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Voi siete qui: Biblioteca » Recensione di “Biglietto blu” di Sophie Mackintosh

26 Maggio 2022

Recensione di “Biglietto blu” di Sophie Mackintosh

“È così che la tua vita diventa una cosa fissa, scritta e immutabile. Era un oggetto che non apparteneva davvero a me, e desiderarne un’altra era come minimo uno sbaglio, se non un vero e proprio tradimento”.

Un libro tanto atteso, un incontro con il pubblico italiano destinato a lasciare il segno.

Sophie Mackintosh arriva in Italia con “Biglietto blu”, il suo secondo romanzo, pubblicato nel 2021 da Einaudi nella collana Supercoralli, con la traduzione di Norman Gobetti.

Sophie Mackintosh, Biglietto blu, Einaudi

Con “Biglietto blu”, la giovane autrice gallese ci accompagna in un mondo surreale, di cui ci fornisce solo gli elementi essenziali, senza alcun riferimento di spazio e tempo. Quel poco che ci dice, però, è sufficiente per farci immergere in quella dimensione, che scopriremo essere non così lontana dalla realtà.

La storia

“Non riuscivo a gioire di nulla, se non del fatto che ogni accadimento mi avvicinava all’età adulta, al suo orizzonte limpido e luminoso”.

Alla prima mestruazione tutte le ragazze sono chiamate ad estrarre il biglietto che determinerà il loro futuro; quelle che ricevono il biglietto bianco sono destinate ad avere dei figli e una famiglia, quelle che ricevono il biglietto blu avranno una carriera lavorativa, libertà nei legami, ma non potranno diventare madri.

“Calla, biglietto blu”. Il nome della protagonista ci viene svelato solo dopo l’estrazione della lotteria. La società ha deciso e lei è legata per sempre alla categoria a cui ora appartiene, senza la possibilità di tornare indietro. Calla comincia così la sua nuova vita: una carriera brillante, relazioni occasionali, nessuna stabilità. L’unica certezza è il solito appuntamento con il dottor A., da cui deve farsi periodicamente visitare. Raggiunta l’età adulta, però, inizia a sentire che quel biglietto blu non le appartiene, che quella vita era quella sbagliata. Lei vuole altro.

“A volte la mia vita mi sembrava un esperimento fallito. Avevo seguito le istruzioni eppure non ero diventata la persona che avrei dovuto essere”.

Decide così di sovvertire le regole, di andare contro quella società che ha scelto per lei. Decide di intraprendere una strada pericolosa, l’unica strada visibile, che la costringerà a fuggire per sopravvivere, per essere libera.

Chiamati a giocare

“Cominciò con l’assegnazione della sorte, i nostri corpi biglie dentro un flipper. Era l’anno delle adolescenze simultanee, quando le ragazze cominciavano a svenire e a diventare alte”.

Pagina uno. Sophie Mackintosh crea un’atmosfera misteriosa, non ci dice molto, ma ci presenta subito il “gioco” a cui siamo chiamati ad assistere. Anzi, il suo è un invito a partecipare a questo gioco.
Dà la parola a Calla, che in prima persona ci racconta la sua storia e descrive le sue sensazioni. La tensione per la lotteria, l’insinuarsi del dubbio, l’accrescere e il radicarsi del sentimento nuovo e oscuro, il bisogno di cambiare rotta, quel “voglio” che urla sempre più forte.

Ed eccoci nel flipper: dall’estrazione del biglietto si diventa una biglia all’interno di questa scatola, la società, che cerca di indirizzarci verso bersagli già stabiliti, che possono apportare dei bonus alla nostra vita se riusciamo a colpirli forte o illuderci se li sfioriamo appena. Una volta si fa punto, un’altra volta si cade. Si viene sempre rilanciati finché la partita non arriva al termine e viene decretata la vittoria o la sconfitta.

Chi stabilisce le regole? La sorte sceglie, la donna si adegua. Almeno finché non decide di ribellarsi.

Una scelta, altre scelte

“A volte mi accorgevo del fatto che c’era un posto dove non potevo andare. E ci volevo andare. Chi non l’avrebbe voluto, sentendosi dire che era impossibile? La maternità era l’estrema perversione; altrimenti nota come amare ed essere amata. L’unica che mi era preclusa”.

Calla è una biglietto blu che sceglie di diventare madre. Non potrebbe, ma il desiderio è troppo forte. Sceglie in silenzio e con l’inganno si fa mettere incinta. La storia di Calla procede in modo lento e lineare e con lei la sua gravidanza clandestina, l’evento che stravolge la sua vita, il motore della sua evoluzione e della sua fuga, la risposta a quel sentimento oscuro che anima il suo corpo.

“Biglietto blu: non sottovalutare il sollievo del vederti sottrarre la responsabilità di una decisione”.

Prendere una decisione, però, è tutto ciò che Calla desidera. Nel suo mondo, il volere della donna non è libero, è sottoposto alla sorte, contro cui non si ha possibilità di intervento. La società la controlla, la costringe a ricoprire il ruolo che le è stato assegnato, la osserva con il suo occhio vigile, la insegue.

“Mi chiamo Calla e volevo scegliere”.

