Annus horribilis quello che volge al termine, ma non sarà da archiviare come del tutto sterile. Chi scrive queste righe, per esempio, ha fatto in tempo a visitare qualche mostra, nelle finestre di libertà tra un lockdown e l’altro. Sono passati tre mesi dall’inaugurazione al Palazzo Tarasconi di Parma di “Ligabue e Vitaloni. Dare voce alla natura”, eppure negli occhi ho ancora vivi i colori del pittore di Gualtieri (e le sculture iperrealiste dell’artista brianzolo).
Mi sono rimaste impresse le opere di Ligabue senza dubbio per la loro potenza espressiva, ma anche perché ho fato seguire la visita della mostra dalla lettura del bel romanzo di Novita Amadei, “Il cuore è una selva”. L’ha pubblicato Neri Pozza nella collana “Bloom”, terzo romanzo dell’autrice per l’editore vicentino dopo “Finché notte non sia più” e “Dentro c’è una strada per Parigi”.

Ne “Il cuore è una selva” Ligabue non viene mai menzionato con il suo nome, ma la storia che Novita (con l’accento rigorosamente sulla O) racconta è proprio la sua, insieme fedele e romanzata. Frutto di fantasia che poggia su un attento e articolato lavoro di ricerca e documentazione, per il quale l’autrice si è avvalsa di una rete di “informatori” sul posto – lei vive in Francia – che comprende anche la sua famiglia.
Lo stesso principio che era servito a Marguerite Yourcenar per plasmare la figura di Adriano. A questo proposito ha scritto nei “Taccuini di appunti” alle “Memorie di Adriano”: “Checché si faccia, si ricostruisce sempre il monumento a proprio modo; è già molto adoperare pietre vere”. Alla Yourcenar l’imprese è riuscita talmente bene che ora nell’immaginario collettivo Adriano è il “suo” Adriano.
Succederà un po’ così anche ai lettori di questo romanzo: non potranno più guardare a Ligabue e alle sue opere con gli occhi di prima. Tanto per cominciare “il matto” – così lo chiama Novita Amadei – è “un’anima di sghembo” in grado di vedere ciò che non vedono gli altri. “Individuava, nel cielo, la posizione delle stelle più piccole e riconosceva lumache e merli che alla gente comune risultavano identici. Il suo sguardo coglieva particolari che la sua mente poi fissava indelebili”.
E se la comunicazione con gli altri gli risulta assai difficile per via diretta, è attraverso l’arte che manifesta le proprie emozioni. Con la pittura (e la scultura, non va dimenticato) dà vita al suo mondo interiore, selvaggio e movimentato quanto quello esterno. La natura è il ponte di collegamento tra i due universi, il linguaggio in comune. Per maneggiarla con perizia l’autrice utilizza il gergo e il dialetto di una comunità, di una società contadina a cavallo della Seconda guerra mondiale che vive non solo nei pressi di un fiume ma anche “del” fiume. Lo capisce anche il matto che “tutto ha bisogno di un nome per esistere, perfino il vuoto fra due tavole di legno – comento – e che un nome è perduto se nessuno lo chiama”.
La comunicazione non è un problema esclusivo del matto. È anzi ciò che accomuna tutti i personaggi della storia (e a ben ragionarci, potremmo dire anche la vita di tutti noi…): Don Aldino e Serafino il “Perpetuo”, le amiche Bianca e Lucia, i fratelli Walter e Renato – così diversi che uno diventerà fascista e l’altro partigiano, i loro genitori (e di Bianca), il Mario e la Lina. Ma anche l’ingegnere Möller, alle prese con la rappresentazione topografica di un territorio che non riesce in realtà a comprendere. Del resto, come potrebbe rendere in tedesco i termini “bugno” e “piede di terra”?
Eppure comunicare è un’esigenza umana insopprimibile e in qualche modo si finisce col parlare anche con il nemico, con il diverso, con il matto. Bianca avrà modo di constatare che davvero “le parole fabbricano la realtà”. Anche se, da parte sua, “el mätt” ha già imparato che “la parola è un riparo incerto e l’amore non porta la felicità”.
Peraltro i personaggi hanno problemi di comunicazione anche con se stessi, come dimostrano i dubbi sui propri sentimenti. Bianca su tutti. Quando il matto le regala per il suo compleanno un piccolo leone d’argilla cotto nel forno del pane la ragazza ha una reazione che i vecchi dell’osteria non comprendono e forse nemmeno lei stessa, perché “il cuore è una pozza e vederci chiaro è tutta una faccenda”. Dubbi e fragilità – anche teologiche – sconquassano l’anima di don Aldino. Serafino perderà la ragione quando verrà meno la sua ragion d’essere, finendo col diventare più matto del matto. La guerra fa le sue vittime, divide amici, fratelli e compaesani, tra propaganda e miseria, violenza e il silenzio di Dio, in attesa della Sua primavera.
Amore e gelosia, arte e sofferenza sono gli ingredienti principali de “Il cuore è una selva”. Ma il romanzo mette anche appetito! Che si parli di pasticcio di lepre o di anguilla al vino, tagliatelle al ragù d’anatra o stracotto di somarina, crostata di succhelle o budino di cotognata. Fino al Savarin consigliato dall’Artusi “per squisitezza ed eleganza” (ma quanto amare saranno quelle mandorle!). E poi ci sono le Elegie di Rilke, il Proclama Alexander e la Linea “cotica” per Gotica. E naturalmente i quadri del matto con le tigri e i serpenti e finanche un suo autoritratto con la mosca sulla fronte.
Ha ragione Sandra Petrignani: “Quella di Novita Amadei è una voce grande, calma, delicata”. Il lettore entra ed esce da “Il cuore è una selva” con la sensazione di sfogliare l’album fotografico di famiglia: immagini virate seppia di un mondo che non esiste più, ma che ha lasciato qualcosa di sé. Ricordi, ricette e la grande arte di Ligabue.
Saul Stucchi
Novita Amadei
Il cuore è una selva
Neri Pozza
Collana Bloom
2020, 272 pagine
18 €