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Voi siete qui: Biblioteca » “Cuore di ghiaia” del Premio Nobel Abdulrazak Gurnah

14 Luglio 2023

“Cuore di ghiaia” del Premio Nobel Abdulrazak Gurnah

«Mio padre non mi voleva. Arrivai a questa consapevolezza quand’ero molto piccolo, ancora prima di capire cosa stavo perdendo e molto tempo prima di poterne immaginare la ragione», sostiene Salim, il protagonista del romanzo Cuore di ghiaia del Premio Nobel 2021 per la letteratura Abdulrazak Gurnah (tradotto da Alberto Cristofori per La nave di Teseo).

Per buona parte della sua vita Salim si trova a cercare di capire e di colmare, attraverso ricordi e parole rubate dai discorsi dei grandi, quella distanza che c’è tra lui e il padre. Pur consapevole che «i bambini possono fissare molti ricordi», e non «è sempre sicuro che ricordino tutto com’era» veramente, sa che ci deve essere pur stato un momento, in cui il padre non lo «teneva a distanza con un gelido silenzio». Ma gli faceva fare le capriole e lo coccolava. Questa convinzione lo perseguita per tutta l’infanzia, per tutta l’adolescenza fino alla maturità.

Abdulrazak Gurnah, Cuore di ghiaia, La nave di Teseo

Fin dai suoi primi ricordi il padre di Salim è «già l’uomo silenzioso che conobbi in seguito». Si separa da lui e dalla famiglia senza un motivo preciso. E in quello che rimane della famiglia, dell’uomo si racconta poco. È stato un insegnante della scuola coranica che, poi, ha insegnato anche nella scuola pubblica, perché i genitori dei bambini pensavano che la scuola pubblica li avrebbe corrotti, con tutte quelle nozioni non sempre in linea con il Corano.

Il punto di vista limitato del bambino e del ragazzo, poi, non dà al lettore la possibilità di comprendere dove si svolga la storia. Né si capisce come mai il padre a un certo punto sia costretto ad andare all’estero. Una chiarificazione arriva nell’ultima parte del romanzo dove si comprende che la storia si svolge in Tanzania, in un paese vicino alla grande città, e che nel frattempo ci sono stati dei cambiamenti politici importanti che hanno portato all’indipendenza prima, e a un nuovo regime politico instabile poi, e che Salim appartiene a una minoranza musulmana.

Il protagonista, e narratore in prima persona, vive con la madre e con lo zio Amir, un uomo colto e brillante, che riesce a fare carriera e a diventare addirittura ambasciatore in Inghilterra. La madre, invece, vive senza sentire la mancanza del padre di Salim. Ma finisce per avere una nuova vita, sposando un altro uomo, un importante funzionario del regime. Uno di quelli che ha la fortuna di essere un uomo chiave anche nei momenti di instabilità.

Quando Salim ha diciassette anni la madre e lo zio decidono cosa sia meglio per lui: andare in Inghilterra a studiare economia e commercio, per poi seguire la strada percorsa dallo zio e diventare funzionario dell’ambasciata e, nel caso, fare carriera.

Salim accetta quella proposta e, con una certa gioia, abbandona il Paese. Rimarrà in contatto con la madre a cui manderà lunghe lettere, nelle quali si fingerà felice degli studi e di quello che ha intorno. L’Inghilterra è un luogo che lo attrae, come lo attirano la vista della Londra dei locali, dove incontra coetanei. Dove si innamora e dove, per la prima volta, si strugge per amori non ricambiati. Conosce amori fuggevoli, insegue storie di una notte o poco più.

Londra è anche il luogo in cui diventa indipendente e sceglie la propria strada: non vuole studiare economia e commercio, ma vuole conoscere e studiare letteratura inglese, per diventare (forse per seguire le orme paterne) un insegnate. Così dopo aver litigato con lo zio, che lo mantiene, decide di trovarsi un posto tutto suo e iscriversi alla facoltà di lettere. Per provvedere a sé, fa lavori stancanti e mal pagati. Viene a contatto con il mondo vero, fatto di persone che sono emigrate quasi tutte dall’Africa, per avere la possibilità di una nuova vita. E ricongiungersi con le donne amate, anche loro esuli, ma costrette dalle necessità a lavorare altrove.

