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Voi siete qui: Europa » Passeggiata domenicale nella città cretese di Chania

7 Febbraio 2020

Passeggiata domenicale nella città cretese di Chania

Continua il racconto di Marco Grassano sulla sua visita di Chania, sull’isola di Creta.

Oggi è domenica, giornata di liturgie religiose anche qui. Veniamo svegliati da un energico, allegro carillon di campane, che scoppiano a ondare alle 7 in punto. Ci alziamo con calma e ci laviamo. L’esibizione sonora è replicata alle 8. Alle 8.05 si fa udire una squilla singola, lenta, argentina, come da noi all’inizio della messa. Si interrompe all’improvviso. Poi, dopo una pausa di qualche secondo, batte altri tre rintocchi e tace del tutto.

Porto di Chania: battelli in attesa di partire

Colazione in piazza

Andiamo a far colazione al Muses Café Restaurant, i cui quadrati tavolini di legno e le cui funzionali poltroncine di sparto intrecciato occupano una porzione non minima della piazza – dove, peraltro, debordano vari esercizi analoghi. Il “cuore” del locale è accolto in una piccola struttura metallica, dalla quale sporge, a proteggere il dehors, una tenda estensibile, integrata con ampi ombrelloni quadrangolari.

Ci sediamo e sfogliamo la lista delle consumazioni. Le vivande che ci allettano maggiormente sono: macedonia di frutta cosparsa di panna e di gelato, cornetto caldo ripieno di Nutella, cappuccino. Arriva un cameriere giovane e moro, dalla barba incolta. Mi pare somigli al veterinario dell’Ente Parco del Po e dell’Orba, ma anche e forse più – sebbene in versione smagrita – a un avventuroso impresario edile che abitava di fronte alla nostra casa di Vigana. Ora che ci penso, la madre di quel personaggio era greca.

Il giovanotto va al banco con le ordinazioni e le passa a un collega più anziano, che subito attraversa la Kanevarou e si infila in un edificio limitrofo: lì, presumibilmente, si trova la cucina. Dopo un po’ l’uomo torna reggendo tutto su un vassoio. La brioche si rivela gigantesca, ma non a detrimento dell’ottima qualità. Abbondante e delizioso anche il resto. Ci avviciniamo per pagare, mostrando il biglietto datoci da Sofia. Otteniamo lo sconto promesso, su una cifra già modica di suo.

Cancello chiuso ma non troppo

Andiamo a vedere la situazione della macchina. Il cancello è allacciato, in alto, da una grossa catena, ma lasciando tra i battenti lo spazio necessario per passare a piedi senza difficoltà. In effetti, sul piazzale si affaccia il Rosa Nera, bar o circolo o centro autogestito (o magari le tre cose insieme) i cui frequentatori devono ben potervi accedere. Per fortuna, la nostra non è la sola vettura rimasta dentro: altre tre o quattro (a dire il vero, non nuovissime) sono posteggiate di fronte al locale; una, in evidente abbandono, è sollevata su pile di laterizi, in modo da evitare che gli pneumatici aderiscano al suolo.

Passiamo dalla pensione e chiediamo al collaboratore della padrona se il parcheggio è chiuso perché oggi è domenica. Date le sue evidenti difficoltà con l’inglese, mi sforzo di tradurgli in lingua locale le ultime parole, indicando il cancello: κλειστή γιατί σήμερα είναι Κυριακή. Risponde, a fatica, che non è per quel motivo. Non si direbbe neppure greco. Chissà.

Ci portiamo verso la Moschea. I battelli col fondo di vetro attendono, per iniziare la gita, di aver completato il carico di turisti. Entriamo nell’ex tempio. Piccole bancarelle espongono fragili oggetti d’arte. Lungo le pareti, tranne che nell’area dell’elegante mihrab, si possono osservare quadri di diversi autori, affissi a pannelli rivestiti in canovaccio grezzo.

Mi piace il dipinto, quasi iperrealistico, di un orcio bianco posato su tondi ciottoloni calcarei e stagliato contro un mare blu cupo, e anche l’altro che ritrae, con cromatismi meno antitetici, una pala di cactus gemmata di frutti maturi, minacciosamente spinosi.

Il mihrab della Moschea di Chania a Creta

La motobarca Irini. Le carrozzelle dei cavalli. Un anziano pescatore a canna, in piedi. The Tempest. Il Grande Arsenale. Da uno scafo biancazzurro, amarrato in aderenza alla riva, si protende un banco che offre articoli marini: delicati scacciapensieri a vento fatti di valve tinnienti, buccine di varia grandezza, spugne naturali o colorate. Il Basilikòs. Una seconda bancarella galleggiante, carica di porifere e conchiglie. Altre terrazze di ristoranti, in successione. Sdraiato su una sedia bianca del Τα Νεώρια, un gatto tigrato di grigio sbadiglia e stira le zampe, divaricando le dita.

Ristorantini di pesce

La viuzza dove avevamo pranzato ieri. Palazzine abbastanza recenti, alte dai due ai quattro piani, si affacciano ora sulla darsena. Alla loro base, adombrate da tende parasole, si susseguono le terrazze di alcune Ψαροταβέρνα – Fish taverna. Tre campate di vasti hangar veneti, che la nostra guida definisce Neoria dei Mori.

