Se Flaubert è maestro dello stile quanto pochi altri, è pacifico che il rigore maniacale cui lo scrittore sottopose il suo lavoro, l’aspirazione a un’assoluta distanza dalla materia narrata, avesse bisogno di trovare uno spazio altro in cui la scrittura potesse viceversa riversare fuori il cumulo di nevrosi che, pur non volendo seguire Sartre sino in fondo, gli complicava assai la vita.
Taluni lettori richiamano questo punto scivoloso per rintracciare nella corrispondenza il luogo apicale del rovesciamento. In particolare, questa dismissione degli abiti monacali da buddista immaginario per il quale il controllo dello stile (non vezzo, ornamento, ma prossimità alla verità) coincide con una sorta di tirocinio spirituale, si manifesterebbe nelle Lettere d’amore a Louise Colet, amante problematica proprio perché di suo avrebbe voluto esserlo il meno possibile così provocando nell’inventore di Madame Bovary un curioso miscuglio di abbandoni sentimentali (del genere che per l’appunto detestava e rimproverava alla donna) e spiraliformi fughe nelle geometrie oblique di un convinto distacco.

Tre anni, dal 1846 al ’48, di una relazione sostanziata in effetti da pochi incontri, ché Flaubert non mostrò mai alcuna intenzione di lasciare la sua dimora di provincia per trasferirsi a Parigi, condizionato dalla necessità – o dal pretesto – di restare con la madre. Come ricorda l’ottima Maria Teresa Giaveri nella postfazione alla recente ristampa delle lettere per i raffinati tipi di SE, la turbolenta Colet offrirà sì molti spunti alla futura Bovary, ma da scrittrice saprà vendicarsi dell’ineffabile amante in due libri malmostosi (“romanzi-rappresaglia”).
Torniamo al carteggio, che è incompleto: intanto è andato perduto l’apporto della donna (v’è solo una sua lettera) e mancano le lettere degli ancor più stentati anni dal 51’, successivi ai viaggi dello scrittore – tentativo quasi grottesco di riavvicinarsi.
Nella scrittura la bella Colet – che fece perdere la testa a diversi maschietti del mondo culturale coevo- tradiva lo stesso temperamento che teneva lontano il riottoso Gustave: melodrammatica, debordante, un po’ pasticciona di qualche facile talento che non casualmente le apriva la scena del mondo letterario parigino, laddove Flaubert, più giovane di una decina d’anni, chiuso nella tana di campagna, si diceva ancora incerto se fare della scrittura una professione, un impegno vero, benché già tutto compreso nel mito della forma, dell’arte. Un giovane senile e quasi compiaciuto di esserlo: esibiva slanci repentini quanto improbabili perché destinati a lasciare il prima possibile spazio a una routine rassicurante, a bassa temperatura: buona a creare quella noia necessaria allo scrittore puro che sarebbe diventato.
Attorno ai rari e fugaci incontri si tesse una ragnatela di parole abnorme, quotidiana, nella quale, specie agli inizi, il mittente non lesina abbandoni da innamorato alle prese con un amore lontano e il desiderio di presto rinnovarlo, desiderio che non paventa di esprimersi alla maniera sentimentale che mostrerà per il resto di detestare (“amore caro, mille baci, pensami”).
Le presta il fianco: si lascia andare – a parole – agli stessi vezzi da romanzo d’appendice, ciocche di capelli e pantofole d’alcova custodite gelosamente, a volte crede di “amarla davvero”, a modo suo, si capisce com’è giusto, salvo recuperare nel giro di una frase la cifra austera dello scienziato che si stacca dalle passioni umane per farne vivisezione acutissima – con grande scorno della donna.
Un anno dopo infatti, nell’unica lettera pervenuta di Louise – i furori si stanno spegnendo – opportunamente gli ricorda quanto lui negli scambi non sia stato meno enfatico e iperbolico di lei. Ma Gustave deve precisare, assai presto, che le proprie manifestazioni sentimentali non indiziano necessariamente il desiderio di accoppiarsi per l’eternità, di vivere insieme.
Lo scrittore immagina incontri – sempre rinviati con gran cruccio di Louise – che facilmente tradiscono un desiderio erotico, e quando la donna glielo fa notare, lei che vorrebbe lui si trasferisse a Parigi per sempre e per un amore definitivo e totalizzante, lui mostra di adontarsene. Il lettore non sa però se credergli.
