Il racconto di questa passeggiata per il centro di Agios Nikolaos è parte del reportage di Marco Grassano sull’isola di Creta.
Usciamo dall’hotel e andiamo in centro, per acquistare qualche ricordino e visitare ancora un po’ il borgo, prima di cena. Ci affacciamo alla sponda nord del lago. Nell’acqua, un brulicame di avannotti: segno che non è inquinata.
Imbocchiamo la via pedonale e, stavolta, la percorriamo lentamente. In una bottega sulla sinistra, mi regalo con soddisfazione, per soli sei euro, il flauto da pastore. Cerchiamo, in vari altri esercizi, una capretta di legno, e alla fine la troviamo. Più avanti ancora, nel negozio di casalinghi, scegliamo un paio di asciugamani.
Dalla piazza torniamo indietro lungo la via parallela, sempre osservando le vetrine. La libreria ha un ingresso anche da questa parte. Quasi al termine, poco prima della chiesetta di Sant’Attanasio, ci incuriosisce una minuscola costruzione con gli infissi e il balcone pitturati di turchese. Ieri, passando più rapidi, non l’avevamo notata.
Di fronte al tempio, il negozio di artigianato vario (legno, argilla, ceramica, stoffa, pietra) OLÈA esibisce un pannello pirografato con le stesse parole di Elitis esposte nel bar di Iràklio, in traduzione inglese però: “If you deconstruct Greece in the end you’ll see you are left with an olive tree, a grepevine and a ship. Which means, you can reconstruct her with as much”.

Ci portiamo di nuovo al laghetto. Percorriamo la riva di sudest, lungo il lastricato compreso tra la compatta sfilza delle esplanadas – le abbiamo immortalate poco fa, mentre ci trovavamo di fronte – e l’acqua. Ecco la scalea che divalla dalla statua di Rùssos Kùnduros.
Verso la fine della banchina, i lastrici si fanno più grezzi. Gli insediamenti turistici cessano. Sotto un portico pavimentato in legno, una vecchina (occhiali, lungo vestito blu di Prussia, ampio foulard al collo, capace borsone nero) siede sul basso muricciolo di fondo, mentre, attorno, vediamo ciondolare sulle goffe zampe palmate uno stormo di papere e di anatroccoli.

Arriviamo a ridosso della parete rocciosa strapiombante, ammantata di contorte tamerici. Una fontana verticale di foggia veneziana, asciutta. Posati di fianco al passaggio, o inseriti nei muretti di sostegno, frammenti – sgorbiati da scritte – di antichi capitelli e di colonne dalle scanalature tortili.
Un portone di legno occlude un presumibile antro. Un gatto bianco dalle esigue chiazze grigio-tigrate, con indosso un collarino di cuoio, balza su fra i rampicanti. Il frontespizio a calce di una chiesuola incassata nella pietra.

Incisi sulle ante dell’ingresso, due leoni di San Marco, speculari, sovrastati dalla scritta αίνειτε αν τον (aìneite an ton). Ne cerchiamo la traduzione. Ci viene fuori: “lo fai se lui”. È la Cappella del Pescatore (Παρεκκλήσι του Ψαρά, Parekklìsi tu Psarà); lo si invita, praticamente, a confidare nel Padreterno, come i suoi colleghi portoghesi: Ha de ser o que Deus quiser, Sarà quel che Dio vorrà. Ma, poco oltre, dedicata al Pescatore è anche la Cripta (Κρύπτη του Ψαρά, Krìpti tu Psarà): chiusa da una robusta inferriata, una spelonca custodisce diversi attrezzi simbolizzanti l’attività piscatoria, soprattutto lampade, reti, salvagente, un’elica.
Il molo – con all’ormeggio una schiera di barchette, a remi o a motore fuoribordo, alcune amarrate alle tamerici – termina in una scala che si inerpica per la ripa, fino alle case sovrastanti. Il versante di roccia ad angolo si eleva invece proprio dall’acqua. In una microscopica caletta ricavata alla base, una cuccia: penso destinata agli anatidi, visto che soltanto loro potrebbero arrivarci.
Al punto di attracco dei transatlantici è ferma ora un’enorme nave. Puntiamo in quella direzione. Scendiamo a percorrere la banchina della darsena, passando in rassegna le prue delle motobarche. Ci fa sorridere, appoggiato alla parete assieme a un nugolo di biciclette, il motorino targato ANN.

Il piano di calpestio si eleva dolcemente, fino a ricongiungersi con quello superiore. Prendiamo a destra, per assecondare lo zoccolo di case poggiate sulla roccia. Incrociamo di nuovo il trenino, a pieno carico. Persone raggiungono, in ordine sparso, l’immenso scafo e vi entrano attraverso un portello aperto al livello del molo. In proporzione, ci pare minuscolo.
All’altezza della poppa, il monumento che raffigura Η Αρπαγή της Ευρώπης (I Arpaghì tis Euròpis), ossia Il Rapimento di Europa. Mi viene in mente, oltre all’avido Arpagone molieriano, il mitico saggio narrativo di Roberto Calasso Le nozze di Cadmo e Armonia, che giusto con questo episodio inizia: “Sulla spiaggia di Sidone un toro tentava di imitare un gorgheggio amoroso. Era Zeus. Fu scosso da un brivido, come quando i tafani lo pungevano. Ma questa volta era un brivido dolce. Eros gli stava mettendo sulla groppa la fanciulla Europa…”. Ha la bocca socchiusa in un muggito, questo toro di bronzo, mentre la fanciulla (coturni, perizoma, seno nudo, capelli raccolti in trecce e cinti da una fascia) lo cavalca all’amazzone e sostiene a braccia spalancate, all’altezza del capo, una sfera e un aquilotto.

