Il reportage di Marco Grassano sull’isola di Creta prosegue con questa passeggiata per le vie di Agios Nikolaos.
Pensiamo di portare la macchina giù nella stradina posteriore, per averla vicino alla camera. Mettiamo in moto e avanziamo lungo l’urbanizzazione sgranata e incoerente della Papandreu.
Dopo poche centinaia di metri, svoltiamo a destra, in un vicolo che scende ripido e sconnesso, orlato da erbacce. Rampicanti. Un paio di piante di fico. Vasi. Donne e bambini davanti a casette bianche. Panni stesi. Al termine, giriamo di nuovo a destra, su un asfalto messo – se possibile – ancor peggio. Costruzioni precarie o fatiscenti, dalle cui pareti emerge un oleastro. Cespugli incolti ai bordi. Atmosfera di generale incuria. Tronchi lisci e fogliame copioso di alberi ancor giovani.

Lo sguardo sorvola l’intera baia, fino al mare aperto. La malconcia carreggiata sfuma in una china di macerie, tipo abbandono di rifiuti da demolizione, e non possiamo proseguire, se non vogliamo rischiare la coppa dell’olio. Parcheggiamo, allora, appena prima, in uno slargo rampante che termina contro una scalea di cemento attraverso la quale risalire alla via alta. Tiriamo bene il freno a mano e collochiamo, a rincalzo delle ruote posteriori, due grandi pietre, prelevate sul ciglio, come hanno fatto per l’auto blu scuro di fronte alla nostra.
Ascendendo gli ampi gradini, raggiungiamo il marciapiede. Torniamo verso la pensione, diretti al centro città. Di passaggio, cogliamo scorci del golfo e dell’isola delle capre. Segmenti di aiuole in terra rossastra, con alberi e cespugli irrigati a goccia. Panchine. Sull’altro lato, proprio di fronte all’Eleni Studios, la vistosa insegna del minimarket Τσαγκαράκης, insediamento che potrà risultarci utile. In prossimità della rotonda, l’ombra vegetale si affolta.
Una ouzeri occupa interamente una piccola struttura prefabbricata. Seguono, in un edificio più massiccio, le vetrine e l’insegna purpurea di una macelleria: Κρεοπωλείο Ξένος. Ricorda vagamente quella di San Sebastiano Curone. Quindi, d’angolo sull’incrocio, la panetteria e pasticceria Μέλισσα (Mélissa). Una denominazione che significa “ape” suona abbastanza singolare, per un negozio di fornaio.
Attraversiamo la doppia carreggiata dichinante verso sinistra, nel punto in cui i gialli cordoli dei marciapiedi e lo spartitraffico centrale si avvallano. Un’ampia superficie con bordi di tuie globulari, scandita in corselli asfaltati e specchi di terreno. Imbocchiamo la via a senso unico Παλαιολόγου, che la costeggia sul lato maggiore. Un piccolo chiosco per bibite. Eucalipti adulti adombrano il marciapiede lungo tutta l’area, nella quale si scorgono, da qui, anche giochi per bimbi. Sulla destra, il grande Ospedale Generale (Γενικό Νοσοκομείο), che ricordavo di aver visto, nell’ottobre 2000, andando a uno degli eventi organizzati per il Congresso dei Comuni Mediterranei Gemellati.
Di fronte alla struttura sanitaria, un vasto piazzale senza asfalto, dove spunta qualche sporadico ulivo e sostano diverse macchine. Viene indicato dalla toponomastica come Λαϊκή αγορά, (laichè agorà), che vuol dire “mercato popolare”. Infatti, la nostra guida tascabile ci informa che ogni mercoledì lo spiazzo si riempie di bancarelle (soprattutto di generi alimentari e abbigliamento) “per uno degli eventi più caratteristici della cittadina”.
Proseguiamo nella Paleològu, che inizia a divallare con inclinazione evidente. A sinistra, sopra un livello sostenuto da muretti rivestiti di pietra, incombono la Δημοτικό Σχολείο, o Scuola Primaria (“Elementare”, si diceva ai miei tempi), e, a continuazione, il Museo Archeologico (Αρχαιολογικό Μουσείο): in fase di ristrutturazione, secondo la guida, ma comunque parzialmente accessibile, dalle 8.30 alle 15.00 dei giorni feriali, per visionare alcune esposizioni temporanee. Troppo tardi, per oggi.
Un tratto di roccia scabra, al quale aderiscono alberelli di eucalipto e il piccolo tabellone degli annunci funerari, corredati di fotografia del defunto. Mi rimane impresso quello commemorante i sei mesi dalla dipartita dell’anziana Μαρίας Κουρίνου (Marìas Kurìnu), perché il cognome è assai simile a uno che si trova anche da noi. La denominazione della bottega di accessori casalinghi Μοντέρνο Σπίτι, Casa Moderna, sembrerebbe meglio addirsi a una rivista per lettrici pacchiane.
Il sewing tayloring studio / εργαστήριο ραπτικής / ANNA mi fa sorridere per l’accostamento ideale a una sartoria di mia umoristica invenzione, L’Ago Bello. Di fronte, un supermercato della catena SPAR. L’insegna, istoriata da una rossa croce sanitaria, Γαστρεντερολογικό Ιατρείο (Gastrenterologikò Iatrìo). Anche i nostri termini medici, oltre a quelli farmaceutici, vengono direttamente dal greco. Doveva trovarsi da queste parti il negozietto di dischi dove avevo acquistato il CD col Monogramma di Odisseas Elitis musicato da Mikis Theodorakis, ma quasi certamente non esiste più.

