
Ci sono posti dai quali non ci si aspetta francamente molto: i paesoni della cintura torinese o milanese, per esempio, che si immaginano nulla più che tristi propaggini della grande città. Ma, come osservava Plinio a proposito dell’utilità della lettura, “non c’è nessun libro tanto cattivo che non contenga qualcosa di buono” (“nullum esse librum tam malum, ut non in aliqua parte prodesset”, in lingua originale), e lo stesso vale per i luoghi: possono sempre svelare una loro discreta bellezza nascosta, inattesa, tale da giustificare la giornata che vi si trascorre. Sabato 23 marzo ho accompagnato mia figlia a San Maurizio Canavese, per una gara di ginnastica artistica. Mentre attendevo il momento dell’esibizione, ho seguito la pista ciclabile che parte dietro la palestra, sottopassa la ferrovia e porta di fianco alla rossa stazioncina dall’architettura nordica.

Dall’altra parte della piazza, all’angolo della via che conduce alla chiesa parrocchiale, un negozio di “Alimentari Carpatzi” mostra che qui, come un po’ ovunque ormai, la presenza rumena è cospicua (e la si percepisce anche dalle voci echeggianti nei vicoli del centro). All’altro angolo di via, una vetrina di “Articoli elettrici”.

Proseguo fino alla via principale, via Vittorio Emanuele II, in parte porticata a proteggere negozi vari (erboristeria, pasticceria, cartolibreria; di fronte al Comune, il ristorante della Società di Mutuo Soccorso). Sul lato opposto, un ristorante e una fontanella in pietra a pilastro.

Nella piazza del Comune, il monumento ai caduti mostra una snella figura femminile in bronzo: seni nudi, posa da Statua della Libertà. Aiuole di sempreverdi e un paio di panchine.

Mi siedo su una di esse e apro il libro che mi sono portato in borsa: Ulisse, di James Joyce, nella nuova, eccellente traduzione di Gianni Celati. Ne percorro un po’ di pagine. Finalmente lo posso leggere con gusto, sia per l’efficacia delle parole italiane di Celati, sia perché ho ormai l’età – e soprattutto le esperienze di vita – per capire appieno gli umori e i passaggi mentali di Leopold Bloom. Seguo il protagonista per le strade di Dublino, mentre compra il rognone nella macelleria dove incontra la “servetta dei suoi vicini” dalle “anche vigorose” (“E la gonnella attorcigliata come le va di qua e di là a ogni colpo!”), mentre ritorna a casa a preparare la colazione per la moglie, mentre fa colazione lui stesso leggendo, un po’ turbato e commosso, la lettera della figlia adolescente. Cade qualche goccia leggera, e mi alzo. Di fianco, la via intitolata a Carlo Angela su cui si affaccia l’ospedale in cui il generoso medico ricoverò, durante la guerra, diversi ebrei, salvandoli dalla deportazione. Esploro, per dritto e per traverso, una serie di altre vie (Garibaldi, Ciriè, Roma…). In via Bertone (ma non credo c’entri il prelato…) la chiesa parrocchiale di San Maurizio Martire, con un bel campanile barocco in mattoni a vista. A sinistra della facciata, un arco nella linea delle case a due piani dà accesso alla stretta Via dei fiori: anche qui case basse, a ringhiera, intonacate in colori caldi, variazioni dell’ocra. La viuzza conduce ad un’altra che asseconda la chiesa dal lato dell’abside, rasentando orti, muretti incimati da lunghi cocci di vetro, l’area di un vasto edificio in pietra e mattoni quasi interamente demolito per la ristrutturazione. Proseguendo e svoltando, si attraversa una strada a circolazione più intensa; da qui, lungo un vialetto che, in questa stagione di maltempo protratto, protende verso l’alto i suoi rami spogli, si raggiunge l’antica chiesa plebana, per due lati inclusa nella perimetrazione del cimitero e col sagrato adorno di vecchi cannoncini militari. 
Di nuovo in centro a rastrellare le vie: il comando dei vigili urbani, pareti di case rastremate come quelle delle fortificazioni, la biblioteca civica, cortili inaccessibili e invisibili per portoni e alti muri ciechi, saloni di parrucchiera, agenzie di pompe funebri, altre case in ristrutturazione che mostrano, esse pure, l’anima in pietre incorniciate da righe di mattoni. Un vicolo pedonale, con l’acciottolato coperto d’erba tranne che per una striscia centrale maggiormente calpestata, conduce ad un altro vicolo angusto, inaugurato da un muro con la scritta “Attenzione caduta tegole e neve” e continuato da un tratto più lungo, coperto da due alti e larghi spioventi incrociati che precludono la vista del cielo. Si arriva sulla via dove si affaccia un basso edificio “societario” e da lì ad una via senza uscita che costeggia la ferrovia e svolta tra villette a un piano coi giardini ancora nudi e intristiti dall’inverno. Da uno di essi colgo alcune foglioline di lavanda, grigia e smorta. Le gocce si fanno più insistenti, così me ne torno verso la palestra, dove poco dopo la serie di esercizi cui mia figlia partecipa ha inizio… Marco Grassano Didascalie:
– La foto 2 è presa dal sito Comune Italia.