La società descritta in Filio non è a casa (traduzione e cura di Patrizia Raveggi) della scrittrice slovena Berta Bojetu ha tratti distopici, è ambientata nel passato su un’isola remota, di cui non si dice quasi nulla. Alcune generazioni prima, gli uomini e le donne si sono separati in due piccole città.
Gli uomini hanno instaurato un regime totalitario in cui dominano il terrore, la reclusione, la tortura e la morte. Solo la domenica, in chiesa, uomini e donne si riuniscono in una cerimonia nella quale non è nemmeno permesso loro guardarsi negli occhi.
In questo sistema lo stupro è lecito; i bambini, potenzialmente considerati lenti o con una difficoltà di apprendimento, ritenuti solo “stupidi”, presto diventeranno gli schiavi della comunità perché non avranno mai le capacità per ribellarsi a questo sistema.
L’isola e tutte le persone che la abitano appartengono a una famiglia della terraferma, per la quale anche l’intera popolazione deve lavorare in una quasi totale schiavitù.

Filio, fuggita da tutto questo, ritorna per Helena, sua nonna in fin di vita. Il destino di Filio è stato crudele: è stata stuprata in tenera età, si è innamorata del primo marito, il Defloratore, di cui non conosce nemmeno l’aspetto, perché l’uomo l’andava a trovare solo a notte fonda. E non era permesso che ci fossero candele o luci durante gli incontri. Il bisogno di essere amati, il desiderio di amare, lo stupro subito, la profonda disperazione di quel mondo hanno fatto della giovane Filio un’infelice.
Nella seconda parte del romanzo si viene a sapere di più sul sistema che regola l’isola e di come mai Filio si trovi lì. Molte delle informazioni che si hanno vengono dalle annotazioni della nonna della donna. La vecchia Helena, infatti, non è nata sull’isola, ma è stata salvata dagli isolani durante un naufragio con sua figlia e un bambino di nome Uri.
Da allora i tre sono stati tenuti in ostaggio dagli abitanti dell’isola. All’epoca del naufragio Helena aveva poco più di quarant’anni era una bella donna e per questo è diventata la donna del comandante dell’isola. Questo le ha permesso di avere una serie di privilegi: gli altri uomini non possono desiderarla, nottetempo, come accade alle altre.
Nonostante ciò Helena, a un certo punto, accetta il suo destino: rimanere sull’isola e scoprire quello che accade alle altre donne. Si sente in dovere di migliorare un po’ la situazione delle donne, anche se queste la odiano per la sua posizione e per non essere oggetto di interesse da parte degli uomini dell’isola.
Helena si rende conto presto che i suoi sforzi per migliorare la condizione delle altre non porteranno a molto. Ciò che lei vuole fare non riuscirà a incrinare o inceppare il sistema che è voluto dagli uomini e anche dalle donne anziane. Quando Helena decide di aprire una scuola per i bambini, trova l’opposizione dell’autorità femminile (le anziane) e solo con l’aiuto del Comandante ottiene il permesso. Questo desiderio le costerà caro: sarà picchiata pubblicamente e, nottetempo, un uomo la violenterà.
Helena non può fare molto neanche per sua figlia, che muore presto, perché uccisa in una rissa da stupratori rivali. Filio, la nipote nata da uno stupro, riesce però a sopravvivere.
Nella terza parte del romanzo si racconta la storia dal punto di vista di Uri, l’altro figlio con cui Helena è stata salvata dal naufragio e giunta sull’isola. Uri è maschio, dopo essere stato allevato da Helena fino all’età di otto anni, è stato poi condotto nella città degli uomini. In questa parte del libro diventa chiaro per la prima volta che anche i ragazzi vengono regolarmente violentati dagli uomini più anziani.
Quando compie diciassette anni a Uri è permesso di andare in chiesa per la prima volta. E ottiene il permesso di visitare di notte le donne, ma cerca di fare di tutto per evitare questo compito: non vede nello stupro notturno un privilegio. Anzi, il pensiero di una sessualità così pianificata lo disgusta.
Uri diventa vicedirettore delle carceri, così lascia la Casa dei Ragazzi. Il suo nuovo ruolo non gli piace, perché lo porta a conoscere amare e crudeli rivelazioni sui rapporti disumani tra guardie e prigionieri. Solo i libri gli danno consolazione.
Quando Filio compie quindici anni ed Helena, su richiesta delle autorità, deve trasferirla nella parte bassa della casa, anche per la giovane iniziano le visite notturne degli uomini. Uno in particolare la colpisce. Di quell’uomo si innamora. E di quest’uomo rimane, anche, incinta. Dopo l’aborto a cui viene sottoposta, con la forza, Filio decide di scappare sulla terraferma con i soldi della nonna.
Filio riesce a sfuggire e sul “continente” diventa pittrice. Poco dopo la sua fuga dall’isola, Uri diventa il comandante, ma lascia anche lui l’isola, perché senza Filio la possibilità di una vita felice lo abbandona. Così Uri frequenta le mostre allestite da Filio, ma tra loro non riesce a svilupparsi un vero rapporto, perché sono troppo segnati dalla vita sull’isola. La loro unione è fatta solo da un bisogno, quello di cercare nelle medicine di dimenticare cosa hanno vissuto. Dopo sedici anni vissuti sulla terraferma, Filio torna sull’isola per vivere con la nonna morente.
Berta Bojetu indugia sulle crudeltà e sulle torture più orribili per analizzare il legame acre che si crea tra vittime e carnefici. Descrive una società fatta di rapporti malsani tra uomini e donne, dando espressione a una terra immaginaria, ma che trae ispirazione dal mondo reale (forse la dittatura titina) e in cui varie forme di odio sono presenti da sempre da parte degli uomini. Cosa che ha raccontato attraverso la commistione di utopia e di fantascienza la Doris Lessing Una comunità perduta o la voce di Elfriede Jelinek.
Il linguaggio in parte lirico e poetico fornisce un contrappunto interessante e molto insolito al contenuto crudele. Innovativa anche la struttura della trama: si apprende la storia da tre diversi punti di vista. Ogni capitolo, infatti, è dedicato a uno dei personaggi principali.
Claudio Cherin
Berta Bojetu
Filio non è a casa
Traduzione e cura di Patrizia Raveggi
Voland
Collana Amazzoni
2023, 288 pagine
19 €