – almeno in apparenza, evidentemente, visto lo strappo improvviso, nel bel mezzo del cammin, a trentacinque anni.
Così parrebbe non casuale che una volta conclusa la lunga vacanza, più o meno appagato, pronto ad avvertire la moglie del ritorno, s’imbatta nel piroscafo Arabella e se ne innamori abbastanza per prolungare ulteriormente la sua vacanza. Ancora alla ricerca di – è il caso di dire – mari tranquilli. Difatti, non solo non ci sono squali nell’immensa distesa che attraversa per quasi due settimane, ma la rotta fra Honolulu e Panama è di una regolarità, di una monotonia graditissime – non quella della vita standard fatta di incombenze professionali e famigliari, ma una versione nuova, del tutto priva di ansie, ridotta quasi alla mera esistenza minerale della natura, mare, cielo, gesti senza scopo se non quello di sentirsi vivi – e soprattutto in pace.
Su quella nave solitaria Standish “uomo robusto” ancorché “goffo e allampanato”, educatissimo, comprende “quanto fossero insignificanti e irrilevanti tutte le seccature della vita”, a suo modo amabile anche quando alzatosi la mattina del fattaccio prima dell’alba, come sempre, scivola sui resti unti della cena precedente, e una volta in acqua, schivato il pericolo dell’elica, lo vediamo agitarsi e sbracciare con sufficiente forza e agilità per restare a galla.
La cosa sorprendente – e sostenibile in virtù della sagacia stilistica ricca di humour di Lewis– è che nella potenziale tragedia, preda di un richiamo interiore ossessivo a una certa idea di comportamento il nostro uomo non solo mantenga la calma, ma riesca a meditare sul più e sul meno, e prima di farsi salvare si preoccupi di svestirsi sì – aduso a indossare immancabili “abiti classici” anche sul piroscafo – ma di farlo, in pieno Oceano, ancora “in modo metodico”.
Solo moderatamente preoccupato, maestro nel fare il morto a galla, da buon americano fiducioso assiste al sorgere del sole, s’infila i calzini sulla testa una volta realizzato che l’unico pericolo è un’insolazione – ci mette un po’ insomma per accorgersi che la nave è ormai fuori portata. Pian piano, la fiducia lascia spazio al timore di non farcela. Quel poco che vede del piroscafo sempre più lontano lo impressiona: “Le terga dell’Arabella, indecorosamente enormi e nude” gli rimbalzano alla vista come un affronto, gli portano alla mente “il posteriore di un babbuino”.
Con l’andare delle pagine le invenzioni del narratore esacerbano la soave, elegantissima perfidia che permea tutto il libro: Lewis cambia scena, le alterna, al teatro astratto della mente di Standish (ricordi, congetture, paure) fa da contraltare quello “reale” dell’Arabella, dei pochi individui presenti in un cargo che, personale a parte, ospita solo nove passeggeri, i quali ci mettono a loro volta parecchio per accorgersi della sua assenza. Il resto della storia lo lasciamo ai lettori, con una promessa: Gentiluomo in mare è una magnifica sorpresa – e non solo per lo struggente finale.
Michele Lupo
Herbert Clyde Lewis
Gentiluomo in mare
A cura di Marco Rossari
Adelphi
Collana Piccola Biblioteca Adelphi
2023, 152 pagine
13 €