Libri da studiare ma (o pertanto?) libri di piacere. Sul piacere. Anche se in questo caso, parliamo di quello mercenario, da duemila anni a oggi.
Cominciamo da Pompei. Come capita spesso con le rovine dell’antichità, al moderno visitatore persino il lupanare di Pompei potrebbe apparire un luogo disadorno e un po’ spento – tranne che per i dipinti, laddove la joie de vivre dalle figure passa in un attimo negli occhi sprimacciati dei turisti, improvvisamente svegli, guizzanti o languenti a seconda del temperamento.

La smentita in questo caso proviene dallo studio dell’americana Sarah Levin-Richardson, che del bordello in questione compie una ricostruzione non solo artistico-archeologica ma sociale (“Il lupanare di Pompei”, Carocci). Col che si intende un’indagine sulle persone, prostitute/i e clienti, nonché varia umanità che trafficava da quelle parti. Le immagini e la ricostruzione desumibile dai reperti ossia l’abbondanza di arredi e decorazioni, materassi e graffiti, dipinti e lenzuola ci dicono che nel microcosmo del lupanare a latere del rapporto sessuale – in un orizzonte di sfruttamento, schiavitù o marcata indigenza – si intrattenevano conversazioni e si conducevano affari collaterali.
Sarah Levin-Richardson insiste molto su questo punto: il lupanare a Pompei non era una zona isolata dal resto della città (del resto nel mondo romano la prostituzione era un’attività del tutto lecita – salvo la mancanza di diritti civili delle prostitute -, ben in vista ovunque e quasi incoraggiata dalla convinzione che l’energia maschile ivi incanalata salvasse la buona sorte di un matrimonio).

L’edificio che lo ospitava poteva inglobare in stanze diverse ulteriori – più commendevoli? – attività dei padroni – e, non diversamente dalla cortigiane della capitale, le meretrici dovevano saper offrire del vino e radere i clienti o esaltarne le prodezze erotiche. In polemica aperta con molta storiografia precedente, non sempre interessata a questi aspetti, Levin-Richardson rilegge dalla specola del lupanare pompeiano la storia delle meretrici passandone in rassegna le tappe del calvario: la violenza dei protettori, in pestaggi, i furti, la totale assenza di protezione legale, la fatica fisica (il carico dei sacchi d’acqua da portare dalle fontane all’edificio), e la disperata ricerca di una soggettività probabilmente individuata attraverso una recitazione adatta ai bisogni-desideri del cliente, insomma quella che la studiosa chiama un’economia emotiva non meno gravosa di quella del corpo.
Storia sociale e archeologia, si diceva, per fare una trattazione sistematica dell’edificio più visitato di Pompei, la cui prima parte è dedicata all’architettura: piattaforma in muratura sì ma arredi meno modesti di quanto si pensasse, spazi chiusi alla vista da una camera all’altra, ma in parte visibili all’esterno, per passare ai reperti (bacili di bronzo, rasoi, fialette in vetro presumibilmente per i profumi) ai graffiti e agli affreschi… l’apparato di note, la bibliografia, inutile dire com’è dell’editore Carocci, inappuntabili. Come le illustrazioni, splendide, che tutto il mondo sa.
Dal Medioevo a oggi
Idealmente, e un po’ alla buona, non solo per ragioni cronologiche ma perché si tratta di lavori diversi, l’occhio che chiudiamo sull’Impero romano lo riapriamo nel volume del sociologo Marzio Barbagli, “Comprare piacere”: che, come da sottotitolo (“Sessualità e amore venale dal medioevo a oggi”) mappa i percorsi diversi di un’attività secolare su un amplissimo piano storico-geografico. Un’impresa notevole per un libro necessariamente corposo (640 pagine edite da Il Mulino – anche qui bellissime immagini, diciamolo subito).