Calla sceglie di diventare madre e scappa, avventurandosi in un viaggio sofferto, tortuoso, straordinario.
Ma è davvero la scelta di diventare madre, quella riparazione su stessa, la mossa giusta per salvare quell’esperimento fallito? È lei stessa la prima a dubitarne, tanto da confidare al lettore “mi domandai se la maternità mi attirasse così tanto perché era una forma di masochismo a cui non potevi sottrarti”.

È la scelta di diventare madre la definitiva via di fuga dalla trappola del sentimento oscuro? No, perché “il sentimento oscuro era ancora lì”. Sarebbe sempre stato lì: tra il voglio e l’avrei voluto, tra un sì e un no, tra il blu e il bianco. Il sentimento oscuro è l’avrei dovuto assegnato senza criterio della lotteria.

Il tema della maternità accompagna e riempie l’intero racconto, ma non è che lo strumento per fare luce su quello che è il vero cuore della questione, sul vero desiderio: la possibilità di scegliere. Scegliere chi essere e chi diventare, rivendicando la propria posizione e i propri diritti contro quel sistema che le aveva imposto le istruzioni per vivere.

Manifesto contro la società

“È sempre sbalorditivo quello che la mente può costringere il corpo a fare. Sembrava impossibile che potessero agire in modo così contrastante, ma le prove erano schiaccianti.”

Mackintosh parla di identità, controllo e potere mettendo in scena elementi contrapposti: blu e bianco, mente e corpo, illusione e possibilità, decidere e obbedire, donna e uomo. Sui contrasti che animano Calla e il mondo distopico di “Biglietto blu” – che hanno radici profonde anche nel mondo reale – l’autrice costruisce la sua storia dalle note velatamente femministe, per distaccarsi da una società che finge di volersi prendere cura della donna, decidendo per lei, e che è dominata dal potere maschile. Così, per contrasto, all’uomo non viene dato né spazio né voce. Il padre della bambina che Calla porta in grembo è solo R, non si conosce il suo nome completo, non conta. È presente, ma resta ai margini, viene adescato, usato e ingannato. Esiste la madre, non il padre.

L’unica figura maschile di rilievo è il dottor A., in cui Calla individua un punto di riferimento.

“Un medico è una specie di madre, mi disse il dottor A durante quella prima seduta, e io risi perché era assurdo e vero al tempo stesso”.

È il solo a chiamarla per nome, creando così un legame intimo e rafforzando al tempo stesso il suo ruolo di controllo: della salute fisica, mentale e delle sue azioni. I dialoghi con il dottor A. mettono Calla di fronte a sé stessa, quasi come se a parlare fosse sempre lei, allo specchio, nella sua duplicità che oscilla fra sentimento oscuro e desiderio, fra costrizione e volontà. Avrebbe potuto essere chiunque, fare qualsiasi cosa, ma la sorte avrebbe in ogni caso scelto per lei e lei non sarebbe stata felice.

E (non) vissero felici e contenti

Sophie Mackintosh –– di cui Einaudi pubblicherà prossimamente anche il romanzo d’esordio, The water cure – scrive un libro forte e diretto. La scrittura è asciutta, le frasi brevi, quasi del tutto prive di relative, in perfetta linea con il mondo scarno di dettagli che descrive. I dialoghi con il dottor A., intimi ed essenziali, creano delle pause nel flusso della narrazione. Le ripetizioni, come il movimento meccanico delle leve del flipper, si concentrano sul tema centrale dell’intero libro, la possibilità di scelta: “Eppure volevo farlo, volevo farlo, volevo farlo”, “Mi chiamo Calla e […]”, “Gli dissi che doveva restituirmi la mia bambina”.

Leggere “Biglietto blu” è un po’ come leggere una favola: ci sono la società nemica, l’eroina che si ribella, biglietto blu e biglietto bianco come oggetto della contesa, il bosco come luogo pericoloso e di smarrimento e la casa isolata in cui trovare rifugio in compagnia delle altre ragazze ribelli, che si trasformano in aiutanti buone per raggiungere lo scopo, qui condiviso. Il finale da tilt si riallaccia alla tradizione più classica dei fratelli Grimm e non a quella più moderna e rosea del “e vissero felici e contenti”. Del resto questo mondo è blu e bianco, non rosa, e ci saremmo potuti aspettare un finale senza una concreta via di fuga.

Diventa, però, inevitabile chiedersi se il sacrificio, il rischio, il mettersi in gioco non meritino un premio. Chi vince e chi perde? Non lo sa Calla, non lo sa l’autrice, non lo sa il lettore. L’unica cosa certa è che non bisogna smettere di darsi una possibilità di scelta, decidere chi essere e lottare. E se la sovrapposizione di blu e bianco origina insoddisfacenti sfumature grigie, significa forse che due colori non bastano. Diventa necessario aggiungere altro colore, sempre diverso, per creare un nuovo biglietto, senza avere la pretesa che il risultato sia un’opera d’arte perfetta, ma accettando il fatto che potrebbe essere un esperimento fallito, da riprovare ancora, ancora e ancora.

Ilaria Cattaneo

Sophie Mackintosh
Biglietto blu
Traduzione di Norman Gobetti
Einaudi
Collana Supercoralli
2021, 304 pagine
19,50 €

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