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Voi siete qui: Biblioteca » Il volo del cinema: De Berti indaga i miti moderni nel Fascismo

14 Gennaio 2013

Il volo del cinema: De Berti indaga i miti moderni nel Fascismo

Il volo del cinema. Il titolo del libro di Raffaele De Berti, storico e critico dell’università di Milano, va inteso in più accezioni. Il cinema che prende il volo come arte popolare per eccellenza nel periodo fra le due guerre; il tema del volo nel cinema, e soprattutto una certa forma, per definizione dinamica, aerea, dell’immagine filmica che in quegli anni segna una tappa importante nella storia di quest’arte. Ciò serve a comporre uno studio in più parti interessante non solo per gli appassionati di cinema, ma per gli storici del fascismo, delle avanguardie non solo cinematografiche e per tutti coloro che volessero affacciarsi a un periodo capitale (ahinoi) della nostra storia da una specola di osservazione inusuale ma per nulla eccentrica trattandosi in definiva di narrazioni sull’immaginario.

VoloCon il che s’intende che il volume di De Berti (sottotitolo Miti moderni nell’Italia fascista), sebbene abbia nel cinema il suo centro d’irradiazione, offre un modo per ragionare sulla cultura dell’epoca fascista e con esso un esempio paradigmatico delle contraddizioni che un regime dai tratti anche totalitari è costretto a fronteggiare quando la sua epoca gli spiana davanti sistemi comunicativi (e/o persino espressivi) difficilmente ignorabili. Così, è interessante vedere come il fascismo faccia i conti con la modernità (concetto tutt’altro che pacifico, investito com’è di attribuzioni plurime); e interessa qui soprattutto una nozione del termine per così dire “concepita” a Hollywood – e non proprio pacifica. Modelli di vita, di costume, architetture e scenografie, funzioni mitopoietiche fortissime come mai né il romanzo né il melodramma avevano potuto vantare, giungono dagli Stati Uniti e rischiano di mettere in crisi alle fondamenta il codice della Tradizione autoctona (il mito fascista per eccellenza).

Ma l’aspetto sociologico è solo uno dei motivi del libro. Perché se è vero che niente meglio del cinema poteva tradurre al momento in racconto (e per un pubblico che una volta tanto teneva insieme intellighenzia e masse) lo choc della modernità teorizzato da Simmel e Benjamin (per dire l’impatto brutale con un mondo improvvisamente pieno di stimoli), occorre aggiungere che il libro trae interesse invece da una contraddizione molto più significativa. In fondo, nel fascismo agivano anche miti differenti rispetto al ridicolo vagheggiamento di Roma. Proprio un “immaginario eroico e avventuroso”, dunque ipermoderno, che si esprime nel motivo del volo. Che è sì, tendenza al dominio, al bisogno del comando segnato dallo “sguardo dall’alto” (lo sapeva D’Annunzio, ma basti pensare all’inflazione di immagini legate all’aereo), ma anche sincera intrapresa avanguardista di una sfida, oltranzista e immaginifica, verso territori altri, nuovi, sconosciuti. E se lo stesso Mussolini non fa che ripetere “il cinema è l’arma più forte”, non si dimentichi che sono gli anni del Manifesto dell’aeropittura futurista di Fortunato Depero e di film come Velocità: la contiguità a esperienze ben note ai cinefili (René Clair, Dziga Vertov, Léger) indica che il ragionamento da fare è più complesso.

C’è la mera propaganda de L’armata azzurra o la mitizzazione della figura dell’aviatore (mitologie asservite evidentemente a una modernità un po’ rumorosa ed elementare) e c’è una ricerca sopra forme espressive che guardano a un linguaggio internazionale. Nel libro c’è molto altro, per esempio il significato in questo contesto di figure come Rodolfo Valentino, o dei libri di Salgari. O di un eccellente narratore come Mario Soldati. E l’intrecciarsi – com’è inevitabile – di immaginario e lavoro industriale. Nonché un’indagine sui rapporti sempre più cogenti fra cinema e altri media, rotocalchi in primis. E il dilemmatico ma inevitabile confronto con gli Americani con quel che segue. Non era semplice sostenere l’impatto del “sogno americano” e non era possibile (non fino in fondo, che per la gran parte vi riuscirono eccome) tenere tutti all’oscuro di tutto. Quel che complica ulteriormente il quadro è l’ovvia domanda su quanto poi il cinema hollywoodiano dell’epoca fosse davvero un indice di modernità. Alberto Savinio per esempio sosteneva che fosse piuttosto un’altra cosa: l’edificio di una vera cultura popolare da contrapporre al cinema “intellettuale” che non gli strappava un briciolo di passione. 
Michele Lupo

Raffaele De Berti
Il volo del cinema. Miti moderni nell’Italia fascista
Mimesis Edizioni
2012, pagine 340
24 €

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