Perché i tedeschi? Perché gli ebrei? Di certo la seconda domanda ha avuto un peso più grande della prima. Non solo per la necessità (sincera o costretta dal pudore culturale) di inforcare gli occhiali delle vittime. Molta letteratura storiografica sull’argomento proviene dal mondo accademico tedesco e l’implicazione onesta di una responsabilità collettiva non poteva che arrivare per gradi.
Götz Aly nel volume einaudiano il cui titolo è lo stesso dell’incipt di questo articolo, arriva buon ultimo. Buono ma problematico direi – ciò che più stupisce nel suo libro è la sottovalutazione di alcuni apporti storiografici precedenti al suo. Penso per esempio ai lavori di George Mosse (specie al suo imprescindibile Le origini culturali del terzo Reich) mai direttamente citato (nemmeno nell’articolata bibliografia sull’argomento!) anche se riconoscibile fra le spallucce che l’autore fa sul tema del movimento völkisch. Se Aly ha ragione di scrivere che senza intendere le cause collettive della persecuzione antisemita in Germania “la catastrofe tedesca resterà un oscuro capitolo astratto di ‘Olocaustologia’”, occorre ricordare che G. Mosse i conti con il dramma di una mentalità nazionale, estesa alla maggioranza della popolazione tedesca, li aveva fatti da par suo; lo snobismo che Aly dimostra nei suoi confronti è spiegabile soltanto con una saturazione del tono polemico che gli è tipico (vale anche nei confronti di altri lavori più controversi, come ad esempio I volonterosi carnefici di Hitler di Daniel Goldhagen)
Vero è che rispetto a Mosse, Perché i tedeschi? Perché gli ebrei? sposta il piano da una visione culturale del problema incentrata sulla diade sangue e suolo, a una dinamica psicologico-sociale, cifrata da un sentimento forte e a suo avviso decisivo: l’invidia. Non facendosi scrupolo di utilizzare elementi biografici di famiglia – segnatamente la vicenda dei nonni, di alcuni parenti e dello stesso padre – attraverso documenti privati, Aly mostra come a fronte delle terribili difficoltà economiche degli anni Venti la retorica del partito nazionalsocialista non si limitava a individuare negli ebrei un mero capro espiatorio della crisi ma assecondava, mai nominandola, un’invidia micidiale di consistenza e durata storica. Ma li prese di mira per i loro successi economici e professionali.
Detta così, potrebbe sembrare una mera opinione più o meno condivisibile e più o meno superficiale (anche per una certa disinvoltura dello storico a liquidare la faccenda dell’invidia in termini moralistici: “l’invidia distrugge la fiducia, rende aggressivi, conduce alla cultura del sospetto”, ecc…: asserzione che se lasciata a se stessa appare politicamente pericolosa perché inficia in partenza qualsiasi tentativo di modificare lo status quo: da Spartaco a Karl Marx). Ma Aly assembla un materiale statistico poderoso che mostra come il rancore dei tedeschi fosse “scritto” in una condizione di oggettiva subalternità non solo della classe operaia ma anche dei giovani e dei laureati della piccola borghesia germanica. Essi subivano un conclamato strapotere degli ebrei nelle professioni (si trattasse di medici, avvocati, insegnanti, ecc…), che datava dai primi dell’Ottocento, quando il regime prussiano cominciò a conceder loro libertà di commercio. E la possibilità di studiare: che essi seppero sfruttare perché vi individuarono una strada per l’autoemancipazione.
Dati alla mano, Aly presenta un quadro che attraverso un secolo di storia non lascia adito a dubbi sulle differenze fra ebrei e cattolici o protestanti quanto al tasso di istruzione superiore e al reddito. Il rancore, per converso, trovava terreno sempre più fertile in una malintesa nozione di uguaglianza che i tedeschi avevano malamente mutuato dalla rivoluzione francese (ne sarebbe stato un frutto meno indigesto l’invenzione dello stato sociale negli anni di Bismarck, e avrebbe messo in subordine il motivo della libertà e il possibile sviluppo di un pensiero liberale in Germania – è l’unico che sembra dignitoso agli occhi dello storico di Heidelberg). Su queste basi il “gigantesco senso d’inferiorità dei tedeschi”, fece il resto (Karl Kraus riassumeva la questione nella raffigurazione di una giornalaia che urlava: “Perché l’ebreo guadagna di più e più presto di un cristiano?”).
L’”io” tedesco, a disagio nelle forme dell’individualismo libertario trovava più consono alla sua “natura” accamparsi nel “noi” di un collettivismo popolare che trovò in Hitler il catalizzatore e il motore della sua rivincita. E che prese i lineamenti dello Stato, pertanto di una macchina che molti sperarono esentasse i singoli dalla responsabilità di quello che sarebbe accaduto dopo. Ma la servitù, avrebbe detto La Boétie, è spesso volontaria.
Michele Lupo
Götz Aly
Perché i tedeschi? Perché gli ebrei?
Uguaglianza, invidia e odio razziale. 1800-1933
Einaudi
Traduzione di Valentina Tortelli
Pagine 275, 32 €