Curiosi segnali stradali di divieto di sosta: nel primo, il cerchio rosso su fondo blu sbarra una fascia bianca; nell’altro, due. Chissà cosa ingiungono esattamente. Viuzze e scalinate si arrampicano sia verso destra che verso sinistra.
Continuiamo a scendere tra casette basse e spigolose. Le vetrine della Ζαχαροπλαστική Έλενα, dalle quali si coglie la vista di appetitosi dolciumi: interessante per venirci a far colazione domani. Poco dopo, le raffinatissime riproduzioni artigianali di pezzi archeologici cretesi esposte dall’Atelier Ceramica (sic): Museum Copies Hand Painted.
La via si spalanca nello slargo che incastona il celebre, mitologico laghetto dalle fosche acque un tempo credute senza fondo. Un piccolo chiosco, a bordo marciapiede, vende bibite fredde, gelati Algida, dolciumi in confezione. Brulicano di colpo le attività gastronomiche, le cui terrazze, protette da tendaggi o da ombrelloni, si spingono, sulle due sponde pervie, fin quasi alla riva, dove sono attraccate file di barchette a motore. Qualche ricordo mi balena, ma fatico a collocare le immagini di allora negli spazi di adesso.
Attraversiamo il ponticello che supera il corto canale tra il quadrilatero d’acqua e la darsena del porto. Respiriamo a pieni polmoni una brezza salmastra e luminosa. Vitree scaglie di sole sbocciano continuamente sul blando dondolio della superficie liquida. Ci infiliamo, subito di fronte, in una viuzza alberata, pedonale e totalmente commerciale, pavimentata in ruvide mattonelle di graniglia grigia fra le quali sono ritmicamente disposte, come decorazione, losanghe di marmo bianco. Le insegne del negozio a inizio strada, e le tende chiare che lo riparano, contengono scritte in cirillico. Credo che qui i russi danarosi abbiano trovato una loro grossolana America.
Camminiamo in progressiva ascesa. All’inizio di una gradinata che cala, sulla destra, verso la laguna, si erge, a figura intera, la bronzea statua togata di un certo Ρούσσος Α. Κούνδουρος (Rùssos A. Kùnduros): medico, eroe della resistenza e cineasta locale, ci informa Wikipedia. Nella foto tessera riprodotta in rete, appare piuttosto somigliante a Peppino De Filippo.
Rasentiamo, senza soffermarci, bazar turistici, espositori carichi di capi d’abbigliamento, di cappelli d’ogni foggia, di scarpe e di ciabatte, un laboratorio di monili (Workshop in Jewellry), una rivendita di fronzoli per la casa (Ambrosia & Nectar), numerose botteghe d’artigianato del legno, soprattutto d’ulivo. Icone dalla ieraticità bizantina, smaltate in oro. Flauti di Pan, come ne dovevano suonare, semisdraiati all’ombra di qualche faggio, i pastori di Teocrito e di Virgilio (silvestrem tenui musam meditaris avena…). Uno di questi zufoli me lo voglio comprare anch’io, prima della partenza!

Per il momento, entriamo nella libreria Βιβλιοπωλείο ΑΝΝΑ ΚΑΡΤΕΡΗ (Karteri), al numero civico 5. Pareti letteralmente ricoperte di tascabili in greco, inglese, francese, tedesco. Ripiani centrali con libri per bambini e volumi illustrati di arte e geografia. Il pavimento, nel primo tratto in banale ceramica beige, assume, più avanti, l’attempata autorevolezza di un classico disegno geometrico bianco, nero e grigio, che imita la tridimensionalità.
Frugo un po’ tra gli scaffali di sinistra. Sfilo Alexis Zorba in francese, nella nuova traduzione di René Bouchet, pubblicata da Actes Sud nel 2015, che avevo già notato in Provenza. Scorro le prime righe: “Le jour était sur le point de se lever. Il pleuvait. Un fort sirocco poussait les embruns jusque sur le petit café. Les portes vitrées étaient fermées, il y avait dans l’air des relents de sueur et d’infusion. Il faisait froid dehors, l’haleine des clients avait embué les carreaux…” [Vedi NOTA]. Invidio di cuore una simile, suprema capacità descrittiva.

Decido di regalarmelo. Mi avvicino al banco, dove siede la titolare: ancora abbastanza giovane, paffuta, mossi e lunghi capelli scuri tirati all’indietro, occhiali. Alle sue spalle, testi di cucina, guide turistiche, manuali tascabili, piccoli dizionari. Sull’onda dell’entusiasmo per la coinvolgente lettura, le parlo in francese, ma mi accorgo subito che non mi capisce e passo al più comune inglese. Pago col bancomat i 14 euro e 50 del prezzo: il costo di una cena.
NOTA: Ecco la corrispondente versione di Nicola Crocetti: “Era quasi l’alba. Pioveva. Soffiava un forte scirocco, e gli spruzzi del mare arrivavano fino alla piccola taverna. Le porte a vetro chiuse, l’aria sentiva di sudore umano e di infuso di salvia. Fuori faceva freddo, e i fiati avevano appannato i vetri.”
Trentesima parte – Segue
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano
Didascalie:
- Uno scorcio del lungomare
- L’immagine di “Monogramma” è presa da YouTube
- La libreria di Anna Karteri
- Copertina dell’edizione francese di “Alexis Zorba” (Actes Sud)