Recensione a “Il fabbricante di giocattoli”, di Tito Barbini (Arkadia editore).
“Quale enigma c’era nel tuo seno, / che soltanto genî concepiva?” domanda idealmente Fernando Pessoa all’antica regina consorte portoghese Filipa de Lencastre (Philippa of Lancaster, madre, tra gli altri, di Re Enrico il Navigatore) nella poesia di Messaggio dedicatale. Una curiosità affine me la desta l’editore cagliaritano Arkadia, presso il quale sembrano uscire solo libri belli. Lo è sicuramente questo, di Tito Barbini – un passato da uomo politico di prestigio, in Toscana, e un presente da scrittore di qualità invidiabile.

Analogamente a quanto aveva fatto il conterraneo (e sodale) Paolo Ciampi in Il Maragià di Firenze”, romanzo uscito in questa stessa collana (“Senza rotta”), Barbini ci presenta la storia di un personaggio “esotico”, ma ci dice anche molto di sé: dei suoi viaggi in Argentina, della sua fruttuosa ricerca di fonti e documenti sulla vicenda da narrare, del suo intenso lavoro di scrittura…
Il protagonista, Simón Radowitzky, è un anarchico ucraino che emigra, appunto, in Argentina, uccide in un attentato il sanguinario capo della polizia di Buenos Aires, viene condannato e deportato nella Terra del Fuoco (la Siberia sudamericana), viene scarcerato dopo vent’anni per indulto presidenziale, si rifugia in Uruguay, combatte nella Guerra Civile spagnola, viene accolto, come molti altri miliziani della Repubblica sconfitta, in Messico, vi lavora in una fabbrica di giocattoli, vi trova una compagna degna di lui, e alla fine, come presto o tardi succede a tutti, muore.
Ma questo mero elenco di peripezie non può rendere la densità dei vissuti che il libro contiene, e soprattutto lo stile impeccabile e coinvolgente dell’autore. Non un segno di interpunzione fuori posto. Parole scelte sempre con accurata appropriatezza. Una prosa che è come una musica, come una sinfonia che a volte riecheggia un proprio tema – appena un accenno, quasi per fermarsi un attimo a prendere la rincorsa – e quindi prosegue.
Un paio di esempi di queste “riprese” musicali: “Ingaggiano per mille dollari Pasqualino Rispoli: il mio pirata della Patagonia” (pag. 69) e ”Il cutter con cui Pasqualino Rispoli, il mio ultimo pirata della Patagonia, tentò di portare verso la libertà il giovane anarchico ucraino” (pag. 75); ”Fa alcuni viaggi in Brasile. Gli sbirri lo sospettano di ‘portare messaggi e coordinare azioni’, mentre lui dice che fa questi viaggi ‘solo per distrarsi e rilassarsi’” (pag. 116) e “La polizia lo sospetta di ‘portare messaggi e coordinare azioni’, ma lui si difende dicendo che fa questi viaggi per distrarsi e rilassarsi. In quegli anni…” (pag. 121).
Proprio come (secondo la testimonianza resa da Anton Cechov nel magistrale reportage ”L’isola di Sachalin”) avveniva in Siberia, anche a Ushuaia “Alla fine della pena, se finiva, veniva offerto un pezzo di terra: nel caso in cui si scegliesse di stabilirsi in modo permanente nella Terra del Fuoco”.
Bruce Chatwin viene espressamente richiamato; in certi momenti, si sente quasi il testo di Barbini fare rima – se così si può dire – con le sue celebri pagine. Non citato, ma credo comunque presente sullo sfondo, è invece il libro che aveva indotto lo scrittore britannico a intraprendere il suo viaggio in Patagonia: Quando ero ragazzo, Ultimo confine del mondo era uno dei miei libri preferiti. Avevo sempre desiderato seguire le orme di E. Lucas Bridges” annota Chatwin.
Bridges, terzo figlio di un reverendo anglicano insediatosi laggiù, era nato e aveva vissuto per molti anni proprio a Ushuaia. Nel suo corposo volume (568 pagine, più cartine e Indice delle materie e dei nomi) ci descrive, con precisione da naturalista, la geomorfologia, le condizioni di vita e le popolazioni (sia indigene che alloctone) di quelle estreme lande, così desolate.
Avevo accennato, prima, alla morte di Radowitzky. Voglio trascrivere, a conclusione, le parole (lievissime, e per me assai commoventi) con cui il narratore ce la racconta.
“Fece un lungo respiro per consentire ai polmoni di liberarsi dal dolore che avvertiva nel petto. Portò la mano al braccio sinistro e strinse con forza. Sentiva gli occhi stanchi. Dormire. Voleva dormire. (…) Fece ancora qualche passo. Si sedette sulla panchina e percepì ancora una volta il dolore di prima. (…) Si sdraiò sul prato e si abbandonò ai suoi ultimi pensieri. Guarda un albero e un bambino che gioca lì vicino e ripensa, guardando il bambino, ai giorni della sua infanzia. E decide che sono giorni lontanissimi. E forse l’immaginazione lo portò anche nel prato della sua casa in Ucraina dove sognò quel bambino con l’aquilone che ascoltava le letture del padre, là dove aveva vissuto la sua prima adolescenza. Quanti minuti trascorse in quel prato? La domanda è senza risposta. Il tempo non esiste più per Simón. Passò l’estate nella sua casa e arrivò l’inverno nella cella del bagno penale a indurire il suo cuore. Dagli alberi sopra di lui caddero le foglie. Caddero morte, e il suo cuore si gelò. Che così chiude gli occhi e interrompe il sogno”.
Si noti il succedersi dei piani di realtà, ben reso dall’alternarsi dei tempi verbali. Una pagina di grande letteratura.
Marco Grassano
Tito Barbini
Il fabbricante di giocattoli
Arkadia
Collana Senza rotta
2021, x pagine
14 €