Resto sulla “grande” Hollywood, per parlare di uno dei più celebri musical di tutti i tempi, Cantando sotto la pioggia di Stanley Donen e Gene Kelly (1952). Naturalmente su un film tanto famoso è stato scritto di tutto e di più, da persone ben più autorevoli di me in questo campo. Posso solo esprimere le mie impressioni o raccontare qualcosa che mi ha colpito in modo particolare.
Partiamo col dire che non amo troppo questo genere di pellicole, anche se un poco mi contraddico, pensando alle mie ultime esperienze di vita. Mi spiego meglio: credo di averlo già scritto, ma, repetita iuvant. Da una ventina d’anni faccio parte di un gruppo amatoriale di teatro che porta in scena dei musical, originali o riproposti.
Pur lavorando con persone fantastiche e – secondo me – molto brave nelle loro performance, non mi sono mai sentito né un cantante né un ballerino: diciamo che il mio ruolo è stato spesso quello di comparsa o di attore oppure di autore. Però, pur con tutta l’esperienza che ho accumulato in questi anni, non ho mai capito fino in fondo quale fosse la peculiarità di questa forma d’arte. È vero che chi pratica il musical in fondo è più versatile e forse più completo di un altro interprete teatrale o cinematografico, ma le canzoni e i balletti spesso finiscono per spezzare il ritmo o la consequenzialità dell’azione.
Con le dovute eccezioni. Perché quello di Donen e Kelly è un vero capolavoro. Detto da qualcuno che resta critico.

Per prima cosa, la trama: perché – nonostante il genere – c’è una storia ed è abbastanza interessante. Si immagina di essere nella Hollywood degli anni Venti del secolo scorso, quando nel cinema comincia ad apparire il sonoro. Da questa rivoluzione artistica prende le mosse Cantando sotto la pioggia, tra quanti non credono che la nuova invenzione avrebbe attecchito e quanti invece convinti che sia necessario riconvertirsi al più presto alla nuova forma. Si tratta quindi di un film nel film, del racconto di un passaggio cruciale per la settima arte.
Nella realtà, le cose erano andate un po’ diversamente: il produttore della Metro Goldwyn Mayer, Arthur Freed insieme con Nacio Herb Brown avevano composto delle canzoni fra il 1929 e il 1940; avevano chiesto quindi a Betty Comden e Adolph Green di scrivere una sceneggiatura nella quale inserire i vari brani. Ecco la genesi vera del film.
Oltre alla sceneggiatura, questa pellicola presenta diversi punti di forza: le scenografie (di Cedric Gibbons, Randall Duell, Jacques Mapes, Edwin B. Willis e Harry McAfee), la fotografia (Harold Rosson), e – ovviamente – le musiche e le coreografie.
“Il ratto rosa rose il raso rosso. Sisto Sesto spesso s’intesta e si insiste, e resiste” (Donald O’Connor e Gene Kelly)
Non manca, nei dialoghi, un pizzico di ironia che rende la vicenda piacevole e divertente. Si sente la mano di Stanley Donen che sa lavorare sia sulla commedia che sul musical. L’altro regista (Gene Kelly), il ballerino più famoso della storia insieme a Fred Astaire, si dedica alle scene di canto e danza, a cominciare da quella che dà il nome al film.
La differenza che passa tra i musical precedenti e Cantando sotto la pioggia rappresenta un cambiamento epocale. A Hollywood aveva primeggiato la commedia musicale con sfavillanti uomini in cilindro e frac, insieme a donne seducenti in eleganti abiti da sera, in ambientazioni ricche e illusorie: il sogno che attraeva un’America travolta dalla grande depressione della fine degli anni Venti. Con Gene Kelly entra in scena l’uomo comune che cerca di accaparrarsi la simpatia e la complicità del pubblico, con ritmo, humour e semplicità.
Per ultimo, è necessario spendere qualche parole sul cast. Se è vero che Kelly è l’assoluto protagonista, specialmente per le coreografie, non gli è da meno Donald O’Connor, altrettanto bravo nel canto e nella danza; così come una quasi esordiente, la ventenne Debbie Reynolds, alla sua prima grande esperienza sul grande schermo.
Non voglio però dimenticare Jean Hagen, relegata in un ruolo molto ingrato (un’ochetta stridula e cattiva) che riesce a suscitare nel pubblico sentimenti di compassione: una chiara metafora del morente cinema muto, incapace di adattarsi al nuovo.
“Ma per chi mi prendono? Per una babbalea? Faccio più quattrini io di Metro e di Goldwyn messi insieme!” (Lina Lamont, cioè Jean Hagen)
Poche parole, in conclusione sui due registi. Intanto, non è questa l’unica pellicola che hanno firmato insieme: è successo anche con Un giorno a New York (1949) ed È sempre bel tempo (1949). Stanley Donen (1924-2019), come Kelly, ballerino e coreografo, ha diretto molte commedie e diversi musical. Ha ottenuto due importanti riconoscimenti alla carriera: l’Oscar nel 1998 e il Leone d’oro a Venezia nel 2004.
Gene Kelly (1912- 1996) è stato anche cantante, attore, sceneggiatore, regista e produttore cinematografico. Ha debuttato sul grande schermo nel 1942 in For Me and My Gal, accanto a Judy Garland. Nella prima metà degli anni Cinquanta è il protagonista di due grandi classici di Hollywood: Un americano a Parigi (1951) e appunto Singin’ in the Rain.
“Ho cominciato a ballare perché era l’unico modo per incontrare le ragazze” (Gene Kelly)
Nel 1956 ha vinto un Orso d’oro al festival di Berlino per il film Trittico d’amore, mentre, nel 1952 gli era stato conferito l’Oscar onorario per i suoi spettacolari successi nell’arte della coreografia cinematografica. A proposito di questo suo talento, Kelly è stato anche il primo coreografo a mettere in scena un balletto all’Opéra di Parigi.
“Qual è il credo di ogni attore? Lo spettacolo anzitutto! Con pioggia, neve, sole o vento, lo spettacolo anzitutto!” (Gene Kelly e Donald O’Connor)
Note e osservazioni
Il film di cui parlo prende il nome da una canzone/balletto che Gene Kelly canta/danza in una serata di pioggia. Per girarla sono occorsi due giorni. In realtà venne girata di giorno, coprendo la scena con teloni. Per la ripresa della pioggia si usò una particolare illuminazione in controluce per farla risaltare di più. E, dulcis in fundo, Gene Kelly durante le riprese, aveva oltre 39 gradi di febbre.
Dall’autobiografia di Debbie Reynolds, intitolata Debbie, arrivano molte curiosità riguardo la lavorazione di Cantando sotto la pioggia. Ad esempio, tutti i numeri di canto e di danza vennero preregistrati e gli attori furono costretti a ballare e coordinare i movimenti della bocca per seguire la musica. Inoltre Gene Kelly, simpatico e sorridente sullo schermo, da regista era sempre incontentabile e di cattivo umore e si comportava in modo piuttosto aspro con quasi tutti gli attori.
L’ultima curiosità arriva dal lontano Oriente. Jackie Chan nel film 2 cavalieri a Londra (2003) omaggia la scena della danza sotto la pioggia, coreografando un elegante combattimento con gli ombrelli, con in sottofondo le note di Singin’ in the Rain.
L S D
Cantando sotto la pioggia
- Regia: Stanley Donen e Gene Kelly
- Sceneggiatura: Adolph Green, Betty Comden
- Interpreti: Gene Kelly, Donald O’Connor, Debbie Reynolds, Jean Hagen, Millard Mitchell, Cyd Charisse