Recensione di “Dante in love” di Giuseppe Conte (Giunti editore).
Mi viene in mente, di primo acchito, una delle fulminanti “Tragedie in due battute”, di Achille Campanile:
– Il Tale: “Si viaggia meglio in ferrovia che in automobile, come dice Dante”.
– L’Altro: “Dante non s’è mai sognato di dire una cosa simile!”.
– Il Tale: “Ma non parlo di Dante Alighieri, parlo d’un mio amico che si chiama Dante”.
Il Dante che compare in queste pagine è invece proprio l’autore della Commedia e della Vita Nova. Giuseppe Conte immagina che una volta all’anno, in coincidenza con la data del viaggio ultraterreno descritto nei suoi versi, l’ombra del Poeta, impercettibile a tutti, torni nella sua città a trascorrere le ore dal tramonto all’alba.
Questo ha deciso l’Altissimo, ricevendone l’anima in Cielo, e questo dovrà ripetersi mentre “vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole”, o finché il Fiorentino non ami, riamato, una donna in carne e ossa.

Il ritorno a Firenze
Siamo ormai alla settecentesima notte. Lo spirito magno racconta a un ipotetico lettore (cui si rivolge con un “tu” quasi montaliano…) come ha visto mutare, di volta in volta, le cose attorno a lui, soprattutto le donne, rimaste “sua passion predominante”. Osserva e fiuta le passanti con avidità, e si rammarica di essere “libero dal peso della carne” e di non poterle quindi più toccare.
Non si allontana mai dal Battistero, punto fisso di ancoraggio e di osservazione. La studiosa e poetessa francese Jacqueline Risset, traduttrice della Commedia, nel suo bel libro “Dante. Una vita” (1995) – citato anche da Conte – lo immagina così: “Cammina per la città rumorosa e viva, nel cui cuore abita, a quattro passi dal Battistero che è già il suo osservatorio preferito, e la sua testa è tutta piena di visioni”.
Mutano i vestiti, i costumi, gli oggetti della quotidianità. Da un po’ di anni, sono comparsi “quei piccoli apparecchi rettangolari che al buio emettono un bagliore istantaneo” con cui i turisti (i quali si esprimono, come all’Inferno, in “diverse lingue”, che non sono però affatto percepite come “orribili favelle”) fanno “fotografie” (pag. 11; ma altrove – es. pag. 20 – le stesse vengono chiamate “immagini dipinte”).
L’anno passato, quando le strade erano deserte e si udivano “soltanto le sirene delle auto della polizia o delle ambulanze”, tutti avevano “la bocca e il naso coperti”. Dante intuisce che doveva essere successo qualcosa di grave, probabilmente una pestilenza: “non so che cos’era, ma qualunque cosa fosse l’hanno dimenticata”, osserva (purtroppo a ragione).
Amazing Grace
Accanto a lui, già da alcune “visite” annuali, riposa un giovane “senza dimora fissa”. Ricorda di aver visto una ragazza soccorrerlo con generi di conforto. Quando la polizia arresta il clochard, perché un barista dichiara che gli ha rubato due birre, ricompare la donna e cerca inutilmente di aiutarlo. Dante la osserva meglio, comincia a sentirsene attratto. Quando poi lei si allontana, per la prima volta lascia il Battistero e la segue per le vie della città. Ritrova con emozione l’Arno, il suo odore, i suoi sfavillii notturni (ricordate la vecchia canzone? “Sull’Arno d’argento si specchia il firmamento…”).
La vede – e sente – parlare con un’amica, difendersi atleticamente dall’aggressione di due balordi che vengono messi in precipitosa fuga, fare una consumazione ai tavolini esterni di un bar, dove posa la sua mano immateriale su quella della ragazza. Scopre che si chiama Grace (Grazia…) e che è americana. La segue fino al suo appartamento e vi entra con lei. Anche varcare la soglia di uno spazio chiuso è qualcosa che fa per la prima volta, da quando è “anima”.
