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Voi siete qui: Teatro & Cinema » “The Rocky Horror Picture Show” di Jim Sharman

28 Settembre 2017

“The Rocky Horror Picture Show” di Jim Sharman

Bene. Dopo la recensione del film “La congiura dei boiardi” di Ėjzenštejn, mi sembra il caso di tirare il fiato. E, cosa di meglio di un film surreale, divertente, anche se un po’ borderline? “The Rocky Horror Picture Show” è un film musicale, tratto da uno spettacolo teatrale (con lo stesso nome) del 1973. Richard O’Brien è lo sceneggiatore e autore delle musiche nate per il teatro e portate poi sullo schermo. Sarà il regista teatrale australiano Jim Sharman (classe 1945) a dirigere le prime rappresentazioni al Royal Court Theatre di Londra e, due anni dopo, il film.

Da flop a cult

Nonostante oggi sia considerato un vero e proprio cult, alla sua uscita nelle sale fu un clamoroso flop. Grazie però alle proiezioni nei famosi “midnight Cinema” (vedi la recensione del film “La notte dei morti viventi”), la pellicola cominciò a essere sempre più apprezzata e amata.

Nelle prime uscite, molti spettatori rimasero indignati e abbandonarono le sale prima del termine, a causa dei temi trattati, temi, in quegli anni, ancora tabù. Il film era riuscito almeno nell’intento di conquistare la disapprovazione della società perbenista di allora. Scandaloso.

Oggi è difficile che un film possa scandalizzare, ma nel 1975 non era così. Richard O’Brian si dichiarava transgender e aveva voluto nella storia mettere in scena il suo stile di vita e quello della sua comunità. Anche se poi, nella pellicola di cui parliamo, questo modo di vivere è trattato con molta leggerezza, ironia e divertimento.

Il poster del film "The Rocky Horror Picture Show"

Raccontare la trama (cosa che io cerco di evitare quasi sempre), nel caso di “The Rocky Horror Picture Show” è praticamente inutile. Si ipotizza di uno sbarco alieno da un pianeta in cui il sesso è libero e gioioso, ma è solo una scusa per affrontare altri discorsi. Bisogna dire che siamo nel 1975 (1973 per la commedia) e l’eco dei sussulti sessantottini è ancora molto viva. In modo particolare per quanto riguarda la liberazione sessuale (oltre l’eterosessualità, anche il travestitismo e la bisessualità), la pellicola si mostra pronta a irridere o a dimostrare quanto siano effimeri i ruoli imposti dalla “normalità”. “DON’T DREAM IT, BE IT!” (Non sognatelo, siatelo!)

In campo cinematografico, il film contamina diversi generi (l’horror, la fantascienza, il musical, la parodia, la commedia…) andando a recuperare in quel vasto patrimonio offerto dalle pellicole di serie B (i cosiddetti B-Movie, passione in anni più vicini a noi di Quentin Tarantino), con le loro tinte pulp e gli ammiccamenti porno.

Tuttavia, “The Rocky Horror Picture Show”, pur nel suo furore iconoclasta, viene ricordato anche per i tantissimi riferimenti alla cultura sia americana che europea (solo per citarne qualcuno: il salvagente del Titanic, l’antenna della R.K.O., l’affresco della Creazione di Michelangelo, il David dello stesso, etc.).

Un’ultima notazione è necessaria, riguardo al trucco e ai costumi. Per creare il make-up del cast fu chiamato Pierre La Roche, cioè colui che aveva creato il look di David Bowie in Ziggy Stardust e in Aladdin Sane. Per quanto concerne i costumi, il budget a disposizione era piuttosto povero (circa 1600 dollari), ma la designer Sue Blane realizzò un lavoro notevole. Infatti le sue invenzioni, come ad esempio i capelli colorati o le calze a rete strappate, diventeranno una fonte di ispirazione per le nuove tendenze.

Curiosità e note

[codice-adsense-float]“The Rocky Horror Picture Show” detiene un singolare primato. Uscito nelle sale il 14 agosto del 1975, da allora non ha mai smesso di essere proiettato nei cinema. Ci sono cinque sale nel mondo che lo ripropongono con continuità, e una di queste è il cinema Mexico a Milano, meta di pellegrinaggio da parte dei fan italiani.

A questo proposito, è interessante sottolineare come già dall’anno successivo al suo esordio, cominciarono a presentarsi alle proiezioni (prima negli Stati Uniti e poi altrove) vari “performance groups”, i quali erano vestiti come i personaggi del film e recitavano sul palco contemporaneamente allo svolgersi della pellicola. In Italia il cinema Mexico da 36 anni, una volta al mese (di solito il venerdì), ripropone questa divertente forma di interattività con il film: così, mentre scorrono le immagini, il pubblico in sala (ovviamente con gli stessi abiti degli attori) canta, balla e recita, partecipando in prima persona, lasciandosi totalmente coinvolgere.

Chi ama Dylan Dog, avrà sicuramente riconosciuto che il manifesto nello studio dell’indagatore dell’incubo, è quello di questo film.

Tra le tante rivisitazioni o parodie, a me piace citare quella del trio Marchesini, Solenghi e Lopez. Nella loro personalissima interpretazione de “I promessi sposi”, a introdurci nel castello dell’Innominato, è un Massimo Lopez identico (tranne ovviamente che per i baffi) al Riff Raff interpretato nel film da Richard O’Brian.
L S D

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