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Voi siete qui: Biblioteca » Recensione di “Desiderare Bowie” di Massimo Palma

27 Gennaio 2026

Recensione di “Desiderare Bowie” di Massimo Palma

Chissà se David Bowie, di cui molto si sono occupati i giornali nelle scorse settimane per ricordarne il decennale della morte, fosse al corrente del nesso etimologico che lega il termine desiderio – centrale nel recente saggio che gli ha dedicato Massimo Palma, Desiderare Bowie, editore Nottetempo – con le stelle.

Star come nessun altro, il Bowie di Palma è un uomo fatto di personae, la prima delle quali, Ziggy Stardust, l’alieno androgino, scende sulla Terra da Marte: quella per così dire cosmica, pare l’ossessione prevalente, e che tornerà fino alla fine (e chissà se sia un caso che il Bowie artisticamente migliore, ad avviso opinabilissimo dello scrivente, sia quello berlinese, complice l’amico Eno, a sua volta di casa fra i vecchi corrieri cosmici degli anni Settanta).

Ora, l’uno scisso e moltiplicato è concetto persino abusato nel Novecento: laddove il cuore ghiacciato del prismatico Bowie, a cui parrebbe sottratto un centro, un nucleo-io, sfugge a ogni tentativo di svelamento definitivo. Come se l‘uomo mancasse a sé stesso e fosse perciò il primo a desiderarsi.

Palma, consapevole di questo, più che affaticarsi a cercarlo registra come questo centro vuoto conviva con una volontà determinatissima a inventare prima e mollare poi – sempre velocemente – le sue maschere (e bene fa l’autore a ricordare l’influenza del mimo e coreografo Lindsay Kemp).

Desiderare Bowie si colloca deliberatamente fuori dal recinto della biografia musicale, e lo fa con una scelta che è insieme teorica e politica: sottrarre Bowie alla cronaca dell’eccezionalità per restituirlo a una zona più instabile, quella del desiderio come forza impersonale, mobile, mai del tutto appropriabile.

Palma utilizza Bowie come figura euristica, come banco di prova per interrogare ciò che desideriamo quando diciamo di desiderare un artista.

Il primo movimento argomentativo del libro riguarda infatti lo statuto dell’icona. Bowie è trattato come una superficie intensiva: ciò che conta non è cosa Bowie fosse “davvero”, bensì come abbia funzionato (“Bowie è un ventriloquo”, scriveva anni fa Simon Critchley).

Palma insiste su questo punto con una scrittura che rifugge la mitologia e preferisce la fenomenologia: Bowie è ciò che accade nello spazio tra performer e pubblico, tra esposizione e proiezione. Un oggetto di desiderio che non si lascia consumare, perché continuamente differito dalle proprie metamorfosi.

Pertanto la riflessione sul desiderio come mancanza è superata per indagarlo come circuito produttivo. In Desiderare Bowie il desiderio non è nostalgia né feticismo retroattivo; è un meccanismo che mette in moto identità, posture, stili di vita (Palma li ripercorre uno a uno, e non serve ricordarli qui).

Bowie non viene desiderato malgrado la sua artificiosità, ma attraverso di essa. Anzi, Palma suggerisce che proprio l’eccesso di costruzione — il trucco, la teatralità, l’ambiguità sessuale mai pacificata — renda Bowie una figura paradigmatica della modernità culturale, dove l’autenticità è concetto assai precario: meno interessante della sua messa in scena.

Qui entra in gioco la questione queer; non come etichetta celebrativa né come chiave totalizzante. Palma lo tratta piuttosto come una modalità del desiderio che destabilizza le identità e ne mostra la natura performativa.

L’altro che Bowie pare condannato a divenire si rende desiderabile e insieme inquietante: costringe lo spettatore a riconoscersi in ciò che eccede le categorie. Non trascurabile inoltre il rapporto tra desiderio e mercato. Il rischio lì sarebbe di cadere nella trappola — sempre in agguato — di contrapporre arte e industria come poli morali.

Cosa che non accade: Bowie è pienamente dentro il capitalismo culturale, e proprio per questo interessante, perché riesce a far funzionare il desiderio come surplus, come qualcosa che non si lascia ridurre al consumo immediato.

Il libro suggerisce, con una certa ironia di fondo, che Bowie abbia intuito che il vero valore più che nel prodotto sia nella tensione che il prodotto genera e non risolve mai del tutto. Il testo procede per accumulo di riferimenti teorici, osservazioni dei contesti psicogeografici, (particolarmente interessanti le pagine sul Bowie americano, specie il primo, adrenalinico), analisi delle posture artistiche; chiede al lettore una partecipazione attiva perché costringe a spostare l’attenzione dal personaggio al processo.

E che usa una figura iper-esposta per parlare di ciò che, paradossalmente, resta opaco: perché desideriamo, come desideriamo, e cosa accade quando l’oggetto del desiderio ci restituisce lo sguardo. Palma non chiude il discorso, lo lascia aperto — come si fa con le cose che continuano a funzionare anche quando sembrano finite.

Michele Lupo

Massimo Palma
Desiderare Bowie
Nottetempo
Collana Cronache
2025, 156 pagine
15,50 €

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