Terza parte del reportage di Marco Grassano.
Il percorso suggerito non mi convince molto: la strada pare poco più di una cantoniera, destinata a perdersi presto. Mi sembra più sicuro seguire l’indicazione Sault della provinciale. Passate le ultime case, si avanza per chilometri in un paesaggio calcinato e pieno di luce, con macchie di conifere che a volte mostrano un sesto d’impianto troppo regolare per essere spontaneo.
Il tracciato evita dirupi, si incrocia con altre strade, cambia più volte direzione in un’alternanza di curve e rettilinei, mentre compaiono superfici più uniformi, probabilmente campi a maggese. Il caldo mi fa tenere i finestrini abbassati e, di tanto in tanto, fermare a bere qualche sorsata d’acqua. Il bosco ai lati si infittisce. Un piccolo cartello nero reca la scritta bianca, in corsivo, Javon.
Mi ritrovo quindi, sulla sinistra, una grande fortezza turrita, che mi fermo a fotografare. Riparto. Vedo il primo campo di lavanda, isolato tra coltivazioni di alberi. Un incrocio a destra con l’indicazione Saint Saturnin les Apt. Mi riprometto di passarci al ritorno. Poco più in la, quasi a sorpresa, una fattoria circondata da una distesa enorme di impeccabili filari di lavanda, in mezzo ai quali si aggirano turiste giapponesi intente a scattare istantanee “da cartolina”.
Proseguendo, l’altopiano si apre a sinistra in un belvedere (segnalato) dal quale si domina la valle sottostante, piena anch’essa di campi di lavanda. Altri campi si incontrano lungo la strada, al bordo di frazioni e al piede di colline che ricordano la Val Curone. Finalmente ci si trova di fronte, oltre un canalone fasciato d’alberi e scavalcato da un ponte con sulla testata il cartello La Croc, le case arroccate di Sault.
Salgo in paese e lascio la macchina in una stradina iniziale senza uscita, dal fondo non asfaltato, sconnesso, e con alberi alla cui ombra parcheggiare. Da lì imbocco un vicolo molto stretto. Oltrepasso muratori al lavoro di fianco a un camioncino. Case tipiche, con aggettati dalla base di legno. La piazza della chiesa, la sua fontana asciutta sormontata dalla statua in bronzo di una giovinetta dai seni nudi che regge nella destra un grappolo d’uva e nella sinistra un mannello di spighe, la tonda torre angolare.
Prendo a sinistra della chiesa. Arrivo in uno slargo, di fronte alla grande insegna gialla, scritta in verde, del pure grande Bar Le Progrès , che mi fa venire in mente (anche per l’aspetto della barista, dalla quale compro una bottiglia d’acqua per ricostituire la mia scorta ormai alla fine) il quasi omonimo Café du Progrès di Ménerbes.
Vado nei giardini pubblici, più in là, affacciati sulla valle riquadrata da appezzamenti di lavanda. Una piazzetta che si direbbe cortile, con case dalle ringhiere articolate in forma di rami d’albero. Ritrovo la macchina. Rifaccio, a ritroso, una parte di strada, poi imbocco il percorso alternativo. Continuano a susseguirsi, per un po’, i campi lavandieri, gettati sulle varie superfici del paesaggio. Non hanno diserbato, qui, e il violetto si accosta magnificamente al giallo e al bianco di alcune asteracee e ombrellifere spontanee. Scatto altre foto. Rientro sulla provinciale, a Saint Saturnin, proprio dalla strada che non mi ero fidato a seguire. Meglio così, ho visto più cose.
Una freccia indica Apt, ma non è la strada che ho fatto per salire. Ancora una volta, non mi fido. In Avenue Hugo i lavori stradali sono terminati e il traffico è molto più scorrevole. Alla rotonda da cui inizia l’Avenue de Marseille, l’indicazione di Saint Saturnin mi mostra dove sarei sfociato.
Arrivando a Lourmarin svolto a lasciare la macchina nel parcheggio accanto al viale di platani. Di fronte, una fila di botteghe artigiane. Mi mangio una pesca e mi incammino alla ricerca del cimitero, per far visita alla tomba di Albert Camus sulla quale sono stato dodici anni fa. Giro attorno al paese. Il Castello domina il grande ingresso alle cantine, con l’offerta di degustazione e vendita. Una torretta tonda, forse un ex mulino, trasformata in abitazione. Nel camposanto ritrovo facilmente la fossa, con la sua lapide in pietra grezza sovrastata da un oleandro rosa in piena fioritura.
Non amo molto questo scrittore e i suoi miti esistenzialisti, ma mi sento vicino alla sua grande sofferenza di uomo. Persino dalle pagine di diario annotate durante un suo viaggio nell’iridato e gaio Brasile traspare uno stato d’animo dolente e cupo (ben diverso dalla gioia crepitante che sto provando io in questa regione francese benedetta dalla luce):
“Costretto a confessarmi che, per la prima volta nella vita, sono in pieno tracollo psicologico. Questo duro equilibrio, che ha resistito a tutto, è venuto meno malgrado tutti i miei sforzi. Vi sono, in me, acque glauche, nelle quali passano forme vaghe e si diluisce la mia energia. È l’inferno, in qualche modo, questa depressione. Se le persone che mi accolgono qui sentissero lo sforzo che faccio per sembrare normale, farebbero almeno lo sforzo di un sorriso”.
Esco. Mi affaccio al cancello di una villa in solido stile romanico, dalla quale digrada un vasto prato ornato di cipressi snelli. Raggiungo la macchina attraversando le viuzze del paese, colme di boutiques, di negozi e di locali per turisti. Ritrovo, in un sole ancora intenso, le immagini del viaggio mattutino: ponte, abitato, discarica, condutture, dissuasori. I sensi unici mi obbligano ad aggirare laboriosamente il centro di Alleins fino al lato opposto, per poter arrivare alla chiesa e alla strada del Castello.
La doccia, dopo una giornata così fitta e in previsione della cena, è un vero piacere.
(Terza parte – fine)
Marco Grassano
Didascalie:
– Il Fort de Javon
– Giapponesi nella lavanda
– La chiesa di Sault
– La tomba di Camus
– Percorsi in Vaucluse tra rovine e lavande – 1
– Percorsi in Vaucluse tra rovine e lavande – 2