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Voi siete qui: Teatro & Cinema » Recensione del film “Paris, Texas” di Wim Wenders

25 Luglio 2018

Recensione del film “Paris, Texas” di Wim Wenders

Questa volta parliamo di un grande cineasta tedesco, Wim Wenders, e di uno dei suoi capolavori: “Paris, Texas” (1984).
Dunque, Wim (Ernst Wilhelm) Wenders nasce nel 1945 e, dopo un fallito tentativo di seguire le orme paterne e studiare medicina, si avvicina alle arti figurative, alla fotografia e al cinema.

Natassja Kinski nel film "Paris, Texas" di Wim Wenders (foto: Twentieth Century Fox/Everett/Rex Features)Quando si parla della sua carriera si cita il cosiddetto “nuovo cinema tedesco” della fine degli anni Sessanta (“Neue Deutsche Kino”). Tuttavia, a differenza di quanto successo in Francia con la Nouvelle Vague, in Italia con il Neo Realismo o anche negli Stati Uniti, i registi tedeschi non formano un vero e proprio movimento, ma sono accomunati soltanto dall’esordio nello stesso periodo.

Werner Herzog, Alexander Kluge, Reiner Werner Fassbinder (per citare solo i più rappresentativi) sono tutti autori che hanno lasciato un segno importante nel cinema e di cui parlerò sicuramente ancora. Per chiudere questo discorso, voglio ricordare che il film “Paris, Texas” è dedicato alla giornalista cinematografica Lotte H. Eisner, morta durante le riprese del film e che – secondo il parere dello stesso Wenders – aveva dato un contributo molto importante per la diffusione del “nuovo cinema tedesco”.

Nella filmografia di Wenders ci sono alcuni temi ricorrenti: lo spazio, il tempo e il rapporto suono-immagine. Dall’unione di spazio e tempo, scaturisce il concetto di viaggio, che è alla base di tutto il suo cinema, e di “Paris, Texas”.

Rispetto alla musica, sono note alcune collaborazioni con i più famosi artisti contemporanei, oltreché alcuni docu-film: “Buena Vista Social Club” (sulla musica cubana) o “Pina” (sulla grande danzatrice Pina Bausch).


Prima di parlare di “Paris, Texas” voglio soffermarmi, però, sull’attività di fotografo di Wenders. Ho avuto la fortuna, due anni fa di vedere la mostra allestita a Villa Pansa di Varese, nelle cui sale erano state esposte in grande formato, 34 opere che il maestro tedesco aveva realizzato nell’arco di trent’anni. Bellissima: sembrava proprio di vedere in immagini quello che Edward Hopper aveva realizzato con i pennelli.

Come fotografo, per me, viaggiare significa andare da qualche parte senza alcuna intenzione, diventare la voce di quel posto e lasciare che sia lui a sussurrarmi la sua storia. Da regista, invece, faccio esattamente il contrario: vado in un luogo preciso con una sceneggiatura prestabilita. Se come regista sono colui che racconta la storia, come fotografo, sono l’ascoltatore.

Introdotti dalle sue stesse parole, eccoci allora al suo cinema.

“Paris,Texas” (Palma d’Oro al Festival di Cannes nel 1984) è un film di grande bellezza formale e di profonda complessità tematica. È un film indipendente (girato senza i soldi delle grandi majors, dopo le pressioni a cui era stato sottoposto Wenders per il lavoro precedente, “Hammett”), che nasce dall’incontro con Sam Shepard, co-sceneggiatore.

Racconta del viaggio che Travis (il protagonista) compie attraverso il deserto americano, attraverso lo spazio vuoto, la solitudine, il nulla. Travis è un uomo che ha fatto della sua vita un deserto. Solo a metà pellicola, viene svelato anche il perché del suo peregrinare. C’è, di fondo, la disgregazione dei suoi rapporti familiari e – in senso più ampio – un discorso sull’incomunicabilità nei rapporti umani. Facile il riferimento a uno dei maestri riconosciuti del regista tedesco: Michelangelo Antonioni.

Volendo ricercare altre matrici culturali, il film ricorda in campo letterario, alcuni racconti di Raymond Carver. Invece le inquadrature e la fotografia (a opera del fidato Robby Müller) rimandano al già citato Hopper, il pittore delle grandi solitudini, “il pittore che dipinge il silenzio”.
Il commento sonoro è affidato alle poche e malinconiche note della chitarra di Ry Cooder, il quale in questa occasione fa largo uso di steel guitars (letteralmente “chitarre d’acciaio”, strumenti sempre a corda, ma costruiti con l’acciaio che viene fatto scivolare sulle corde).

Note e curiosità

La pellicola prende il titolo da una città del Texas, Paris, appunto, capoluogo della contea di Lamar.

Il film di Wenders ha ispirato il nome di due band musicali: i “Travis” e i “Texas”. Si tratta di due formazioni, entrambe scozzesi, che dichiarano di essersi ispirate a “Paris, Texas”.

Poco meno di un anno fa, il 16 settembre 2017, a 91 anni è morto Dean Stanton. Nella sua lunga carriera ha girato molte pellicole, ma il suo nome resta legato all’interpretazione di Travis.

Curiosa questa dichiarazione di Wim Wenders: “Mi hanno mandato delle foto di un peep-show in Brasile che si chiamava “Paris, Texas” e che funzionava esattamente con il nostro sistema. Ma alla fine è un luogo che non esiste.”
L S D

Didascalia:

Natassja Kinski nel film “Paris, Texas” di Wim Wenders (foto: Twentieth Century Fox/Everett/Rex Features)

Paris, Texas

  • Regia: Wim Wenders
  • Interpreti: Harry Dean Stanton, Nastassja Kinski, Dean Stockwell, Aurore Clément, Hunter Carson, Bernhard Wicki
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