Salim comprende quindi che la vita non ha obblighi, e non deve niente a nessuno. Che, se può, limita e trincia, senza alcuna preoccupazione, tutti i sogni e le speranze di chi arriva in un nuovo Paese. Dopo diverse storie d’amore, Salim riesce a trovare una donna da amare.

Billie, la ragazza di cui si innamora perdutamente, gli dice che visto che è musulmano la sua famiglia non le permette di frequentarlo. «Mia madre si ucciderebbe», dice la ragazza e tronca la relazione. La famiglia inglese alla quale appartiene non sarebbe in gradi di sostenere “il peso” (come se lo fosse!) di avere come un genero un «negro e musulmano dell’Africa». Nel frattempo, alle lettere bugiarde che scrive alla madre sostituisce lunghe telefonate.

Ben presto, però, la madre si ammala di cuore. E poco prima di Capodanno muore. Dallo zio viene a sapere che la madre non solo è morta, ma anche seppellita. In una telefonata di condoglianze la sorellastra Murinira rivela a Salim che il padre, dopo una lunga assenza dal villaggio, è tornato. Salim si chiede, allora, se non sia arrivato il momento di sapere per quale motivo suo padre sia stato così freddo nei confronti della moglie e del mondo e verso il “se stesso bambino”.

Salim ha vissuto con l’idea che i padri, tutti «i padri non sono sempre facili, soprattutto se a loro volta sono cresciuti senza l’amore del padre, perché in questo caso tutto quello che sanno li portava a capire che i padri dovevano far andare le cose come volevano, in un modo o nell’altro. Inoltre i padri, come tutti, devono affrontare l’inesorabilità con cui procede la vita, e hanno il loro fragile io da lenire e sostenere, e devono esserci molti momenti in cui hanno a malapena la forza necessaria per questo, men che meno riserve d’amore per il bambino spuntato chissà come all’improvviso». Ma ora che sua madre è morta questa scusante non gli basta.

Il padre ‒ ormai stanco, vecchio e sconsolato ‒ gli racconta la verità. Una verità più crudele di quella che si può immaginare. Dove le scelte politiche entrano in quel loro piccolo e disadorno quotidiano. E ognuno è costretto a fare le proprie scelte.

Quelle scelte, qualunque esse siano, portano a scardinare la famiglia di sangue o acquisita. E, alla fine, si finisce in un modo o nell’altro, vendendo se stessi, sacrificandosi, per perdere parte del proprio mondo. Madre e padre, capirà alla fine Salim, hanno fatto delle scelte e ne hanno pagato le conseguenze. Scelte diverse che hanno cambiato il loro mondo, non permettendogli più di poter vivere insieme.

La verità che il padre gli mostra è molto più cruda di quella che ha immaginato suo figlio, per anni. Una volta scoperta, il figlio non può far altro che accettare. E capire che chiunque la verità ha il diritto di raccontarla e che lui non poteva far altro che ascoltare. Gli era quasi imposto dalla sua stessa coscienza. Perché non avrebbe avuto senso fingere che «inveire, rabbioso, offeso, alle spalle di mio padre, accusandolo per come erano andate le cose e perché tutto poteva essere diverso» risolvesse quella distanza tra di loro. E sarebbe sciocco per Salim limitarsi a pensare che «non c’era niente di eccezionale nel dover vivere senza l’amore di un padre. Poteva essere addirittura un sollievo doverne fare a meno».

Cuore di ghiaia è un romanzo duro e fosco, ma dallo stile limpido e doloroso. Nella scrittura di Gurnah non c’è spazio per sentimentalismi o esasperazioni, meno ancora per il moralismo, il romanzo, attraverso una lucida e asciutta esposizione, descrive fatti. Non dà giudizi. Anche se non si può provare che empatia per il protagonista e per i suoi genitori. In una parte del mondo non si può far a meno di essere “colpevoli e innocenti contemporaneamente”, dice Abdulrazak Gurnah, finché l’eredità della storia coloniale e degli interessi internazionali non sarà del tutto svanita.

Claudio Cherin

Abdulrazak Gurnah
Cuore di ghiaia
Traduzione di Alberto Cristofori
La nave di Teseo
Collana Oceani
2023, 400 pagine
20 €

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