Recensione del film “Zero Dark Thirty” di Kathryn Bigelow (2012).
Prima o poi sarebbe dovuto succedere. Diamo pure colpa all’età e alla memoria. Ho sbagliato a ordinare il film che avrei dovuto commentare (io ri-guardo i film chiedendoli tramite le biblioteche di Milano) e anziché “The Hurt Locker”, ho visto di nuovo “Zero Dark Thirty”, che mi era piaciuto meno dell’altro. Meno male che Kathryn Bigelow è una donna molto bella. E allora, cominciamo proprio da lei.
Alla fine del mese di novembre, avrà la mia stessa età e questo è un aspetto decisamente importante. Statunitense (è nata a San Carlos, California), oltre che regista, è anche sceneggiatrice e produttrice. Agli inizi pittrice, si avvicina al cinema nel 1978 con il cortometraggio “Set-up”, un piccolo trattato (venti minuti di durata) decostruzionista, in cui, attraverso virtuosismi tecnici e concettuali, affronta il discorso della violenza maschile e del fascino che essa esercita sulle donne.
Ho citato “Set-up” perché, già a partire da questo corto, risultano definiti le linee guida e il nucleo teorico alla base della sua produzione successiva. La Bigelow, dietro trame in apparenza convenzionali (road movie, poliziesco, thriller, ecc…), lavora in realtà alla scomposizione dei linguaggi e delle strutture narrative, senza mai dimenticare di evidenziare le dinamiche che producono un universo maschile ossessionato dai fantasmi della competizione e della supremazia.
“Il viaggio per le donne, non importa quale luogo sia – politica, affari, cinema – è, è un lungo viaggio” (Kathryn Bigelow).

Riguardo alla tecnica, invece, sempre tenendo presente la sua originale ricerca, ha spesso privilegiato soggettive e lunghi piani sequenza, tenuti insieme da un montaggio concitato o frenetico. Proprio quello che avviene con “Zero Dark Thirty”.
Il film riporta gli avvenimenti intercorsi tra il 2001 (l’attacco alle Torri Gemelle di New York) e il 2011 (individuazione del covo di Bin Laden ed eliminazione del capo di Al-Qaeda). Il tutto visto dalla prospettiva di Maya, un personaggio fittizio ma che svolge un ruolo essenziale per la comprensione dell’opera.
La narrazione delle vicende è svolta sempre in chiave antiretorica ed antisensazionalistica, senza lasciare spazio per sentimentalismi o moralismi. Per questo motivo, “Zero Dark Thirty” somiglia più a un documentario che non ad un film adrenalinico.
Al contrario, la Bigelow e lo sceneggiatore Marc Boal non fanno sconti a nessuno, non imbelliscono né distorcono la realtà dei fatti, fino al punto di mostrare sullo schermo scene di violenza, massacri, o torture. “Posso essere sincero con te? Aspettati il peggio da me. Non ti sono amico. Non ti sarò d’aiuto. Riuscirò a piegarti. Hai domande?”, dice Dan rivolto ad Abu Farai al-Libi.
Naturalmente, il racconto della Bigelow, già prima della sua uscita nelle sale, scatena una serie di polemiche (illuminante l’articolo di Mahola Dargis sul New York Times: “L’America non tortura”), polemiche che portano il film a essere candidato a cinque premi Oscar, ma a doversi contentare di un solo premio minore: miglior montaggio sonoro a Paul N. J. Ottosson.
Parlando delle ambite statuette, non posso non ricordare che Kathryn Bigelow è stata la prima donna a vincere il premio Oscar al miglior regista nel 2010 per “The Hurt Locker”, film di cui è stata anche produttrice (“The Hurt Locker” si è aggiudicato pure la statuetta come miglior film dell’anno).
E chiudo citando almeno altre due sue opere molto interessanti: “Strange Days” (film di fantascienza del 1995) e “Detroit” (2017) che racconta con il suo consueto stile concitato gli scontri avvenuti nella città nel 1967, tra dimostranti (per lo più afro americani) e polizia.
“Io non credo nella censura, in nessuna forma” (Kathryn Bigelow).
Note e osservazioni
Il titolo. O Dark 30 è un’espressione di uso comune fra i militari e si riferisce a un orario indefinito, quando è ancora buio (molto tardi o molto presto). Di solito viene pronunciato come Oh Dark Thirty.
Un pochino di gossip: la Bigelow dal 1989 al 1991 è stata sposata con il regista James Cameron (quello di “Titanic” e “Avatar” per intenderci).
Anzi, aggiungo che, per dirigere “Zero Dark Thirty” era stato contattato proprio Cameron, il quale aveva declinato l’offerta, perché impegnato nella produzione dei sequel di “Avatar”.
Il personaggio di Maya è fittizio, ma solo fino a un certo punto. In realtà è ispirato ad Alfreda Frances Bikowsky, vera agente dei servizi segreti americani, ma non così positiva come appare in “Zero Dark Thirty”. Aveva sì partecipato alla missione legata alla caccia a Osama Bin Laden, ma aveva anche commesso alcune manchevolezze nella sua precedente esperienza investigativa.
L S D
Zero Dark Thirty
Regia: Kathryn Bigelow
Soggetto: Mark Boal
Sceneggiatura: Mark Boal
Interpreti: Jessica Chastain, Joel Edgerton, Jason Clarke, Jennifer Ehle, Mark Strong, Kyle Chandler, Édgar Ramírez