Forse qualcuno ricorderà il film degli anni Settanta di John Schlesinger con Donald Sutherland, non perché riuscitissimo, ma la storia era di quelle che una volta attiravano un pubblico non esiguo, trattandosi di Hollywood che raccontava se stessa. Come quasi sempre accade con i film tratti da buoni libri, quello da cui derivava Il giorno della locusta era un’altra cosa – Fitzgerald lo definì “il più bel romanzo mai scritto su Hollywood”. Non saprei. L’opera ha tutte le caratteristiche della scrittura del fu direttore d’albergo e sceneggiatore Nathanael West (1903-1940): verve satirica, cattiveria elusiva ma acuminata, amarezza disincantata e qualche improvvido calo di tensione.

Il giovane pittore Tod Atherton dalle forti ambizioni artistiche, per sbarcare il lunario lavora alle scenografie di una casa di produzione che dal centro dell’industria cinematografica mondiale irradia sogni e promesse “di massa” al pianeta sedotto dall’estetizzazione capillare della vita ma in realtà affacciato inconsapevolmente sull’orlo della tragedia (siamo nel ’38). E all’oscuro delle meschine esistenze “reali” di aspiranti star, attricette e guitti che si affannano alla ricerca di una vita decente che una volta smontata la macchina delle riprese non ne vuol sapere di arrivare. Tod la gloria la cerca altrove, pur lavorando a Hollywood, è un pittore lui, crede nei suoi quadri; ma ha soprattutto perso la testa per la donna sbagliata, Faye, attrice modesta la cui inadeguatezza all’arte della recitazione non costituisce un problema per lui. Piuttosto, l’uomo deve vedersela con l’evidenza di non avere un quattrino, e di essere fisicamente tutt’altro che attraente. Difetti non da poco agli occhi della ragazza (“lunghe gambe che parevano due spade”), sufficienti anzi per escludere qualsiasi possibilità di sviluppi interessanti nella loro amicizia.
La corte di miracolati, fra sceneggiatori e tenutarie di bordelli che hanno trovato un mestiere più redditizio e/o sicuro del cinema, che vive dentro appartamenti improbabili, fra recite teatrali o visioni di film come se non bastassero quelli in cui lavorano – sono i momenti meno felici del romanzo -, questa strampalata umanità si affanna a cercare il proprio “posto al sole”, ma il cielo in verità è cupo. V’è chi finge di non accorgersene e passa il tempo contemplando mosche e lucertole. In attesa della resa dei conti. Perché queste vite che cercano di farsi spettacolo – un orizzonte a portata di sguardo già un secolo fa -, angustiate da rivalità amorose in realtà poco gloriose, dall’ombra del fallimento che le inchioda a vedere da vicino altri fallimenti venduti come “cinema” al corrivo pubblico dei travet, queste vite affascinate da destini sbagliati, nemmeno si accorgono di quanto siano patetiche. West conosce l’attrazione fatale che lo splendore apparente di un mondo favolistico esercita su di loro; sa che finirà per bruciarle. E lo racconta senza sconti. Una satira triste e a tratti grottesca di un mondo che ora sembra finito davvero.
Michele Lupo
Nathanael West
Il giorno della locusta
Traduzione di Marina Morpurgo
Et al. /edizioni
2011
Pagine 212
15 €