Comincerei dalla fine, da quello che l’autore chiama declino secolare, perché se a Roma il sesso con la prostituta è diverso da quello con la moglie ora con i cambiamenti morali e di costume (pensiamo all’irrilevanza della verginità) non obbliga a cercare piaceri “particolari” non consentiti nella propria camera da letto – l’autore ricorda le riflessioni di Stefan Zweig sull’argomento negli anni della seconda guerra. O il solito Kinsey, dalle cui celebri indagini emergeva che il ricorso alla prostituzione del maschio americano diminuiva sempre più – non per i soldati, va da sé (nella Grande Guerra, che fu “di posizione”, le prostitute non seguivano più i soldati ma venivano trovate direttamente in loco).
Le donne non arrivavano più vergini al matrimonio, non necessariamente – calò dunque la domanda. Con l’eccezione – e in questo senso nessuna significativa differenza con quanto accadeva nei secoli precedenti – degli immigrati. Il volumone di Barbagli è incentrato sui paesi occidentali; e parte dal Duecento perché lì città e mercati ridanno spinta alla rinascita europea e fra traffici di vario genere anche quello di cui stiamo parlando trovava nuovi stimoli e possibilità, con buona pace delle autorità civili – spesso spinte dal potere religioso – che tentarono senza risultati di arginare il fenomeno – ci provò anche Federico II di Svevia).

Le puttane ingrossavano le fila di “eserciti di diseredati”, e in città come Parigi si accompagnavano – anche nel giudizio morale altrui – ai pezzenti, agli straccioni, ai maghi e ai giocolieri di una popolazione senz’arte né parte. Come a Colonia o a Londra, prostituzione e malaffare di diverso segno scrivono la storia oscura dei grandi centri urbani, ne segnano le zone di confine, ma assai frequentate: taverne e bagni pubblici, soprattutto.
Se Boccaccio com’è noto vi trova molto materiale narrativo divertente, l’Avignone trecentesca, quella della sede papale, viene descritta dal pudibondo Petrarca come un'”empia Babilonia”. Lenoni e ruffiani approfittano lesti di queste nuove possibilità di guadagno: se le “sventurate” non portano i giusti soldi a casa, le botte son sicure (come ricorda Barbagli: si legga il grande François Villon).
E i clienti chi erano? Viaggiatori e pellegrini (fra un rosario e una penitenza), immigrati in cerca di lavoro ma anche frequentatori abituali, fra cui non mancavano i preti e gli studenti universitari. En travesti oppure no, il sesso a pagamento non mancava fra maschi e maschi, e l’Italia si costruisce sul campo una certa nomea (il vizio italiano, appunto, fu detto quello della sodomia).
Né di molto cambiò la situazione la paura della sifilide alla fine del Quattrocento, a differenza dei più significativi risultati repressivi in ambito protestante, favoriti dal fatto che i nuovi preti pensarono bene di abolire l’obbligo del celibato.
Libertinismo settecentesco e nuovi paesaggi urbani dovuti alla seconda rivoluzione industriale dell’ottocento crearono mercati del sesso sempre più grandi, smisurati: e qui, la dialettica fra il nuovo immaginario (anche letterario) e le morali borghesi della tolleranza ipocrita e della sorveglianza (anche sanitaria) siamo già dentro il moderno.
Michele Lupo
Didascalie:
Dipinto erotico sulla destra della parte nord-est dell’anticamera della stanza D, Casa della Farnesina (Roma, Museo Nazionale Romano in Palazzo Massimo, inv. 1188), da “Il lupanare di Pompei”.
Édouard Manet, Olympia (1863). Musée d’Orsay, Parigi, da “Comprare piacere”.
- Sarah Levin-Richardson
Il lupanare di Pompei
Sesso, classe e genere ai margini della società romana
Carocci
2020, 336 pagine
28 € - Marzio Barbagli
Comprare piacere
Sessualità e amore venale dal Medioevo a oggi
Il Mulino
2020, 620 pagine
36 €