I guai peggiori di Mandel’štam iniziarono con l’epigramma contro Stalin, “il montanaro del Cremlino”. Come ognuno sa bastava molto meno per fare una brutta fine nella novecentesca Unione Sovietica – oggi non va molto meglio (sola, perfida consolazione dei comunisti d’antan).
La lista degli scrittori di valore perseguitati dal regime stalinista è talmente lunga che difficilmente la si potrebbe pareggiare altrove; tuttavia, ci sono alcuni scrittori che hanno avuto sorte meno tragica pur facendo della satira una pratica letteraria costante – rogne sì, ma non congelate in Siberia, insomma.
Pensiamo in particolare a due coppie di autori, una assai nota di fratelli, Arkadij e Boris Strugatskij, l’altra degli odessiti Il’ja Ilf e Evgenij Petrov, coppie accomunate da una evidente esuberanza di scrittura e immaginazione.
I fratelli Strugatskij, probabilmente sono più noti soprattutto grazie al romanzo Picnic sul ciglio della strada, per via della rilettura cinematografica che ne fece Tarkovskij in Stalker; la loro opera è cospicua, si è mossa sul crinale fra humor e fantascienza e da poco l’editore Ronzani ha pubblicato La favola della Trojka, ideale proseguimento di Lunedì inizia sabato (1965), titolo assai famoso in terra russa. È lo stesso Boris nella postfazione a scrivere che “la favola è una satira chiara e inequivoca”.

Quanto a Ilya Ilf ed Evgenij Petrov, il loro libro più noto è il romanzo Le dodici sedie. Ora in libreria si può trovare la divertentissima raccolta di racconti Le incredibili vicende della città di Kolokolamsk – l’editore è Spider & Fish, traduzione di Caterina Garzonio, e il volume condivide con La favola della Trojka (copertina di Roberto Abbiati e illustrazioni interne di Antonio ‘Oak’ Carrara, traduzione di Andrea Cortese) una più che apprezzabile cura editoriale.
Entrambi peraltro contengono un lavoro a parte, il racconto lungo Senza macchia nel caso di Ilf e Petrov, A proposito della ciclotazione nel volume Ronzani.
Per capire il tenore de Le incredibili vicende della città di Kolokolamsk guardiamo un momento le prime storie. Esse intrecciano personaggi che vanno e vengono ma l’epicentro delle loro terremotate inquietudini è l’immaginaria città del titolo. Epperò tutto parte in quel di Mosca, quando il dottor Rimbombov subisce un incidente d’auto a causa della dabbenaggine dell’ambasciatore di Kleptonia. In seguito a ciò i cittadini di Kolokolamsk hanno la balzana l’idea di recarsi a Mosca, tallonare l’autista inetto, farsi ammaccare un piede o una gamba e riscuotere la lauta assicurazione che consentirà loro di arrotondare le entrate.

La cosa va avanti per un po’, il tempo perché in Kleptonia si svuotino le casse pubbliche e scoppi una grave crisi finanziaria, fino a quando al trentesimo tentativo l’operazione fallisce e le cose tornano come prima. Apparentemente, perché un giorno arriva in città un gentleman espatriato in Argentina molti anni prima. Fattosi ricchissimo, mosso dall’amore per il suo borgo natio, decide di lasciare a Kolokolamsk un dono: in due mesi fa costruire un enorme grattacielo in cui prima che i lavori siano portati a termine si riversano gli sghembi, sovraeccitati abitanti del luogo, salvo abbandonarlo in fretta e furia dopo averlo ridotto a improbabile mercato e aver capito che senza la messa a punto dei vari impianti non ci si può vivere. Questo il succo delle prime due storie.
Evidente lo spirito satirico che, negli anni della rivoluzione bolscevica, indirizza gli strali più acuti verso la bramosia materialistica (non in senso filosofico-ideologico) di gente stramba ma assai decisa ad accaparrarsi tutto quello che può e nei modi più bizzarri.
