Prima di autrici come Margaret Atwood e Alice Munro, nella letteratura canadese c’era Margaret Laurence.
È sulla via quotidiana in tutte le sue manifestazioni e sfaccettature che Margaret Laurence costruisce la propria narrativa, disegnando con un realismo nitido gli interni domestici e gli ambienti naturali, le povere case tra i campi o sepolte dalla neve, le pieghe più segrete del paesaggio umano e quelle più devastanti della scena sociale.
Negli anni Novanta già le Edizioni della Tartaruga avevano proposto alcuni suoi romanzi, poi nel 2011 la casa editrice romana Nutrimenti l’aveva riproposta, pubblicando il primo capitolo dell’opera più importante del suo corpo narrativo ‒ tutto ambientato nell’immaginaria cittadina-universo di Manawaka ‒ L’angelo di pietra e qualche anno più tardi Rododendri.
Ora la casa editrice Elliot ripropone L’angelo di pietra (con traduzione di Francesca Pece, 2023), il primo pannello di cinque storie di altrettante donne memorabili, attraverso le cui voci quattro generazioni di dura vita canadese vengono fuori dall’oscurità.

Hagar, la protagonista de L’angelo di pietra, non è tenera né con se stessa né con gli altri. Dalla lontananza dei suoi novant’anni ricorda le tempeste di neve e di passione che ha attraversato, la sua difficile maternità, il padre inflessibile che ha abbandonato per sposare un rozzo agricoltore di cui tutto disprezzava (anche la vicinanza notturna), a sua volta abbandonato per cercare una vita migliore in un’altra città.
Ma Hagar racconta anche la lotta contro la decadenza del corpo e contro parenti ostili, medici insensibili e goffi reverendi. E ha capito che una vita migliore per una donna non esiste: la vita è buona perché è vita e perché, malgrado la sua incomprensione che separa gli esseri umani, ha al suo interno l’amore che, per strade misteriose, la percorre.
Per alcuni versi la vita di Margaret Laurence è stata come quella della sua protagonista Hagar. Nata nella provincia del Manitoba, orfana precoce di madre, si è dedicata presto alla scrittura senza mai abbandonarla. Se non quando, dopo il matrimonio, ha viaggiato per tutto Paese al seguito del marito ingegnere.
Tornata definitamente in patria, divorziata e con due figli, prima di essere considerata con premi e riconoscimenti istituzionali, si è battuta per molte cause: contro la censura e per il riconoscimento della letteratura canadese, per l’ambiente, per la pace. È morta suicida nel 1998 (era nata nel 1926), dopo aver saputo di essere malata di cancro e aver deciso di voler risparmiare a se stessa e ai suoi familiari, il cammino doloroso della malattia.
Una decisione dura, come quelle che ne L’angelo di pietra prende Hagar: lontana dalla Munro, Hagar è infatti l’eroina di un’ispida femminilità, guerriera, brusca e vitale, ma che ha qualcosa di un angelo. Un angelo di vera pietra che non perde la capacità di battere le ali.
Claudio Cherin
Margaret Laurence
L’angelo di pietra
Traduzione di Franca Pece
Elliot
Collana Scatti
2023, 304 pagine
19 €