“Ma ti pare una cosa vera?” chiede Jack a Zack in “Daunbailò” di Jim Jarmusch (1986).
Continuiamo il discorso dove lo avevamo lasciato con “Ho affittato un killer” di Kaurismaki (e sia detto tra parentesi, Jarmusch e Kaurismaki si conoscono bene e il primo ha anche lavorato come attore in un film del finlandese, il surreale “Leningrad Cowboys Go America”).
Il fallimento del sogno americano
Dunque, lasciamo l’Europa e inoltriamoci nel nuovo continente. Non è vero che lì sia tutto mostrine e capitalismo trionfante, come ci racconta Hollywood. Esiste anche un’altra faccia della medaglia: ci sono (lasciatelo dire a uno che ci è stato da poco, come ho raccontato nel mio reporatge dagli USA) molti emarginati, molte vite che scorrono “on the border” rispetto alla società che raccontano i media. E anche lì non c’è molta compassione per gli ultimi.
La pellicola racconta di tre “disadattati” che per qualche tempo si trovano forzatamente a convivere. Al di là di qualche episodio divertente o di qualche situazione surreale, quello che esce fuori dalla storia è la fatica di vivere che compiono tutti coloro che non sono ben integrati nel meccanismo americano. Le paludi della Louisiana diventano un mondo assurdo che rende stranieri e nomadi i tre strambi personaggi, evidenziando una volta di più, l’ennesimo fallimento del sogno americano.
Jarmusch prima di laurearsi alla Columbia University ha trascorso nove mesi a Parigi ed è stato profondamente influenzato dalla cultura europea. In “Daunbailò” (Down by law), si sente l’eco dei grandi autori francesi e non, del secondo Novecento.
Il vagabondare senza troppo senso dei tre, richiama alla mente Albert Camus e gli esistenzialisti, così come il mondo folle nel quale si muovono, diventa un facile riferimento al teatro di Samuel Beckett: quello che manca – alla fine – è proprio il senso della storia (con o senza la iniziale maiuscola).
Musiche di John Lurie e Tom Waits
Ad accentuare ancora di più questo effetto straniante, contribuiscono in modo efficace la fotografia e la musica. Dal suo soggiorno in Europa, Jarmusch aveva riportato anche l’amicizia e la collaborazione con Wim Wenders. È merito di Robby Müller, per anni al fianco del maestro tedesco, la preziosa e particolare fotografia: grande esposizione di piani medi e un bianco e nero di abbacinante bellezza.
Per quanto riguarda la musica, poi, è necessario ricordare come essa rappresenti una delle passioni del regista americano: Jarmusch canta e suona vari strumenti, e ha inciso diversi dischi. In questo film ha lasciato la colonna sonora – tra dissonanze spettrali e jazz – a John Lurie con i suoi Lounge Lizards; le canzoni, invece, sono opera di Tom Waits e della sua voce di carta vetrata.
Secondo una definizione dello stesso Jarmusch, “Daunbailò” è un esempio di commedia “neo-beat-noir”, una commedia “seriamente divertente”. Come canticchia Tom Waits in una delle prime scene del film: “It’s a sad and beautiful world” (“È un mondo triste e bello”).
Curiosità
La pellicola, in ultima analisi rappresenta l’ennesimo (riuscito) tentativo di dare voce al cinema indipendente americano, un cinema che rifiuta i milioni delle grandi case di produzione e cerca di mostrarci una realtà ben diversa da quella dei blockbusters che invadono anche i nostri schermi.
Nel 2005 a Cannes a Jim Jarmusch è stato assegnato il Grand Prix speciale della Giuria (si tratta del più importante riconoscimento della manifestazione dopo la Palma d’oro), per “Broken Flowers”.
Curiosità: nel caso di “Daunbailò”, si racconta che Jarmusch – in sede di sceneggiatura – prima abbia scelto gli attori, poi su di essi abbia costruito i personaggi.
Nota: Roberto Benigni dichiara di aver ucciso una persona tirandogli una palla da biliardo, la numero 8. La stessa palla è usata come pomello del cambio nel film “Taxisti di notte” (altro film di Jarmusch con il toscanaccio fra gli interpreti).
L S D