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Voi siete qui: Biblioteca » Cotroneo e il demone della perfezione di Benedetti Michelangeli

29 Maggio 2020

Cotroneo e il demone della perfezione di Benedetti Michelangeli

ABM, pianista fra i leggendari del ‘900, adorato dal pubblico, non troppo amato dai colleghi musicisti, specie dai direttori d’orchestra (ricambiati) – e lì le idiosincrasie, le ombrose stravaganze dell’uomo giocarono la loro parte. ABM è Arturo Benedetti Michelangeli, così per brevità lo chiama Roberto Cotroneo ne Il demone della perfezione, uscito da poco per i tipi di Neri Pozza.

Robero Cotroneo, Il demone della perfezione

Persino il prodigio tecnico proverbiale, l’esattezza maniacale del gesto gli procurarono paradossalmente non poche incomprensioni; il suo suono spesso “faceva storcere il naso a molti appassionati, musicologi, critici”. A molti di loro sembrava freddo; in realtà questa “reincarnazione di Liszt” (definizione di Alfred Cortot), fu grande pianista da subito – come era scritto nell’impressionante esordio a sei anni (!) in quel di Brescia, un giorno d’inverno del 1926.

Uomo di provincia (ma presto anche “celebrità mondiale”), negli USA negli anni Quaranta ancora suscitò qualche sospetto perché considerato “troppo romantico e trascendentale”. Sì da influenzare il suscettibile ma fragile genio di un uomo le cui origini rendevano sensibile al giudizio del mondo che contava; forse questo provocò una forzatura nella direzione parossistica del controllo – questa l’ipotesi di Cotroneo, che ricorda invece come l’ossessiva precisione dell’arte pianistica di Benedetti Michelangeli era messa in carico da Alberto Arbasino alla malinconia saturnina – archetipo che tiene spesso insieme il rigore dell’artista e la personalità di un “caratteriale”.

L’opposto per dire dell’inviso Vladimir Horowitz: tanto vitalista l’esule russo a New York quanto ascetico l’altro – maestro di altri grandi pianisti come Pollini e Argerich (per poco a dire il vero), capace in concerto di “una concentrazione totale e quasi disumana” (lo scriveva Ettore Mo nel 1977 a proposito di un concerto in Vaticano).

Interprete di un repertorio assai ridotto e non del tutto coerente (laddove il quasi totale ostracismo di Glenn Gould per l’Ottocento romantico una sua, seppur stravagante, coerenza l’aveva), Benedetti Michelangeli, “l’ultimo dei romantici”, il pianista monarchico che per uno sbrego d’aria umida era capace di annullare all’ultimo momento concerti attesi da mesi, era anche un uomo banalmente generoso. Una religiosità la sua immediatamente tradotta in attenzione per le persone in difficoltà – tanto da raccomandare al suo commercialista di lasciargli quello che gli serviva per vivere e il resto donarlo in beneficenza.

Era “un uomo assai meno timido di quanto apparisse dalle rare interviste”, persino narratore di fole mirabolanti, come l’essere stato un eccellente ciclista e aver vinto un giro di Lombardia – a giudizio di Cotroneo per “un senso della realtà vaghissimo” – capace di coltivare passioni frivole come quelle per le belle auto, Ferrari in testa, con le quali sfrecciava spericolato mettendo a rischio la vita propria e altrui (“Uno psicoanalista direbbe che questo modo di affrontare la strada, con una guida non soltanto sportiva, ma a velocità folli, non era altro che una pulsione di morte. Forse. Forse c’era qualcosa che lo spingeva a sfidare il destino”).

Di bizze nella vita di Benedetti Mchelangeli non si era mai a corto, fuori e dentro il suo campo, L’agile volumetto ne racconta molte in brevi capitoli sospesi fra vita privata e artistica (di cui preme mettere in conto almeno le mirabilie dei Preludi debussyani o l’impareggiabile Gaspard de la nuit di Ravel).

Basti ricordare il terribile attaccabrighe delle sale d’incisione o il minaccioso esecutore sempre in punta di prendere cappello: in Giappone, insoddisfatto della strumentazione fornita in loco, prima pretese vanamente di farsi arrivare il suo strumento poi chiese al direttore Celibidache di cacciare dall’orchestra tutti i musicisti indigeni – risultato: i due non si parlarono per dodici anni. Ed era fra i direttori quello che più gli andava a genio.

Michele Lupo

Roberto Cotroneo
Il demone della perfezione
Neri Pozza
2020, 144 pagine
16,50 €

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