Da qui in poi sovrastiamo la scogliera. Verso il largo, l’isola delle capre. Di fronte a noi, il profilo accidentato della riva opposta, sulla quale incombe, appena distinguibile, la sottile ostia della luna. Dove la costa e la litoranea piegano ancora ad angolo acuto, formando un promontorio, un altro grande monumento, stilizzato, raffigura il corno sinuoso della capra Amaltea. Continuando lungo la passeggiata, arriviamo alla spiaggia di Κιτροπλατεία (Kitroplateìa), nome che vuol dire “Piantagione di agrumi”. Come il già citato capo Ampelio – cioè “Vigneto” – di Bordighera…

Saliamo verso l’interno, per raggiungere il Sarri seguendo un percorso alternativo. Ci avvaliamo della mappa cartacea, come avremmo fatto ai miei tempi. Quest’angolo urbano, più che altro di palazzine, ha un’aria “leggera”, da riviera ligure turistica, anche per gli oleandri e le buganvillee che orlano il primo tratto di strada. Sulla destra, una scalinata, velata di fronde, monta fra le costruzioni, che rimangono abbastanza dozzinali per tutta la viuzza.
Scavalliamo un dosso da cui si vede, inquadrato nella prospettiva delle facciate, uno scampolo di darsena, e giriamo a sinistra. A dritta ci ritroviamo un basso, grazioso villino liberty, che fotografo da sopra il muricciolo di cinta, balaustrato. Sul lato sinistro, d’angolo con la via – piena di vetrine pretenziose – che dichina puntando al ponticello, ecco invece il cinema Rex, dove, adesso lo ricordo, si tenevano le sessioni del Congresso Comuni Gemellati.
Gli sfiliamo di fronte. La strada, pavimentata in autobloccanti, sale leggermente, dominando le rovine colonizzate dall’ailanto. Ascendiamo ancora, su una rampa di cemento scanalato che mi par vagamente di rammentare. Anche qui una scalinata si impenna fra le case, a mancina. Un quartiere ondeggiante di dislivelli…
L’incrocio con una via in netta erta verso sinistra fa da crinale per l’inizio della discesa. Un’imponente chioma d’albero deborda dal cortiletto dove è radicato il tronco, e ricopre, come un pergolato, il vicolo. Se abbiamo seguito correttamente l’itinerario, la taverna dovrebbe trovarsi subito dietro l’angolo sinistro… e, infatti, c’è.
La cameriera ci riconosce, sorride e ci riaccompagna sotto la tettoia. Consultiamo il menù, volendo provare qualcosa di diverso. Scegliamo quindi, come antipasto, zucchini e pomodori fritti in pastella, accompagnati da salsa di yoghurt; per il piatto principale, invece, ci affidiamo al suggerimento della nostra guida tascabile: gamberi saganàki, ossia “soffritti in pomodoro e vino, ricoperti di feta e passati al forno”. Chiediamo se ci sono anche dei dolmàdes. La ragazza si informa con la titolare, seduta a un tavolino sul bordo strada, che risponde: “Sìmera òchi”, oggi no.

Mentre aspettiamo, udiamo il piroscafo emettere a ripetizione lunghi, nasali barriti, credo per avvertire i passeggeri dell’imminente partenza. Ci domandiamo quali controlli effettuino per non lasciarne a terra nessuno. Pensiamo che tutti siano dotati di un tesserino magnetico, come quello che usiamo al lavoro, da passare in un apposito lettore uscendo ed entrando, in modo da avere costantemente sotto controllo la situazione dei presenti a bordo.
I cibi arrivano, veramente squisiti. Attratti dall’odore, si avvicinano quattro gatti tigrati grigi, tre dei quali hanno l’occhio sinistro malato. Poi si unisce al gruppo la micia bianca di ieri sera. Buttiamo a terra, per offrirli loro, gli scarti dei crostacei. Ma fra i felini deve sussistere qualche gerarchia, anche se non riusciamo a determinarla. Pur essendocene a sufficienza per tutti, se uno, specificamente, si accinge a mangiare, un altro lo scaccia, con un brusco gnaulio e una zampata, e il boccone resta lì. Mi fanno molta pena, queste povere bestie che nessuno cura.
Al termine, la Casa ci offre un botticino di raki e due varietà di dolci greci: fragranti, compatti, insaporiti dalla cannella e guarniti con miele caramellato, che nel primo forma esili, croccanti fili e nell’altro una fulva glassatura.

Torniamo per la via consueta. Affacciati al lago, notiamo che la nave non c’è più. Ci soffermiamo a scattare qualche foto notturna. Suggestiva, quasi fosforescente appare, coi suoi bordi infuocati, la Cappella del Pescatore. Che, secondo un titolo maliziosamente ambiguo di Tommaso Landolfi, potrebbe anche essere “del Peccatore”.
Trentasettesima parte – Segue
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano
Didascalie:
- La riva delle “esplanadas”
- La fonte veneziana asciutta
- La Cappella del Pescatore
- Il trenino
- Il rapimento di Europa
- La spiaggia di Kitroplateìa
- Il piroscafo arrivato
- La Chapelle du Pecheur di notte