Si ride e molto a guardare gli impossibili signori di Kolokolamsk – o cercano di fregare qualcuno o si fregano fra loro, anche perché per lo più, come personaggi di Boccaccio, credono di sfangarla con poco e invece sono essi stessi a finire gabbati. Va da sé che il comico che si pretende letterario ha bisogno, prim’ancora di personaggi bislacchi, di una scrittura di un certo tipo: non di rado qua la fa da padrone lo skaz, ossia – Gogol insegna – la narrazione a briglia sciolta di un parlato che si vuole addestrato e non lo è. L’effetto è quello di una buffonaggine da marginali un po’ pitocchi un po’ da cinema muto. L’inventiva è sorprendente, Kolokolamsk è un palcoscenico di fole e avidi mattoidi.
Tanto esigua l’opera di Ilf e Petrov quanto voluminosa quella dei fratelli Strugatskij (come detto, ai libri degli uni e degli altri si sono ispirati molti film). I quali furono certamente più esposti alla censura sovietica. Non casualmente – in un Paese in cui le cose più terribili accadevano anche assai casualmente – i due erano certo più critici verso il regime rispetto agli autori di Kolokolamsk.
La favola della Trojka, anno di grazia 1968, rientra a pieno titolo nella serie degli attacchi subiti dalla censura. I problemi maggiori li ebbero però quando il romanzo fu pubblicato all’estero in ambienti anticomunisti. Dovettero fare dichiarazione di umile e costernata, compunta prostrazione. Nel cuore della storia, assai complessa e arzigogolata, sta il TRREFI, ovvero la Trojka per la Riassegnazione e Registrazione dei Fenomeni Inspiegati.
Solo una delle assurde manifestazioni di follia sovietica, la Trojka sta lì per verificare che il mondo intorno al regime, sia in tutto e per tutto conforme ai suoi dettami, morali, ideologici, scientifici. In realtà esso è il centro di un mondo alla rovescia, in cui l’assurdo si erge a norma a danno di chi prova a resistere col raziocinio, o viceversa con la magia, il folklore, persino il paradosso del buon senso.
Di lì, una superfetazione di vicende e manicomi assortiti, la Colonia dei Fenomeni Inspiegati, esseri alieni, prototipi di intelligenze artificiali, un dipartimento di Conoscenza Assoluta, un delfino troppo intelligente, e via discorrendo.
Chi conosce i due autori sa che l’orizzonte in cui giocano le loro pedine è prossimo alla fantascienza, ma l’orrore tragicomico dell’Unione Sovietica è riconoscibilissimo, la burocrazia disegna un incubo stranoto alle cronache, difficilissimo da cancellare, anche perché da sempre la trama totalitaria è invischiata nel linguaggio e dalle trappole del linguaggio in politica si esce a fatica. Specie quando si cercano soluzioni individuali, come accade ad alcuni dei protagonisti, non per mero egocentrismo ma per il legittimo desiderio di esistere fuori dall’incubo.
E non ve n’è di peggiori dell’idiozia dei guardiani della “legge estetica” del tempo, riconducibile alla dottrina zvanoviana, che innumerevoli danni provocò per decenni: l’opera d’arte, letteratura compresa, doveva contribuire alla fabbricazione dell’uomo nuovo comunista e le “espressioni volgari e gergali”, fortunatamente diffuse nel romanzo eludevano questa patetica, ridicola pretesa di una letteratura edificante – e la lingua, sebbene noi lettori italiani possiamo intuirlo solo dalla bella traduzione di Garzonio, è anche il punto di maggior forza di Kolokolamsk.
Michele Lupo
Arkadij Strugatskij, Boris Strugatskij
La favola della Trojka
Traduzione di Andrea Cortese
Ronzani Editore
Collana Attravèrso
2023, 306 pagine
19 €
Ilya Ilf, Evgenij Petrov
Le incredibili vicende della città di Kolokolamsk e altre storie
Traduzione di Caterina Garzonio
Spider & Fish
Collana Le Cernie
2022, 155 pagine
14 €