Quello di sinistra presenta al proprio interno, osservabile attraverso l’ampio portone spalancato, un ennesimo, invitante locale, le cui poltroncine grigie traboccano a occupare, coi relativi ombrelloni bianchi, anche un bel pezzo di marciapiede, fino all’esordio della diga foranea frangiflutti: che si diparte dai rimasugli consunti di antiche pareti elevate a terrapieno, per terminare, dopo diverse centinaia di metri, col faro.

Chania: verso la diga foranea

I visitatori, in movimento incessante, sono già parecchi. La lunga lama di pietra si può percorrere sia rasentando il porticciolo che su un camminamento più elevato, dal quale si respira il mare aperto. In basso, nell’aria immobile, il calore grava intenso, mentre quassù ci si sente addosso la piacevole carezza rinfrescante di un venticello perpetuo.

L’ambulacro, però, si dimezza poco più avanti, rendendo disagevole incrociare chi proviene in senso opposto. E infatti, devo girarmi di traverso e sfiorare con molta attenzione, per non cadere all’indietro, una signora bruna e carnosa, affacciata al parapetto con lo sguardo rivolto all’orizzonte. Poggiandole le mani sulle spalle, le dico, in italiano, “Scusi, non è per approfittarne…”. Lei sorride, ma non so se ha capito.

Lo spalto torna quindi ad ampliarsi temporaneamente nel punto in cui una serie di gradini monta per dar spazio a un piccolo varco sottostante, protetto da ringhiere rugginose, che mette in comunicazione diretta – forse per evitare ristagni – la cala e la marina.

Il porto di Chania sull'isola di Creta

L’acqua, in bassa marea, lambisce con limpida calma gli scogli e il ghiaione grossolano che orlano il piede esterno della difesa. Le frastagliature della costa, a destra e a sinistra, si appannano man mano che la distanza aumenta.

Chania: l'acqua lambisce gli scogli sotto la fortificazione

Un insolito accostamento

Anche la superficie del bacino, lievemente goffrata, lascia trasparire il fondale. Alti sopra il borgo si scaglionano, con diffuminazione progressiva, due scabri crinali rocciosi. Ci incuriosisce, subito alle spalle del porto, l’insolito accostamento fra un campanile e un minareto. Andremo poi a verificare di che si tratta.

Chania: il campanile e il minareto

Procedendo, l’angusto cammino superiore della diga si fa anche alquanto sconnesso, come già a Rethimno. Alla fine dobbiamo proprio scendere, avvalendoci, per appoggiare i piedi, di uno dei cannoncini, divorati dalla ruggine, che si ergono a perpendicolo sul camminamento di sotto, ampio e regolare.

Raggiungiamo, più o meno a due terzi della distanza, una costruzione di pietra in grandi blocchi, cementati a formare pareti spesse, con le finestre chiuse da robuste griglie. Si tratta, direi, dell’ennesima fortificazione, elemento indispensabile per un’epoca in cui assalti e scorrerie erano all’ordine del giorno.

Accanto a una palma piccola, una scala dal corrimano in ferro battuto conduce, con un paio di rampe, al livello superiore del baluardo, in parte sopraelevato e pavimentato per formare un terrazzo panoramico dal quale si spazia tutt’in giro, e in parte (l’accesso è ora diverso) rimasto com’era in origine, con ancora visibili i grandi archi tondi delle feritoie per i cannoni.

Scattiamo qualche fotografia, poi riprendiamo il percorso. Il camminamento lastricato cede a una rientranza sabbiosa abbastanza sporca, con legni sparsi e travi abbandonate, che termina contro un pontile profondamente conficcato nella darsena e un casotto dal malconcio tetto in eternit.

Segue un breve tratto, assai scomodo da attraversare, in cui tra la scarsa rena sono disseminati caoticamente tanti piccoli macigni. Quindi la pavimentazione piana ricomincia. Da qui in poi si può arrivare in fondo al promontorio artificiale solo costeggiando la darsena. Qualche panchina di marmo. Poi una ripidissima scalinata si arrampica al faro. Ma, giunti in cima, un cancelletto impedisce di raggiungerlo. Appollaiati lì, osserviamo e riprendiamo il paesaggio.

Torniamo giù di qualche gradino e ci avviamo verso la terraferma mantenendoci sulla cima, larga e agevole, del muraglione esterno. La parete dichina lievemente, poi permette di scendere, in tre scalini, al ricomparso spalto. Lo seguiamo. Sfioriamo dal retro, in uno stretto passaggio, il capanno col tetto di eternit. Quindi ci lasciamo scivolare sulla parte bassa della piattaforma che ospitava i cannoni.

I raggi solari si riversano densi come miele. Fa caldo. Sostiamo, per qualche minuto, all’ombra del muro maggiore del fortino, sedendoci a bere acqua sulla soglia di due porte di legno massiccio, smaltato a vista.

Ventiduesima parte – Segue

Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano

Didascalie:

  • I battelli in attesa di partire
  • Il Mihrab della Moschea
  • Il porto
  • Verso la diga foranea
  • L’acqua lambisce gli scogli sotto la fortificazione
  • Campanile, minareto e crinali
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