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Voi siete qui: Italia » Pratolino: il parco delle meraviglie nato da un amore proibito

5 Dicembre 2009

Pratolino: il parco delle meraviglie nato da un amore proibito

pratolino_ante Nei documenti del cantiere lo chiamano spesso Il Gigante, ma a volte anche Il Nilo. C’è però chi lo considera Giove Pluvio e perfino Polifemo, benché possieda entrambi gli occhi e tradisca quindi una delle principali caratteristiche fisiognomiche del ciclope descritto nell’Odissea omerica. Stando ai più, comunque, è semplicemente L’Appennino, ossia la raffigurazione antropomorfica della dorsale che assicura alla Toscana le vitali risorse idriche della regione: dall’Arno al Serchio, dal Cecina all’Ombrone, dalla Magra al Tevere. Se l’interpretazione è corretta, si tratta d’uno scatto inventivo senza prototipi. Nella storia dell’arte si contano decine di sculture intitolate ai fiumi, ma non si segnalano statue che pretendano di ritrarre una vetta o addirittura una catena di monti. L’idea si deve al Giambologna, che così pensa di ornare il magnifico parco mediceo di Pratolino, alle porte di Firenze. pratolino_01
Non esiste traccia di bozzetti preparatori. Rimangono tuttavia due modellini, che riproducono con estrema precisione le fattezze dell’opera, comprese le disposizioni degli arti. Uno è esposto al museo del Bargello e l’altro a Douai, nelle Fiandre, città natale del suo artefice. pratolino_02Quanto alla statua, misura 11 metri d’altezza e, raffigurando un titano accovacciato, lascia alla fantasia del visitatore immaginare le sue spropositate dimensioni se d’improvviso dovesse ergersi in piedi. Il volto presenta un’ispida cascata di capelli e sopracciglia, che si congiungono poi ai baffi e alla barba.
Alcune zone conservano ancora traccia di colore nelle parti meno esposte al dilavamento delle piogge, come le palpebre e il naso. Si tratta di calde sfumature brune su una base di carnicino intenso. Le membra del poderoso corpo sono ricoperte con spezzoni di stalattiti e stalagmiti naturali sparsi qua e là. Sembra quasi che l’elefantiaca creatura sia appena uscita da un antro misterioso dopo un lungo letargo e, nel liberarsi dalle viscere della spelonca, abbia strappato via anche le cannule e le altre bizzarre concrezioni calcaree che si formano con il percolare delle acque. Capo e dorso sono protesi in avanti e lo sguardo è rivolto verso il suolo. Il braccio destro ai piega all’indietro sollevando il gomito, mentre il sinistro scende a terra e con il palmo della mano schiaccia la testa d’un mostro.
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Al di là del gesto perentorio, l’espressione che promana non è di facile interpretazione. E gli studiosi si sbizzarriscono nel tentare le esegesi più diverse. Una studiosa come Cristina Acidini Luchinat la avvicina addirittura a quella di qualche “vinto”. Trova anzi che l’atteggiamento richiama quello dell’uomo sopraffatto dal romano nel celebre gruppo Il ratto delle Sabine, ospitato sotto la Loggia dei Lanzi.
Di certo non sembra un essere che debba incutere paura. Appare piuttosto nelle vesti d’un padre bonario che si preoccupa del benessere dei figli e, se ricorre alla forza, è solo per proteggerli dalle insidie che possono mettere a repentaglio la loro incolumità. Hanno modo di scrutarlo molti personaggi: da Montaigne ad Abel Desjardins, da Leo von Kleuze a Poussin. Ma le loro annotazioni insistono più che altro sul senso di stupore che avvertono nel trovarselo di fronte. Lo vede anche Galileo Galilei, che il 16 agosto del 1605 è invitato per illustrare a corte le caratteristiche del compasso geometrico e militare. Tuttavia non si hanno notizie precise sulle reazioni emotive del geniale astronomo.
È comunque il tocco più magico d’una tenuta sorta a partire dal 1569 e che in origine contiene mille altre meraviglie. La cavità della mastodontica testa ospita un vano e dai globi oculari, un tempo vetrati come una finestra, si può pescare nel vivaio ai suoi piedi. Sotto c’è la Grotta di Tetide sorretta da quattro delfini con il bacino ornato di lumache e pipistrelli rivestiti di madreperla. Per non parlare degli automi, chiamati a incantare i visitatori con quelli che oggi si chiamerebbero gli “effetti speciali”. I cronisti ricordano il duello tra Achille ed Ettore, che avviene attraverso un ingegnoso meccanismo. L’acqua riempie un cilindro, su cui poggiano le figure dei due avversari. La rotazione è programmata in modo che l’arma dell’uno cozzi contro quella dell’altro, dando così l’impressione di un’aspra contesa. A fine corsa il fondo del marchingegno ormai vuoto si riempie di nuovo e la lotta continua senza sosta. Purtroppo, se si esclude l’inamovibile esterno della scultura, tutto è sparito a eccezione d’un drago, che però costituisce un’aggiunta seicentesca di Giovan Battista Foggini.