Presto, Flaubert comincia a levigare il pensiero fino a farne un rebus di nervi e sintassi straniante, e per Colet insopportabilmente spiazzante. Sta preparando il suo “libro su nulla… che si regga da sé per la forza interna dello stile” (aveva abbozzato la prima versione dell’Educazione sentimentale e nella fornace psichica cominciavano a crepitare i grumi esplosivi di Bovary) – non sa ancora che Colet gli fornirà elementi cospicui per il suo ritratto della futura Emma.
Man mano s’intuiscono i mugugni e le invettive di lei; lui rintuzza gli attacchi facendo della missiva quotidiana un lungo addestramento, che è poi addestramento all’opera (“mi dai del volterriano e del materialista – Dio, se lo sono!”). Nel rituale delle lettere la dichiarazione d’amore si alterna e lascia sempre più il passo alla flemma filosofica dell’uomo che suggerisce alla donna di vedere il buono della distanza: l’ovvia constatazione che essa aumenti e protegga il desiderio dalla banalità del quotidiano.
Gustave deve difendersi dalla proteste di lei, e non può fare a meno di invocare per lui un’idea della vita assai diversa – si dice stanco, non crede nella felicità se non in quella dell’arte, non gli piace che essa sia al servizio di un’idea, un obiettivo, rivendica la propria autonomia: esistenziale e artistica (detesta il tipo di scrittore che “si fa passare per socialista, umanitario, innovatore e precursore di quest’avvenire angelico sognato dai poveri e dai pazzi”).
Registra, un po’ spiaciuto un po’ sarcastico, che lei gli rimprovera di essere ciò che esattamente è, ma accetta il ruolo senza sforzi soverchi. Ciò che favorisce l’acuzie del dispositivo retorico – s’immaginano i distinguo, le reticenze, le considerazioni di poetica (tutte nella direzione del distacco, della solitudine, del rigore maniacale) che arrivando a destinazione si trasformano in trafitture della carne.
Alla donna innamorata, autrice irrimediabilmente modesta, sempre accesa, appassionata, sopra le righe, fa da contraltare il giovane-vecchio atterrito dalla possibilità che lei debba partorire un figlio suo. La scrittrice di successo ma artisticamente trascurabile insegue il grande amore, mentre il futuro grande scrittore cerca forme da modellare. In definitiva, l’opera flaubertiana cresce man mano che si affloscia il fragile rapporto umano tra i due.
Lui mostra di infischiarsene della gloria, ma si potrebbe sospettare che i clamori parigini della brillante Colet lo inquietino più di quanto non dia a vedere. Talvolta le fa dei complimenti, a Colet scrittrice, ma non mancano nemmeno troppo sottotraccia appunti alla faciloneria del suo approccio; la invita a studiare (“leggere, meditare molto, pensare sempre allo stile” – e diffidare dell’ispirazione!).
E non fa che ribadirlo, il solo amore degno di finire sull’altare dell’Assoluto è quello per l’arte. Ha amato Louise come nessun’altra donna, ripete, ma nessun amore può esser preso sul serio in confronto alla scrittura (“Sarebbe stato meglio per te non amarmi”).
Le lettere si diradano, alla fine del ’47 il tono è ormai costantemente risentito, lui prepara i suoi viaggi in Grecia e in Medio Oriente e soprattutto quel modo peculiare della sua vita a venire: la prigione volontaria di chi vede nella scrittura l’unica possibilità di senso – di salvezza? Come Proust, come Kafka, suoi ammiratori non incidentali.
La scrittura vale tutti i suoi sforzi, e nel caso di Flaubert, inutile ricordarlo qui, erano terribili, perché non una sola parola poteva passare l’esame della sua approvazione, l’arcinota “religione dello stile”, esercizio corpo a corpo con la verità, che era affare ben complesso e a cui non occorre ritornare in questa sede.
Storia di un amore e involontario prontuario di estetica, queste lettere di Flaubert valgono un posto non secondario nel catalogo della sua opera.
Michele Lupo
Gustave Flaubert
Lettere d’amore a Louise Colet, 1846 -1848
Traduzione e cura di Maria Teresa Giaveri
SE
2025, 237 pagine
25 €