Qualche anno fa uscì un libro, Woody Allen e la filosofia, in cui quindici filosofi s’industriavano a riconoscere nei film dell’amato attore e regista newyorkese una misura, una densità di pensiero tale da meritare per l’appunto il carattere di una “filosofia”… Invero, assai incerta, se si passava dal pessimismo di Mark Conrad, alla lettura di Ian Jarvie secondo il quale un sostanziale pragmatismo di fondo pervade l’opera cinematografica del narratore di Manhattan.
Ora l’editore Mimesis traduce un saggio di Roland Quilliot, La filosofia di Woody Allen, che recupera il valore della cifra comica – ad avviso di chi scrive, la più persuasiva, quella che tuttavia impedisce di accostarlo al più grande scrittore vivente, Philip Roth, – ovvio, e stiamo sempre su un côté ebraico – il quale è sempre stato severo nei suoi giudizi su Allen (troppo) ma capace di portare il racconto dell’America del secondo Novecento oltre la soglia del comico nell’orizzonte del tragico, non solo con la potenza di scrittura che gli è propria, ma senza doversi rifare alla filosofia dei grandi del passato canonicamente evocati invece dallo stesso Allen… (che si tratti dei grandi narratori russi, o dei più pessimisti fra i filosofi tedeschi, di Freud o Kafka, è stato il vecchio continente a fornirgli i contenuti profondi che egli ha poi saputo rigiocare in un terreno semiserio di grande seduzione spettacolare).

Secondo Quilliot, Allen è persuaso che il comico s’insidi involontariamente nella vita umana, e quanto più si provi a “riflettere sulla propria condizione”, tanto più si sortiscono effetti paradossali. In un lontano saggio di Umberto Eco, il semiologo piemontese sottolineava come il di più del comico alleniano (allora era un affare per happy few) si situava proprio nel punto in cui “alto” e “basso”, il pensiero filosofico sui massimi sistemi e l’abborracciato tran tran del quotidiano cozzavano fra loro.
Quilliot tiene però a marcare il territorio alleniano come uno spazio prestigioso, – parla persino di “mito” – tale in virtù non solo del talento comico ma di un cinema che nella sua interezza a suo avviso non è da ascrivere al puro spettacolo, all’entertainment, ma al vero cinema d’autore, sulla scia dei vari Bergman, Fellini, Buñuel. Sempre a suo avviso, se parte del pubblico non gli ha ancora riconosciuto il suo vero valore, ciò è dovuto alla disinvoltura con la quale Allen ha attraversato i generi, combinando insieme “ironia e serietà”, disorientando con ciò il giudizio al netto dell’ampio favore di cui gode come battutista.
Invece proprio questa promiscuità di registri sarebbe un modo efficace per raccontare le contraddizioni dell’uomo contemporaneo. In fondo direi che tenere insieme humour e metafisica (“Puoi definirmi un ateo teologico esistenziale. Credo nell’intelligenza dell’Universo, con l’eccezione di qualche cantone svizzero”), non a caso il titolo di uno dei capitoli del libro, ripete l’assunto di Eco citato sopra. Che questa sia però una “filosofia” nel senso classico della parola è più arduo da sostenere (almeno se intendiamo guardare al filosofo come a un pensiero originale). Grande artista, piuttosto, capace di rimescolare tracce di filosofie altrui. E farle collassare in un vuoto che apre lo spazio per l’insorgenza comica (non casualmente, a mio avviso, Allen fallisce quando vi rinuncia in favore di un dettato – non privo di suggestioni visive – rassegnato alla pessimistica sentenza filosofica sulla vanità delle cose che non aggiunge però nulla al già detto: penso a un film come Ombre e nebbia). Libro comunque interessante anche se non particolarmente originale, attento nel cogliere nell’impasse morale e nel guazzabuglio psicologico dell’individuo privo di certezze la problematizzazione più significativa dell’arte di Woody Allen.
Michele Lupo
Roland Quilliot
La filosofia di Woody Allen
Mimesis
2011
Pagine 162
17 €