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Voi siete qui: Biblioteca » Da Einaudi “La confisca del mondo” di Arnaud Orain

5 Marzo 2026

Da Einaudi “La confisca del mondo” di Arnaud Orain

“Il neoliberismo è giunto al capolinea”: non si può certo dire che un incipit così icastico (termine desueto ma quanto mai incisivo) possa lasciare adito a dubbi. Lo ha scritto Arnaud Orain nell’appena tradotto e molto atteso in Italia La confisca del mondo (Einaudi), saggio che comporta una breve ma densa storia del capitalismo moderno e una sua lucida e preoccupata lettura del presente.

Il riassunto delle varianti in cui si è manifestato il capitalismo s’intreccia con la teoria politica sì da mostrare fra l’indagine a ritroso e gli sviluppi recenti la mappa di un processo non lineare che al momento si presenta, giusto il sottotitolo, come una “Storia del capitalismo della finitudine”.

Più che un percorso macchinato dal mercato – come vuole la vulgata, non casualmente promossa da coloro per i quali il capitalismo va bene sempre e comunque, Orain registra un’alternanza di fasi che nella presente (ma non solo) esibisce in luogo del mitologico paradiso promesso dal libero scambio delle merci, un’attitudine predatoria che la maschera liberale fatica ormai a nascondere.

Come e peggio del mercantilismo storico, si favoriscono monopoli, il controllo privatistico e feroce dei mari, l’appropriazione violenta delle risorse altrui, protezionismi a base di dazi irrazionali, riarmo – il nome di Trump è superfluo, tanto è drammaticamente cogente.

Ad avviso dello studioso francese, non si tratta di occorrenze occasionali, basti pensare al periodo fra il ‘500 e il ‘700, o i decenni della Belle Époque che tale era solo in superficie – come oggi una storia di rentier state che privilegia la rendita delle proprie risorse, o la confisca violenta di quelle altrui, ossia uno strutturale sovranismo, politicamente marcato, che sbriciola l’ipocrita (ancorché non particolarmente nobile) veste della competizione, della concorrenza, del liberismo.

Le mappe disegnano una nuova “logica spaziale”, in cui la fa da padrone il “sistema dei magazzini”, ossia “una rete territoriale mondiale” di accumulo di merci e risorse sottratte alle terre colonizzate (esagerando ma non troppo, cos’altro sarebbe Amazon?).

Vero è che il periodico ritorno a forme più coercitive s’identifica non casualmente con soluzioni politiche (dittature e guerre) peggiori. L’argomentazione è ambiziosa, i persuasivi paralleli fra epoche storiche fanno luce su una storiografia sedimentata da incrostazioni dure a morire, specie dopo la fine di credibili alternative allo stato delle cose che hanno fornito ai più maggiori ragioni di credere nella “bontà” intrinseca del libero mercato – che, oggi, libero mercato non è.

L’odierna concezione autarchica dell’economia non può fare a meno di una sua militarizzazione che si esprime per esempio attraverso “una forte articolazione fra marine militari e mercantili” (Orain rilegge le “leggi” di Mahan, teorico ottocentesco per il quale il potere di una nazione è giocoforza dovuto a quello marittimo – non molto diversa due secoli prima la convinzione di Richelieu, che da Jean Bodin desume una teoria assolutistica della sovranità che costituisce la premessa politica del capitalismo accaparratore di risorse e poco sedotto dal mercato e dalla concorrenza).

Né si può escludere dall’odierno panorama economico il paradigma della “sicurezza”. Specie dopo il Covid-19, ricorda Orain, la retorica americana mette insieme le filiere di approvvigionamento, l’autosufficienza, il contrasto alla Cina (nemico principale), il primato delle esportazioni sulle importazioni e, appunto, la sicurezza.

Non basta negare la crisi climatica quando gli ovvi corollari della crisi energetica e della diminuzione delle risorse spingono le potenze maggiori ad accaparrarsele con la forza. Per questo oggi non è iperbolico parlare di Neocolonialismo.

“Contrariamente al liberalismo economico, che punta all’arricchimento globale delle nazioni – scrive Orain – il capitalismo della finitudine ambisce apertamente a produrre guadagni impoverendo il proprio vicino”. Oggi sono in molti ad accorgersi di figure in realtà attive da molto tempo come quella di Peter Thiel, al vertice di Palantir, fra i più convinti e accaniti demolitori di ciò che resta della democrazia liberale, e della concorrenza.

A suo dire – ed è noto, e già ne abbiamo scritto, che per lo più le Big Tech sembrano andare nella stessa direzione e senza di esse Trump non sarebbe dov’è – il capitalismo “per evolversi” deve andare nella direzione dei monopoli, e non c’è bisogno della democrazia, residuo del passato.

Che poi, nello specifico, un personaggio del genere blateri di Anticristo, e che sopratutto operi nel campo tecnocratico che oggi definisce una sovranità temibilmente più decisiva di quella dello Stato-Nazione, dice a sufficienza lo stato dell’arte.

Michele Lupo

Arnaud Orain
La confisca del mondo
Storia del capitalismo della finitudine

Traduzione di Alessandro Manna
Einaudi
Collana La Biblioteca
2026, 288 pagine
28 €

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