Arriva un corteggiatore un po’ grossolano, che però viene presto messo alla porta. La donna si accomoda sul divano e prende un libro, iniziando a leggere ad alta voce. È la Commedia, il Canto V, i versi su Paolo e Francesca. Quando arriva in fondo, commossa, chiude il libro e dà un bacio all’immagine di Dante riprodotta in copertina. Il Poeta sente che forse è arrivato il momento in cui può essere finalmente liberato dal suo eterno ritorno, perché ama questa donna che mostra, in qualche modo, di amarlo. Ma non è più così convinto, vorrebbe potersi rifare carne, per stare accanto a lei….
L’alba ormai si avvicina. Deve tornare al Battistero e, quindi, “lassù”. Il senzatetto è di nuovo al suo posto. Dante scopre con stupore che l’uomo lo può vedere, e comunica con lui. Infatti, è un angelo (Ariele, come lo spiritello della Tempesta di Shakespeare…) che ha chiesto a Dio, ottenendolo, di potersi fare uomo, ma se ne è assai presto pentito, tanto misera è l’esistenza terrena.
Dante è ancora in preda ai suoi dubbi, se tornare in cielo per sempre o restare con Grace, “che no e sì nel capo gli tenciona”. Cosa farà? Come spiega Conte nelle pagine successive, la scelta tocca al lettore…
Non solo Dante
La prosa è compatta, lucida, evocativa, di grande qualità. Subito all’inizio, si può osservare un simpatico ammiccamento del Maestro Giuseppe Conte (“Guarda, dilaga nell’aria tra le vie e le case come un’acqua cupa”) al Maestro Paolo Conte (“Ci provi lo specchio a inghiottire Nella sua acqua cupa Non l’apparenza, ma il volto Che l’assenza, sciupa”).
Ma le strizzatine d’occhio, ironiche o ad alto livello, si susseguono fitte. Qualche esempio. A Baudelaire (“fingo che tu possa sentirmi, canaglia, fratello”, pag 14). A una graziosa esponente politica toscana (“Sulle bocche di certi uomini e di certe donne al potere in questi ultimi anni ho sentito spesso il glorioso accento mio e della mia città (…), ma di una di loro mi sono assai compiaciuto, e certo nella lista delle sessanta più belle l’avrei messa e la metterei…”, pag. 28). A Shakespeare (“Sono della stessa sostanza dell’aria”, pag. 33; “In un modo ricco e strano”, pag. 126). A Pascoli (“Sorpreso da una felicità nuova”, pag. 42).
A Marguerite Yourcenar (“Povera anima infreddolita”, pag. 44). A Nietzsche (“Umano e più che umano”, pag. 65). Ad Anacreonte tradotto da Quasimodo (“Amore … ha la forza bruta di un taglialegna”, pag. 76). A Quevedo (“Sono un’ombra, ma un’ombra che ti ama”, pag. 95). All’Antigone di Sofocle (“L’uomo ha asservito tutto il creato, percorre le vie del cielo…”, pag. 101). A Saffo (“La lettura li fa impallidire, gli secca la gola, hanno piccoli tremori alle labbra”, pag. 116). A Ungaretti (“Eccoci per strada, in un gomitolo di vicoli”, pag. 129). E così via, scorrendo le pagine. Innumerevoli, ovviamente, le espressioni che riconducono a luoghi danteschi.
In conclusione: un libro che si legge con grande piacere, e che, in più, apre cortocircuiti con altre letture, suscitando un gran desiderio di riprenderle…
Provate anche voi l’esperienza, ve la consiglio!
Marco Grassano
- PS: Giovedì 11 febbraio alle ore 15.30 il poeta Giuseppe Conte racconterà “Dante in love” in diretta sulla pagina Facebook di Giunti Editore per il ciclo di incontri #GiuntiLive.
Giuseppe Conte
Dante in love
Giunti
Collana Scrittori Giunti
2021, 204 pagine
17 €