Dopo averne sentito parlare a lungo soltanto in toni elogiativi, ieri pomeriggio ho finalmente visto al cinema Il Discorso del Re. Non posso fare altro che confermare il giudizio più diffuso: è davvero un gran bel film, retto sull’interpretazione magistrale di due attori “che sanno recitare”. Sembrerebbe un’ovvietà, ma chi ama il cinema sa quanto siano numerosi i professionisti che finiscono sul grande schermo senza preparazione né talento. In questo caso, invece, la coppia composta da Colin Firth e Geoffrey Rush, nei panni rispettivamente di Giorgio VI (già Duca di York) e del suo logopedista Lionel Logue, funziona alla perfezione, tanto che io personalmente avrei difficoltà a riconoscere nel primo il ruolo di protagonista e al secondo quello di “spalla”. Ma tant’è: i due sono entrambi in corsa per la statuetta dell’Oscar, nelle categorie appunto di “miglior attore protagonista” e “miglior attore non protagonista”. Anche Helena Bonham Carter è tra le candidate all’Oscar, come “miglior attrice non protagonista”, grazie alla sua interpretazione ricca di ironia e di passione coniugale. Il personaggio di Churchill è invece forse tratteggiato con un’eccessiva impronta caricaturale, a mio parere.
Comunque vada a finire – il film si è aggiudicato ben 12 nominations – Il Discorso del Re merita il successo che sta ottenendo e gli elogi della critica. È certamente un film sulla difficoltà di esprimersi, dato che è costruito attorno alla battaglia contro la balbuzie condotta dal Duca e poi monarca di casa Windsor, ma anche su quella di farsi accettare dagli altri. Il logopedista Logue – che dottore non è – tenta l’ennesima audizione teatrale recitando il celeberrimo incipit del Riccardo III di Shakespeare (Now is the winter of our discontent, made glorious summer by this sun of York), solo per sentirsi rinfacciare il proprio accento australiano (totalmente perso nella traduzione italiana).

Dietro al tema principale, dunque, si scorgono altri motivi non meno importanti o interessanti. Il Discorso del Re è un film sull’amicizia, oltre i ruoli e le convenzioni sociali; sull’utilità di quelle forme di insegnamento per nulla ortodosse che escono dai recinti dell’accademia e si basano sull’esperienza diretta e sull’ascolto; sulla passione per il proprio lavoro e sull’accettazione delle proprie responsabilità, anche di quelle che non si vorrebbero (anzi, soprattutto di quelle), per compiere le quali si devono vincere tutte le paure, superando le barriere che la natura o gli altri ci hanno eretto attorno.
Saul Stucchi
IL DISCORSO DEL RE
Regia: Tom Hooper
Sceneggiatura: David Seidler
Con: Colin Firth, Geoffrey Rush, Helena Bonham Carter