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Il ruolo centrale ricoperto dal colosso si può arguire anche da tutti gli altri elementi che compongono lo scenario e che ruotano intorno al leitmotiv acquatico. A poca distanza s’incontra la Fontana di Zeus, firmata da Baccio Bandinelli, con l’immagine del padre degli dei che lancia “fulmini” di pioggia nella vasca. A lato si trova la Pergola delle due spugne, rinvenute nei fondali della Corsica e del ragguardevole peso di 150 quintali. Più avanti si eleva la Gamberaia, ossia una serie di conche finalizzate all’allevamento dei crostacei. A lato sorge la Peschiera della Maschera, ideata per i bagni ristoratori degli ospiti. Un discorso analogo vale per il Viale degli Zampilli, con i getti che s’incrociano formando una galleria che trasmette frescura a chi s’incammina lungo il tunnel. Anzi, gli spruzzi producono effetti sonori che imitano i canti degli uccelli o veri e propri concerti musicali.
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Né va dimenticato il laghetto inferiore, il cui specchio è attraversato da un ponticello di legno. Si ha infine la Fonte del Mugnone”, la quale rende onore persino al torrente che sgorga sulle colline di Fiesole e lungo le cui rive il Boccaccio ambienta la celebre novella Calandrino e l’elitropia.
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Il regista del complesso è Bernardo Buontalenti, soprannominato Girandola per la straordinaria abilità di sbalordire sempre e comunque. Il poliedrico artista progetta le fortificazioni di Livorno e inventa una granata incendiaria, ma firma anche le mura di Prato e Grosseto, le decorazioni di Palazzo Pitti e le pisane Logge di Banchi. Sua è in particolare l’incredibile Grotta del giardino di Boboli, dalle cui pareti le rocce sembrano prendere vita componendosi in figure antropomorfe e zoomorfe scolpite dallo stuccatore Pietro Mati. Oltre a dirigere tutti i lavori, nel 1580 disegna tra l’altro la cappella a pianta esagonale ubicata proprio nel mezzo del parco. A pianta esagonale, è coperta da una cupola a spicchi conclusa da una piccola lanterna. Anteriormente presenta una ripida scalinata d’accesso ed è dotata di un porticato, sotto il quale assistono alle celebrazioni religiose i membri della servitù, mentre i signori e i cortigiani hanno i posti riservati all’interno del tempietto. Di soggetto assai diverso ma sempre dello stesso autore è anche la Grotta di Cupido, decorata con spugne naturali.
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Accanto al supervisore opera una schiera di personaggi di rilievo, come ad esempio Bartolomeo Ammannati, Valerio Cioli e Vincenzo Danti. La loro mano è chiamata soprattutto a ornare la villa del principe. Compatta nella struttura esterna, con le tipiche finestre incorniciate di pietra serena sull’intonaco bianco, è rigorosamente simmetrica nella disposizione delle 120 stanze, tutte arredate con mobili preziosi. Ma nell’alto basamento si abbandona a una serie di interventi eccentrici, che conferiscono alla dimora un’inconfondibile tonalità manieristica. Le cronache del passato ricordano in particolare alcune nicchie dai nomi più strani, tipo quelle del diluvio, della donnola, della stufa e della samaritana. Tra il verde spuntano statue che imitano i soggetti della mitologia greca e romana. La stessa vegetazione viene piegata al desiderio di creare un habitat selvoso. Per cui si lasciano perdere i lecci e gli ippocastani, pressoché scontate presenze dei paesaggi locali, ricorrendo tra l’altro agli abeti rossi d’importazione nordica.
(prima parte – segue)
Testo e foto di Lorenzo Iseppi

Didascalie:

  • La statua di Appennino
  • Il volto del colosso firmato dal Giambologna
  • La testa del mostro schiacciato dal Gigante
  • Il drago eseguito nel Seicento da Giovan Battista Saggini
  • La “Peschiera della Maschera”
  • La “Fonte del Mugnone”
  • Il tempietto esagonale di Bernardo Buontalenti
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