La prende alla larga Fernando Rennis nel raccontare la storia dei Joy Division (Disorder, edito da Nottetempo). L’immagine dei quattro ragazzi, costruita sugli antefatti tardoadolescenziali, prodromici al diventare musicisti, si mescola alla scena globale di quegli anni, la fine dei Settanta, scena non solo musicale, Manchester centro d’elezione, fatta di molte scazzottate, di attardati teddy boys, qualche residuale hippy destinato a prenderle più di tutti, i punk e la svolta dark di cui Ian Curtis e compagni diventeranno gli emblemi.
Intorno a questo milieu agitato, in cui accanto ai Sex Pistols o ai Buzzcocks non mancano esperienze ad avviso di chi scrive ben più interessanti, per certi versi ancor più radicali, come quella dei Throbbing Gristle, il campo lungo è segnato dalla crisi profonda della società inglese.
Che, ovviamente, è economica, politica – la macchina della tradizione industriale sferraglia rumorosamente ma a vuoto: si susseguono licenziamenti, agitazioni sindacali, nelle “città sporche e fredde” aleggia la disillusione successiva al sogno libertario e ugualitario del decennio precedente.
Non v’è più alcun segno che faccia pensare a un miglioramento delle condizioni dei lavoratori, della gente comune, anzi, scrive l’autore, “per le strade del Regno Unito vagano orde di giovani che si sentono persi e traditi, lontani da se stessi, dal loro futuro. E, quando il futuro non c’è, ti prendi tutto il presente che hai: rifiuti le convenzioni, abbracci la ribellione, rompi tutto e con tutto”.

Il celebre slogan dei Sex Pistols (è il caso di definirlo, senza enfasi posticcia ,epocale), appare obbligato dalla storia… Se ora questo è lo scenario (l’abbrutimento generale, la penuria delle periferie, la sordità delle istituzioni), chi ha voglia e bisogno di non soccombere (se non a modo suo) inevitabilmente produce un’espressione di sé, un racconto artistico del momento che non può che essere duro, violento.
Se la violenza è diffusa, band scalcagnate e fan più o meno alcolici ne costruiscono un’altra peculiare, un tutti contro tutti dove i “concerti finiti in guerriglia” sono assai più numerosi delle normali esibizioni con pubblico ammodo che tale si limita a essere. In questo brodo di coltura i nostri quattro, “personaggi che hanno la scorza del Nord”, faticano a farsi strada, nemmeno troppo convinti, non sempre, non tutti – Ian Curtis sì, il cantante senza il quale il gruppo sarebbe stato inconcepibile nella memoria quanto nella realtà storica. A vent’anni è già sposato, ha un impiego, sta col partito conservatore: premesse inimmaginabili.
Non solo, e non solo lui, è affascinato dall’estetica nazista, accidente che potremmo sostanzialmente inquadrare come vettore per dire l’indicibile distanza, e il passo provocatorio, verso l’establishment – quanto il nome stesso del gruppo derivi dai lager, è noto, chi non lo sa può scoprirlo ora, assieme al fatto che all’inizio si chiamavano Warsaw, come un bellissimo brano di Bowie, nome che furono costretti a cambiare una volta scoperto che era già appannaggio di un altro gruppo.
In verità il ragazzo è assai inquieto, scrive e legge, ama la poesia, è un autodidatta cui non manca l’acume per capire il valore di Burroughs o Ballard, nonché quello dei grandi come Kafka e Dostoevskij. Alienazione, straniamento, vuoto abissale e desolazione: questi testi fanno parte di una topografia tematica certo non nuova, ma inscritta ora in uno spazio ben determinato, di un tempo brevissimo per altro, due soli veri album (partoriti dalla Factory, l’etichetta cui l’autore del libro ha già dedicato altri studi, da non dimenticare per esempio per la speciale cura delle due copertine, quella del primo disco, Unknown Pleasures, 1979, soprattutto).
Due dischi paradossalmente lucenti nella loro irrimediabile cupezza – la scurissima tonalità di quel tempo livido come può esserlo un cielo inglese, austero e brutale. Rennis mostra come il di più squisitamente musicale e poetico che li stacca dal punk morto in fretta e con la stessa furia con cui era esploso non sarà sufficiente a fargli scalare le classifiche, ma sì a conferire loro un prestigio mai esaurito all’interno di circuiti poco mainstream, nonostante gli evidenti limiti tecnici della band. Capace tuttavia di creare un sound talmente peculiare da risuonare ben oltre l’aspetto puramente materiale, fonico, dal fascino che nel tempo la morte volontaria di Curtis ha ovviamente proiettato nella sfera del mito. Cose note.
Ora, il libro di Rennis è costruito con una cura si può dire agguerrita dei dettagli, un passo narrativo disinvolto, una cronaca capillare di quanto accadeva nel mondo musicale di Manchester e dintorni. Fatti e misfatti (il formarsi ed esibirsi delle band, più o meno riuscite o abortite, i giornalisti, i produttori, talora immaginari, gli intrusi, il pubblico, le risse) ben restituiscono gli umori del tempo e dei luoghi, ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto essere di una stagione nera e intensa, nemmeno troppo effimera se si guarda al dopo.
Nella musica ipnotica e ossessiva dei Joy Division si scriveva, pur senza speranze, una sorta di reazione a suo modo romantica alla politica del nascente neoliberismo, reazione contrassegnata, Mark Fisher dixit, da “un imperativo esistenziale”.
Una musica scabra ma ricca di risonanze, i cui brani vengono riletti da Rennis alla luce delle loro singole caratteristiche, nella pulsazione insieme semplice e spiazzante di basso e batteria, nei riff di chitarre lavorate in sovraincisione e nella voce profonda e spettrale di Ian Curtis, da fine della storia, eppure seminale per ciò che venne dopo.
Per fortuna, c’era stata vita dopo John Lydon.
Michele Lupo
Fernando Rennis
Disorder
La storia dei Joy Division
Nottetempo
2026, 300 pagine
20 €