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Voi siete qui: Biblioteca » Recensione di “Autoritratto in verde” di Marie NDiaye

30 Settembre 2026

Recensione di “Autoritratto in verde” di Marie NDiaye

In Autoritratto in verde di Marie NDiaye (traduzione di Antonella Conti per Prehistorica Editore, 2026, con postfazione a cura di Ornella Tajani) la protagonista senza nome si ferma a pensare a ciò che le è successo un anno prima mentre osserva, come in trance, le acque limacciose che gonfiano la Garonna. Presto, quelle acque arriveranno fin sotto la sua casa, supereranno gli argini e si riapproprieranno delle terre che gli uomini le hanno sottratto.

Durante l’anno precedente la protagonista del romanzo si ricorda di qualcosa che ha preso forma nella sua vita e, in modo profondo, l’ha turbata. Un’increspatura, una figura che ha scorto vicino a un albero, mentre accompagnava i suoi figli a scuola. E ha iniziato a erodere il suo concetto di realtà. Difficile dire se quanto racconta (e ha visto) sia una proiezione della sua mente, l’espressione di un momento di crisi esistenziale o la verità.

Per questo la protagonista inizia, prima, a dubitare di sé e del mondo che la circonda. Poi, il suo bisogno diventa un’indagine sulla fenomenologia del mondo, per finire a riflettere sui legami che ha costruito.
Le figure che le compaiono mentre accompagna i figli a scuola o fa una passeggiata hanno un vestito verde o a questo colore sono legate. Il perché il verde diventi sinonimo, nella sua mente, di ansia e smarrimento non è dato sapere. A NDiaye interessa far capire come all’improvviso qualsiasi cosa, anche la più insignificante, possa diventare motivo di preoccupazione.

Quale sia il significato del verde in questo romanzo è difficile dirlo. Il colore fa pensare agli espressionisti tedeschi come il Kirchner di Scene in un bar, in cui i personaggi rappresentati hanno i volti verdi perché hanno venduto l’anima per vane illusioni, vivono vite perdute e credono solo nell’avidità e sono divenuti meschini.

Le donne in verde che si presentano di volta in volta possono essere persone conosciute − come la maestra della narratrice, la sua matrigna, sua madre – altre sono sconosciute, come Jenny di cui ha sentito nei discorsi delle persone amiche. Una di queste la invita addirittura a casa. «Non faccio mai notare le flagranti incongruenze di Katia Depetiteville al suo volto», pensa la voce narrante che ha la sensazione che questa femme di smeraldo sia migliore di lei, anche se non vuole ammetterlo.

Nel testo però le donne in verde che appaiono sono figure negative. Donne in un modo o nell’altro che si sono perse. Perché si sono legate a uomini che non le hanno amate; hanno fallito nella sfera professionale (come la maestra che sfoga sui suoi allievi la frustrazione); hanno diviso padri dai figli o hanno preso il posto di mogli che da poco si sono suicidate.

È come se voce narrante si trovasse a fare i conti con tutto quello che non vuole essere o diventare, mostrando come a molte di loro non sia stato permesso scegliere, perché a farlo è stata la società o la famiglia.

Questa interpretazione diventa la più plausibile quando l’io narrante va in Burkina Faso per una conferenza. E decide poi di andare a incontrare suo padre, che è tornato, forse per l’ultima volta, nel suo paese d’origine. La nuova moglie di suo padre – che è coetanea della narratrice ed è stata sua amica prima di sposarne il padre – è anche lei una donna in verde. Forse perché non solo sottostà a delle regole del matrimonio tradizionale in cui le donne possono essere ripudiate senza aver diritto di replica, ma non può che seguire il marito che si sta lasciando «progressivamente morire».

Anche la madre della narratrice e le sue sorelle sono lontane. La madre vive a Marsiglia con un compagno italiano, geloso e che «si lancia in sortite contro gli arabi». Dalla loro unione è nata una figlia che è stata allontanata e seguita dai servizi sociali, per motivi non raccontati. Le due sorelle della protagonista si sono lasciate andare: una è diventa un’alcolizzata, l’altra riempie il vuoto esistenziale che la logora con la droga. Anche quando la protagonista viene a sapere che si sono sistemate sembrano alla protagonista comunque aver fatto una fine «triste».

L’Autoritratto in verde diventa così un grido per tutte quelle donne che sono costrette a vivere una vita che non hanno scelto e che si trovano in una posizione da cui non possono ‘tirarsi fuori’ con un divorzio, una separazione o una fuga notturna. Perché non avrebbero mezzi o nessuno che le darebbe un qualche sostentamento.

Questa ambiguità di fondo mai del tutto spiegata sul colore, l’ossessione che erode la mente della protagonista e il non detto della storia rende avvincente la lettura di questo romanzo.

Autoritratto in verde non è un libro di autofiction né di realismo magico. Perché da un ‘autoritratto’ ci si aspetta qualcosa di rivelatore, mentre in questo caso molte informazioni sulla protagonista rimangono in sospeso e generano un labirinto di possibilità interpretative. E si finisce per non scoprire mai molto di questa voce narrante.

Altro fattore interessare è la narrazione circolare, tutto sempre riporta il lettore all’inizio. In questo romanzo il tempo è un riflesso della mente in trance della protagonista: esiste un tempo lineare, quello che viene rappresentato dall’attesa delle acque limacciose della Garonna e il tempo interno che, volutamente, ha una forma elicoidale. Solo in questo modo NDiaye può descrivere un mondo in cui le donne più fragili finiscono per essere schiacciate.

Le immagini nel romanzo − che ritraggono donne sconosciute e bambine, tutte rigorosamente sconosciute − e parole sembrano sostenersi, vivere l’una insieme all’altra in equilibrio. Complice anche l’uso di una lingua e di una scrittura che evitano gli eccessi.

Claudio Cherin

Marie NDiaye
Autoritratto in verde
Traduzione di Antonella Conti
Postfazione a cura di Ornella Tajani
Prehistorica Editore
Collana Ombre lunghe
2026, 174 pagine
17 €

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