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Voi siete qui: Teatro & Cinema » Omaggio a Gene Wilder: recensione di “Frankenstein Junior”

19 Settembre 2016

Omaggio a Gene Wilder: recensione di “Frankenstein Junior”

“IT…COULD…WORK…” (“Si…Può…Fare…”).
Come dicono i giornalisti “veri”, siamo sul pezzo. Tutti sapete che il 29 agosto è morto Gene Wilder. I vari mezzi di comunicazione si sono sbizzarriti a tessere le sue doti attoriali, ma Gene ha dato il suo contributo anche nella preparazione dei film. Ha firmato diverse regie, e nel caso di “Frankenstein Junior” (“Young Frankenstein” è il titolo originale in inglese), il soggetto nasce da lui, anche se poi la sceneggiatura è stata portata a termine insieme con Mel Brooks.

Copertina del DVD del film "Frankenstein Junior" di Mel BrooksA questo proposito è interessante notare come l’amicizia fra i due sia di lunga data. Una volta terminato l’Actor’s Studio, Wilder mette in scena, nel 1963, “Madre Coraggio” di Brecht, e in questa occasione, la sua collega, Anne Bancroft gli presenta il fidanzato (poi futuro marito) Mel Brooks.

Per chiudere con Gene Wilder, diciamo anche che il suo vero nome era Jerome Silberman, che era nato nel 1933, e che la sua morte è avvenuta in seguito alle complicazioni dovute all’Alzheimer, malattia di cui soffriva da diverso tempo.

Stile Anni Trenta

Del film in questione, non c’è molto da dire: partendo da una forte sceneggiatura e avvalendosi di un’impeccabile regia, è diventato – nel giro di poco tempo – un classico.

Il punto di partenza è, naturalmente, il romanzo di Mary Shelley, ma la parodia si ispira alle varie pellicole girate in passato sulla creatura mostruosa, e in particolare al “Frankenstein” di James Whale del 1931.

Per connotare meglio questa derivazione, il film è interamente girato in bianco e nero, adotta una fotografia e uno stile Anni Trenta, e gioca anche sulle transizioni tra una scena e l’altra, proprio per riprendere anche esteticamente i toni dell’opera di Whale. Il risultato finale è stato raggiunto utilizzando perfino gli attrezzi di scena del film originale, ricollocati nelle stesse posizioni e negli identici studi di ripresa.

Al di fuori dei paesi anglofoni, il film ha avuto un successo clamoroso solo in Italia (dove ad oggi risulta il DVD più venduto di sempre con oltre 500.000 copie) Questo perché è stato oggetto di un lavoro di traduzione notevole (soprattutto a opera di Roberto De Leonardis e di Mario Maldesi) e grazie a un adattamento sapiente, che ha reso credibili e divertenti giochi di parole e assonanze difficilmente traducibili, in alcuni casi addirittura inventando le battute ex novo.

Curiosità

racconta Gene Wilder che, quando si era già in una fase avanzata della lavorazione, gli avesse telefonato Gene Hackman (suo vecchio amico) e gli avesse chiesto se ci fosse la possibilità di avere una piccola parte. Così è accaduto che Hackman (assolutamente irriconoscibile) recitasse nelle vesti di un vecchio religioso cieco che accoglie momentaneamente il mostro, in un breve sketch, che risulta anche essere uno dei momenti più divertenti dell’intero film.

Il cervello che Igor viene incaricato di rubare dovrebbe essere quello di un tale “Hans Delbrück, scienziato e santo”. Nella vita reale, è esistito un vero Hans Delbrück, politico e storico militare vissuto nel diciannovesimo secolo, il cui figlio, Max Delbrück, fu un biochimico premio Nobel nel ventesimo secolo.

Note: Il 28 giugno di quest’anno, Mel Brooks ha compiuto 90 anni.
L’altro grande protagonista del film, Marty Feldman (Igor) è invece deceduto nel 1982 a Città del Messico durante le ultime riprese del film “Barbagialla, il terrore dei sette mari e mezzo” (Yellowbeard) per un attacco di cuore a seguito di un’intossicazione alimentare. Solo pochi giorni prima, aveva detto: “Sono troppo vecchio per morire giovane e troppo giovane per crescere”. Ora riposa a Forest Lawn sulle colline di Hollywood, accanto al suo idolo Buster Keaton.

L D S

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