Oggi parlerò di Soldato blu di Ralph Nelson (1970), un film che segna uno spartiacque.
Cerco di spiegarmi. Soldato blu è della fine degli anni Sessanta. Negli USA siamo nel pieno della guerra in Vietnam. Dal 1954, anno in cui i francesi hanno lasciato il Paese, l’amministrazione americana ha instaurato un governo corrotto per evitare che andassero al governo i comunisti.
Con gli anni si assiste a una vera escalation: con il presidente Kennedy e con il suo successore Johnson, arrivano in Vietnam più di 500.000 soldati e dai bombardieri vengono sganciate 7 milioni di tonnellate di bombe. Dentro gli Stati Uniti cresce un movimento di opposizione che dalle prime manifestazioni del 1965, diventa in seguito una protesta di massa con milioni di cittadini in piazza e 232 università in rivolta. La situazione poi precipiterà con l’elezione di Nixon, il quale deciderà di usare il pugno di ferro con gli studenti.

Io mi fermo, però, a qualche anno prima, in piena contestazione. Viene messo in discussione l’intervento nel Sud-est asiatico, considerato un classico esempio di colonizzazione imperialistica e insieme a questo viene rivista anche la storia americana fin dai suoi albori: la conquista del West, a scapito dei nativi americani, il mito della frontiera, l’indiano scotennatore e le aggressioni ai pacifici coloni vengono spazzati via da nuove verità.
“Quando vedo i giovani oggi comportarsi così, semplicemente… non posso fare a meno di chiedermi verso cosa stia andando questo dannato Paese” (Col. Iverson)
In questo momento storico si colloca il film di Nelson e determina una rottura fra quanto si era visto prima e quanto verrà raccontato dopo. Non è naturalmente l’unico lavoro critico che appare sugli schermi in questi anni, ma è una pellicola che sconvolge il pubblico che accorre nei cinema. Nonostante il successo al botteghino (l’incasso è stimato a più di 79 milioni e mezzo di dollari), le recensioni al suo apparire sono contrastanti, soprattutto a causa della crudezza di alcune scene.
“Ho voluto mostrare queste atrocità perché intendevo sconvolgere la gente, devastare coscienze e ricordare che la follia sanguinaria esiste ancora ai giorni nostri” (dichiarazione di Ralph Nelson)
Infatti, dice ancora il regista, solo a riprese ultimate, abbiamo avuto notizia di quanto era accaduto in Vietnam, al villaggio di Mỹ Lay.
Il massacro in Vietnam è perfettamente sovrapponibile a quello di Sand Creek che chiude Soldato blu.
“Radi al suolo il villaggio! Brucia questa… pestilenza!” (Col. Iverson, rivolto al tenente Mc Nair)
Il soggetto del film arriva da un romanzo storico di T. V. Olsen (Arrow in the Sun) che prende spunto dall’aggressione di Sand Creek, rielaborato in fase di sceneggiatura da John Gay.
Ci sono diverse inesattezze storiche nella pellicola, ma l’impianto fondamentale, cioè smontare le narrazioni false sull’avanzata verso Ovest dei pionieri americani, resta inalterato. Per sottolinearlo meglio, la protagonista femminile del racconto è una donna di pelle bianca vissuta per due anni tra i Cheyenne, che è stata testimone tanto della civiltà pellerossa, quanto di quella dei bianchi e non ha esitazioni a schierarsi dalla parte degli indiani.
“Sembra che tutti vogliano il loro pezzo di indiano. Quando sono già sulle loro terre!” (Kathy Maribel)
Naturalmente, Soldato blu ha contribuito non poco al cambio di visione del genere western e, dal 1970 in poi, diverse pellicole hanno adottato il punto di vista di Nelson. Il declino era stato accentuato anche dall’affermazione del cosiddetto western all’italiana: ne ho parlato in Faccia a faccia.
D’altro canto, Soldato blu non è soltanto un film che ricostruisce la storia, poiché, essendo nel pieno della contestazione, vengono messi in discussione anche lo sviluppo capitalistico, il maschilismo della società (vedi il ruolo e i discorsi di Kathy Maribel) e quasi tutta la cultura allora imperante.
Di Ralph Nelson (1916/1987) non ho trovato molte notizie. La sua famiglia era di origine norvegese e il nostro si è cimentato con discreto successo sia in televisione che sul grande schermo. Gli viene riconosciuta una grande capacità nell’affrontare temi sociali e drammatici, spesso con uno stile diretto e talvolta crudo, proprio come in Soldato blu, che è il suo lavoro più famoso.
Note e osservazioni
Un discorso a parte andrebbe fatto per il manifesto del film che, quando uscì sconvolse non poco, così come per il linguaggio sboccato di Kathy Maribel: il suo tipico intercalare è “bull shit” (“merda secca”).
Osservazione che ho già fatto in molti altri casi: anche Ralph Nelson ha la sua piccola parte nel film: è l’agente Long, accreditato come Alf Elson.
Trattandosi di una pellicola che parla di Storia, – assumendomene tutta la responsabilità – mi permetto di fare un accostamento non troppo azzardato con il nostro presente. Il discorso del colonnello Iverson alla truppa per esortarli al massacro, a me ricorda discorsi di vari membri del governo israeliano negli ultimi mesi. Le parole che utilizza il colonnello per sterminare il villaggio presso Sand Creek, sono uguali (ad. esempio la colonizzazione cha sarà attuata dopo il loro passaggio) a quelle che ho sentito per Gaza e per la Cisgiordania.
Chiudo con la musica. Ricordato che la colonna sonora è opera del britannico Roy Budd (“Uh, Soldato blu, Soldato blu / non vedi che c’è un altro modo di amarla?”), non posso non ricordare una canzone di Fabrizio De André dedicata all’episodio che chiude il film; Fiume Sand Creek, dall’album L’indiano, album che però, in realtà si intitolerebbe semplicemente Fabrizio De André.
Per chi non lo conoscesse e volesse ascoltarlo, il colonnello del massacro John Chivington (Nelson lo chiama Iverson) è diventato un generale di vent’anni, occhi turchini e giacca uguale, con riferimento al generale Custer e a narrare la storia è un bambino, simbolo dell’innocenza.
Inutile aggiungere che è l’ennesimo atto d’accusa di De André contro le guerre e contro i genocidi, perpetrati dai presunti buoni.
L S D
Soldato blu
- Regia: Ralph Nelson
- Soggetto: dal romanzo storico di T. V. Olsen
- Sceneggiatura: John Gay
- Interpreti: Candice Bergen, Peter Strauss, Donald Pleasence, John Anderson, Jorge Rivero, Dana Elcar