La voce di Sophie Blind, protagonista di Divorzi di Susan Taubes (Fazi Editore, 2023, traduzione di Giuseppina Oneto), morta decapitata da un’auto mentre attraversava la strada, dall’obitorio racconta un mondo. Il proprio, quello di tutti coloro che si sono ritrovati a fuggire e per tutta la vita si sono sentiti estranei, non del tutto completi. E il proprio matrimonio.
Anche da morta il marito la comanda. Alla fine a scegliere è Ezra, l’odiato marito, dal quale Sophie si allontana e vuole divorziare, ma a cui rimane in un modo o nell’altro legata. In alcuni momenti, anche, sottomessa.
Ezra ha vinto come sempre: ha vinto perché Sophie è morta prima di apporre l’ultima firma sulle carte del divorzio, ed è così rimasta sua moglie. Ezra piange, ma in fondo è sollevato: «perché il destino non gli ha inflitto l’equivoco stato di divorziato». Ezra vuole infatti che la donna, sfigurata da un morte atroce, sia «identica alle foto del matrimonio».

Sophie confessa che lei non avrebbe mai voluto sposarsi né con lui né con altri. E, nonostante alla fine avesse ceduto, lei aveva vissuto all’insegna dell’amore libero, passando da un amante all’altro. Pur sposata con Ezra, Sophie ama Gaston, Nicholas e Ivan.
Davanti a quell’irremovibilità di Sophie e del suo «non voglio essere sposata con te», Ezra non può non considerare che «il matrimonio è sacro». Il marito ha provato di tutto, per tenerla legata a sé, anche chiederle se c’era qualcun altro. Ma Sophie, solo passando da un amore all’altro, si sente se stessa, vulnerabile, libera, ma anche avvolta da «una nudità che non potrà mai essere ricoperta».
La testa di Sophie racconta anche di psicanalisi e religione, deridendo la prima e sminuendo la seconda, con l’irriverenza di chi è figlia di un analista e nipote del rabbino capo di Budapest. Stesa sul lettino del suo, di analista, lo incalza con arroganza («di cosa vuole che parli: sesso? Padre? Madre? Enuresi notturna? Complesso di Elettra? Invidia del pene? Quello che vuole. Però sbrighiamoci»).
Sophie non crede né in Dio né in Freud; l’allontanarsi dall’ebraismo e il beffeggiare la psicanalisi sono “divorzi” della donna. Eppure in Sophie c’è la nostalgia di Dio. Così come il bisogno della psicanalisi, lo si percepisce dalla scrittura che a tratti diventa un’allucinata forma di delirio. La prima e l’ultima sezione di Divorzi, infatti, sono sperimentali: la teatralità frenetica e sincopata di alcuni botta e risposta coniugali ricorda Eliot, mentre il processo all’anima di Sophie, in cui contesa tra i rabbini e il padre, è una trovata di joyciana memoria.
Sophie racconta, con spietata lucidità, il rapporto coi genitori, divisa tra un padre che somiglia al Lear shakespeariano e una madre assente, che infesta la casa come un fantasma, una madre di cui Sophie finirà per ripercorrere le orme, replicandone il matrimonio burrascoso, il divorzio, gli amanti, i figli trascurati.
Ma Sophie Blind, «sfugge all’orribile sorte che subivano gli ebrei». E così Sophie ci racconta del viaggio in nave per gli Stati Uniti, di quella terra che lei voleva amare a tutti i costi, dei difficili mesi a Pittsburgh e della rinascita a New York. Eppure Budapest rimane indelebile, non riesce a liberarsi del suo passato, divorziare dalla sua infanzia di bambina ungherese: «l’Ungheria era il posto dove era nata e al quale apparteneva; l’Ungheria era la casa, […] erano le immense montagne, i laghi, le finestre, i fiumi. […] L’Ungheria erano le pianure: il pastore con il suo gregge e il cane».
Se Sophie Blind riesce a trovare una qualche pace, Susan Taubes no. La Taubes muore suicida poche settimane dopo l’uscita di Divorzi, suo unico romanzo, nelle gelide acque di Long Island, nell’Oceano che aveva attraversato a dieci anni. Susan Taubes ‒ ebrea ungherese autrice di un solo romanzo, figlia di uno psicanalista, che emigrò in America col padre nel 1939, insegnò alla Columbia University, fu amica di Susan Sontag ‒ condivide con Sophie Blind solo la nostalgia di una terra madre, un luogo sicuro nel quale vivere e sentirsi protetta.
Tutto il resto, quello che viene narrato nel romanzo, è il grido di una donna che non solo non si sente a casa e sicura in ogni posto, ma cerca di allontanarsi il più possibile dal patriarcato di matrice ebraica che la soffoca e la lacera. Il suicidio di Taubes non c’entra molto con Divorzi anche se nel romanzo sentono gli echi d’inquietudine e libertà della scrittrice.
Claudio Cherin
Susan Taubes
Divorzi
Traduzione di Giuseppina Oneto
Fazi Editore
Collana Le strade
2023, 322 pagine
19 €