Si è ironizzato spesso sul fatto che in Italia il ’68 sarebbe durato dieci anni. Fra due invece sarà trascorso un secolo dalla marcia su Roma, e scommetto (augurandomi vivamente di perdere) che non ci si limiterà a manifestazioni celebrative – bastino gli esempi grotteschi di questi giorni. Non solo per la nota teoria di Umberto Eco sull’Ur-fascismo, sul fascismo diciamo ontologico, o perché il fascismo riappaia sotto mentite spoglie, no, ma perché da noi proprio la passione per il nostro fascismo storico non è mai tramontata, e con essa l’ammirazione da manuale psichiatrico per il suo leader.
Così siamo costretti a constatare – e anche questo è noto – che non abbiamo mai fatto i conti con la sua vera storia, che è storia criminale. Perché non è fatta solo di lugubri camicie nere con l’hobby del manganello, ma con una vasta, più spesso volontaria che coatta adesione della piccola borghesia, dell’italica brava gente che i suoi autodefiniti peccatucci o sviste li ha sempre risolti nel confortevole cantuccio del confessionale, deresponsabilizzandosi secondo consuetudine nazionale.

Ben venga dunque il contributo dell’attivista Gino Marchitelli, che a partire dall’archivio del sito www.campifascisti.it, nel volume “Campi fascisti – Una vergogna italiana” (Jaca Book) muove a una ricostruzione capillare dei luoghi di detenzione del regime sparsi per il paese.
Si tratta di una ricomposizione tale da implicare una verità che molti ancora ignorano: in Italia la presenza di reclusori, confini o veri e propri campi di concentramento fu assai ramificata e numericamente più consistente di quanto si voglia dare a intendere. Per lo più l’immaginario addomesticato degli italiani – popolo di disinvolti paraculi se mai ve n’è stato uno – ha esiliato quelle manifestazioni di un potere assoluto e violento nelle fredde terre del centro Europa.
Marchitelli riferisce di poco meno di un migliaio di queste zone nere, aggiornando nello specifico più che la bibliografia la geografia – ignota ai più – del triste affare: se tutti sanno delle Isole Tremiti, arcinota area di confino e deportazione, in pochi forse conoscono le vicende nei pressi di Alborello, dove i fascisti – che in Puglia difendevano il padronato dei braccianti contro gli agricoltori poveri, come del resto dappertutto – allestirono campi di concentramento per gli istriani.
Per restare nel meridione orientale, non mancavano campi in Abruzzo, segnatamente per gli zingari nella provincia di Teramo, mentre a Isola del Gran Sasso agli ebrei aggiunsero i cinesi. Risalendo verso le Marche, in provincia di Macerata troviamo campi destinati all’internamento degli africani. E c’erano internati “invisibili” nel parmense, nel grossetano, nel milanese; nella Villa Bonola di Borgomanero (nel novarese) i fascisti si riservarono i piani superiori per il godimento con fanciulle compiacenti e quelli inferiori per torturare i prigionieri.
I supplizi aumentarono ovunque negli anni del secondo conflitto mondiale; all’azione degli oppositori coraggiosi corrispondeva sempre l’incattivirsi del regime – podestà, gerarchi, aguzzini fanatici. Documenti, testimonianze, ricostruzioni meticolose fanno del libro di Marchitelli un testo prezioso.
Michele Lupo
Gino Marchitelli
Campi fascisti – Una vergogna italiana
Jaca Book
2010, 219 pagine
20 €