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Voi siete qui: Biblioteca » L’Autobiografia per sommi capi di George Orwell da Mattioli1885

16 Marzo 2021

L’Autobiografia per sommi capi di George Orwell da Mattioli1885

La raccolta di scritti di George Orwell, “Autobiografia per sommi capi”, licenziata da poco dall’editore Mattioli1885, è utilissima per chi poco conosce dello scrittore, polemista e attivista inglese, figura schiacciata nell’immaginario dei più sui due romanzi “La fattoria degli animali” (un’amara favola in realtà) e “1984”, ma presenta pagine interessanti anche per i lettori più avveduti.

Dei citati romanzi ancora maneggiamo concetti-chiave, dalla “neolingua” al “grande fratello”: sembriamo dover affondare in quelle secche da anni, al punto che evocare distopie è diventato un esercizio alla portata di chiunque.

George Orwell, Autobiografia per sommi capi, Mattioli1885

Meno note e marginali sono certe riflessioni sulla cucina inglese e la corretta preparazione del tè, le osservazioni divaganti su Marrakech che in realtà aprono la stura a un’analisi sempre lucidissima sul male e l’ingiustizia, del resto replicata nella denuncia della bomba atomica, o delle trucidi forche in Birmania o ancora dell’antisemitismo inglese, meno appariscente di altri ma insidioso e nutrito dal veleno del nazionalismo.

Qualsiasi spunto locale o contingente mette in moto la macchina ragionativa dello scrittore – una macchina troppo efficiente perché il socialista Orwell si lasci andare a facili entusiasmi: uno spirito critico così acuminato da sottoporre a rischio continuo l’ottimismo della volontà.

Da Londra alla Catalogna

Diamo uno sguardo ai più incisivi fra i piccoli saggi e reportage del libro (curato da Francesca Cosi e Alessandra Repossi). Quelli sulla vecchia Londra, per esempio, assai cattiva, dei poveri cristi, degli asili notturni, dei clochard. I mendicanti della grande metropoli inglese sono innumerevoli, storpi e ciechi, “fanno parte del paesaggio”; alla fine degli anni ’20, ossia un secolo fa, se ne potevano contare anche diecimila: “si assomigliano tutti quanto a sporcizia, stracci e l’immancabile aspetto da derelitti”.

La legge in teoria non permetteva che si mendicasse per strada, ma notoriamente chi ha bisogno s’industria, ecco allora i musicanti di strada, i madonnari, i venditori di fiammiferi e cianfrusaglie varie. Ma queste forme di accattonaggio mascherato potevano tollerarsi nei quartieri più modesti, laddove nella Londra bene la polizia non consentiva eccezioni. Di qui l’amara constatazione di Orwell: i più disgraziati campavano alla fin fine sulle spalle di quelli appena meno disgraziati di loro, operai, proletari.

I senzatetto dormivano negli asili notturni, su “materassi duri e sfondati”, pieni di blatte e scarafaggi, moltiplicati fuori norma dai proprietari per guadagnarci di più. Per i poveracci con gravi problemi di salute o addirittura prossimi alla fine, le cose non andavano meglio negli ospedali (anche quelli, “luoghi di sporcizia, tortura e morte”), i cui medici non si preoccupavano nemmeno di fingere un minimo di interesse per loro.

Orwell, è noto, non risparmiava nessuno: eppure, non è l’acredine il tono dominante delle sue analisi: l’invettiva può essere feroce, ma sempre lucida, schietta, e quando vi compare il sentimento, il riconoscimento del valore positivo di un gesto, la gratitudine per qualcuno, conforta percepire l’asciuttezza sincera di un intellettuale appassionato che “si sporcava le mani”.

La sintesi di tutto questo nei ricordi della guerra civile spagnola (Orwell ci aveva già detto tutto in “Omaggio alla Catalogna”): alle descrizioni implacabili delle latrine, e della “fame animalesca” in trincea, si accompagna l’attacco all’intellighenzia di sinistra che, pur stando dalla parte giusta (perché per Orwell c’era una parte giusta, mentre ancora oggi la cultura di destra insistendo sulle sue finzioni romanzesche antistaliniste dimentica che la parte giusta non è la loro), omette di ricordare che “un pidocchio è un pidocchio e una bomba è una bomba”.

Se è purtroppo vero che il partito comunista sovietico di fatto invece di aiutare la sinistra spagnola – quella giusta – a vincere la guerra, contribuì a fargliela perdere, il male assoluto per Orwell era il fascismo. Fu il nazifascismo a dare il contributo necessario all’arcaica borghesia spagnola per vincere la guerra, fu il nazismo a radicalizzare la tragicomica truffa che “non esiste la scienza” ma solo la “scienza tedesca” oppure la “scienza ebraica” etc. Con la conseguenza che alla fine esiste solo la “scienza” del vincitore. Col che se ne potrebbe guadagnare qualche lezione per l’oggi.

In questa sintesi c’è l’uomo, George Orwell, che sebbene fosse arrivato in Catalogna come volontario, come accadde a migliaia di giovani europei, trovandosi di fronte un nemico mezzo svestito che “correndo si reggeva i pantaloni con entrambe le mani” non se la sente di sparargli.

Ci sono anche pagine “letterarie” ma mi accorgo di aver superato le seicento parole che nel postguerra sembravano essere il modello standard di una recensione – nel ’46 Orwell scrisse un pezzo autobiografico più di altri sulla triste vita dei recensori: assai gustoso e, al solito, implacabile.

Michele Lupo

George Orwell
Autobiografia per sommi capi
A cura di Francesca Cosi e Alessandra Repossi
Prefazione di Alessandro Gnocchi
Mattioli1885
2021, pagine 272
15 €

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