Mercoledì 29 maggio si è tenuta alla Biblioteca Centrale di Sesto San Giovanni la presentazione del libro “Febbre” di Jonathan Bazzi, edito da Fandango. Cominciamo per una volta dalla fine: a conclusione dell’evento l’autore ha comunicato al pubblico intervenuto (sommessamente, ma non senza un pizzico di orgoglio, del tutto legittimo), che il libro è stato ristampato a pochi giorni dall’uscita, a riprova del successo che sta riscuotendo.
A presentarlo è stata la bibliotecaria Francesca Tenore, che ha alternato i suoi interventi ai brani musicali eseguiti da Giulio Galibariggi al piano e da Iris Galibariggi al sax e dalla lettura di alcuni brani del libro da parte di Sara Morlotti.

“Da quale esigenza è nato il libro?” ha chiesto Francesca, per iniziare. Nel 2016 Jonathan ha scoperto di essere sieropositivo. Ecco la causa della modesta ma persistente febbre che aveva. Anche se di HIV oggi non si muore più, rimane lo stigma, tanto che la sigla – ha notato lo scrittore – non compare nella locandina dell’evento. L’HIV crea ancora imbarazzo.
Lui però ha deciso di non tacere, anzi, di raccontare tutto fin dal primo momento, per evitare che altri lo dicessero al posto suo. “Sono uno a cui piace avere il controllo delle cose che lo riguardano”, ha detto sorridendo e piegando la testa di lato, in uno dei gesti per lui abituali (ho potuto constatare durante l’incontro. Ne risultava ben visibile la lettera ebraica Waw, iniziale di Jonathan, presumo). Da allora Jonathan è diventato un punto di riferimento, per esempio per le persone che hanno paura di fare il test.
La gabbia di Rozzano
Il libro ha una struttura bipartita. Bazzi ci tiene a rimarcare che si tratta di un romanzo. Sono state scelte estetiche a muoverlo, a dare un senso e un ordine al materiale autobiografico che ha selezionato. Da una parte ci sono la sua infanzia e adolescenza, dall’altra il periodo della prima metà del 2016. A tenere insieme queste due dimensioni temporali è la cornice comune: Rozzano, periferia sud di Milano, e le sue case popolari, in una delle quali Jonathan ha vissuto per anni. Un ambiente sicuramente inospitale, ma anche un posto al quale rimane legato. Ha voluto in qualche modo “riappropriarsene” con le parole. “Con questo libro torno ad abitare lì, almeno idealmente, ma ai miei termini”.

Ci teneva a rendere Rozzano più bella di quanto non sia nella realtà, a farne scaturire tracce di bellezza. In quei casermoni sono state ammassate migliaia di persone con problemi simili, impedendo la contaminazione con elementi positivi.
Rozzano mi odia. Rozzano l’ho odiata. Perché sono nato lì? Io leggo, scrivo, disegno, io sono il più amato dai professori. Con voi analfabeti non c’entro niente. Eppure a Rozzano ci sei nato e cresciuto. Rassegnati: sei uno di noi. Vivo a Rozzano ma lo voglio nascondere. Non voglio che la gente sappia com’è davvero casa mia. Non voglio che vedano questo palazzo con l’intonaco crollato e la gente paurosa affacciata ai balconi. Quando mi accompagnano in macchina io mi faccio lasciare lontano dal mio cortile. Dico per tempo al guidatore, amico, amante o conoscente che sia: va benissimo qua, grazie, lasciami pure qui. Ma sei sicuro? Guarda che non c’è problema, ti accompagno al portone. No, no, qua è un casino entrare nei cortili, stanno facendo i lavori. Va benissimo qui fuori grazie. Stanno facendo i lavori. Lavori in corso 365 giorni all’anno nel mio cortile. Tutti gli anni, in ogni stagione. Neanche col buio, di sera, li lascio avvicinare.
Rozzano è un buco nero fagocitante.
Famiglia e violenza
Su invito di Francesca Jonathan ha poi parlato della sua famiglia, della separazione dei genitori che l’hanno avuto quando ancora erano giovanissimi, della vita con i nonni materni. Manteneva un tono pacato intervallato da qualche sorriso. Ho notato che sceglieva con molta cura le parole da usare. Al termine dell’incontro avrebbe rivelato di soffrire di balbuzie. Me n’ero accorto e avevo pensato al celebre aneddoto di Demostene che riuscì a domare la balbuzie esercitandosi a parlare con dei sassolini in bocca. Jonathan invece scioglie l’eloquio aiutandosi con la gestualità e calibrando le parole che vuole dire.

“Febbre” è una sorta di diario di educazione o diseducazione sentimentale. È dedicato ai “bambini invisibili”, a quelli che subiscono il trauma di assistere ad atti di violenza. Lui ha fatto parte di quella schiera. Ha visto operare – soprattutto sulle donne, a cui si è sempre sentito più vicino che agli uomini – forme di violenza verbale, psicologica e a volte anche fisica. Adesso prova una grande insofferenza per il maschile come è esercitato nella nostra società. Il suo primo ricordo è un litigio dei genitori, nudi, che lottavano tra loro con una forbice in mano. Un trauma.
Ai bambini invisibili viene negata la libertà di esprimersi, di vestirsi come vogliono, anche solo di scegliere il quaderno che preferiscono. Ci sono “quaderni da maschi” e “quaderni da femmine”. “A sei anni volevo vestirmi da Jessica Rabbit per Carnevale. Mi hanno costretto a vestirmi da Roger Rabbit. Ma non era lo stesso…”. A scuola Jonathan giocava con le bambine invece che con i compagni maschi. Cantava le canzoni di Ambra e chiacchierava dietro una siepe, ma quando si doveva parlare di cose “da femmine”, le amiche lo mandavano via.
Tornando al tema dell’HIV, Jonathan ha confessato che in realtà, quando gli è stato diagnosticato, per lui è stata quasi una liberazione. Temeva di avere malattie peggiori. Usando Google come dottore, si diagnosticava tumori e leucemie… E invece era “solo” HIV. Così ha detto: “solo”. Da metà degli anni Novanta la medicina ha fatto enormi progressi con i farmaci antiretrovirali, mentre è rimasta ferma la sensibilità della gente comune. Si parla di HIV soltanto quando i media possono costruirci attorno il caso di un “untore”. Il romanzo ha anche lo scopo di aggiornare un immaginario che è rimasto congelato all’epoca in cui l’HIV era incontrollabile.
L’ultima parte dell’incontro è stata dedicata al tema della scrittura e all’ambiente della biblioteca come asilo sicuro. Per il piccolo Jonathan la biblioteca di Rozzano era una “tana magica” in cui rifugiarsi dalle brutture di tutto quello che lo circondava, dalla violenza, dalla volgarità, dalla negazione della sua identità. Lì poteva leggere in santa pace la storia di Giovanna d’Arco, la sua eroina preferita. Non proprio Jessica Rabbit, peraltro…
Saul Stucchi
Jonathan Bazzi
Febbre
Fandango Libri
2019, 328 pagine
18,50 €