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Voi siete qui: Biblioteca » Per il “filosofo” Leopardi il greco antico era una lingua moderna

18 Settembre 2012

Per il “filosofo” Leopardi il greco antico era una lingua moderna

I Volgarizzamenti in prosa dal greco antico di Giacomo Leopardi, al netto delle questioni meramente filologiche, potrebbe essere una lettura (rapsodica magari) meno rischiosamente culta e difficile o noiosa di quanto solo il titolo lascerebbe immaginare. Non che l’edizione critica proposta, a cura di Franco D’Intino per Marsilio, miri a questo. Nessun ammiccamento pop di quelli che oggi si azzardano fino al ridicolo: anzi, l’apparato di note e commenti è talmente massiccio da fabbricare un volume di 500 pagine molto fitte a fronte delle poche decine che gli scritti tradotti dal genio recanatese guadagnerebbero in sé.

Dunque, la sollecitazione è di chi scrive. Se non mancano motivi per analizzare gli aspetti più tecnici dell’operazione leopardiana a uso e consumo degli specialisti, un approccio sfrondato dai medesimi consente al lettore curioso non solo di orientarsi nell’idea che della lingua greca aveva il Nostro (lingua amata – a suo dire – in virtù di una relativa semplicità aperta alle variazioni del nuovo: moderna, a suo modo), di fare un salto nel virtuosismo del suo esercizio stilistico di traduttore e volgarizzatore, ma di leggere nel pensiero stesso di Leopardi passando attraverso Iseo, Teofrasto, le Operette Morali di Isocrate o il Manuale di Epitteto.

Leopardi_1

Quello sui moralisti greci fu un vero e proprio progetto unitario di una collana da pubblicare presso l’editore Stella: progetto che non andò in porto, amareggiando al solito il più grande filosofo della modernità italiana (perché di questo si tratta, prima ancora che di filologia e poesia) ma del quale restano tracce cospicue, frammentarie o lavori a tutti gli effetti conclusi. Lavori concepiti o realizzati negli anni centrali del secondo decennio del secolo diciannovesimo, dai quali – per tornare al punto centrale di questa segnalazione – s’insinua una declinazione meno pessimistica – o, si preferisce – meno tragica del vivere. Come dice D’Intino nell’introduzione, “una mezza filosofia d’ispirazione socratica parzialmente alternativa al nichilismo imperfetto delle Operette Morali”.

E senza voler tentare un’inutile passaggio dall’”opera” (seppure di matrice altrui) alla biografia – a una biografia mutante e paradossale – per alleggerire la percezione che i più hanno di quell’edonista infelice (la definizione è di Umberto Eco) che fu Leopardi, ricordiamo il suo gusto del pastiche (evidente nel volume da più parti) o quella vera e propria contraffazione della lingua trecentesca che gli permise d’inventare e propinare al pubblico corrivo degli studiosi una versione improbabilissima del Martirio de’ Santi Padri del Monte Sinai e dell’Eremo di Raitu (Stella, Milano 1826). Era il 1822 e di lì a poco se ne sarebbe andato a Roma. Da una parte, aveva anch’egli vissuto come un monaco, sapeva di cosa parlava. Dall’altra, far vivere ciò che non c’è più o non c’è mai stato, era uno dei modi escogitati da Leopardi per sopravvivere a se stesso. Divertissement per pochi, ma mica era colpa sua.
Michele Lupo

Giacomo Leopardi 
Volgarizzamenti in prosa
1822-1827

Edizione critica di Franco D’Intino
Marsilio
Pagine 516
40 €

Il libro si può acquistare direttamente online sul sito: www.libreriarizzoli.it

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