Passeggiata a Chania con Marco Grassano: dal Museo Marittimo (chiuso) al faro ardente.
Dal lato costa, seguendo le mura, ci portiamo allora al Museo Marittimo (Ναυτικό Μουσείο) amaranto. Anch’esso è ormai chiuso. Nemmeno sulle già discutibili cinque del pomeriggio, si può più fare affidamento! Dall’androne riusciamo a fotografare la corte, ampia, sopraelevata e, verso l’esterno, merlata. Poi torniamo nella zona dei moli, a curiosare tra anfratti e vicoli.

La moschea e lo schieramento dei cavalli. Prima del ristorante Barbarossa, deviamo nel vicolo posteriore, lastricato, adeso al muraglione che sorregge il nostro parcheggio. Una palma. I gabinetti pubblici. Lungo le pareti delle case, orlate al piede da vasi verdeggianti, sporgono canne fumarie e voluminosi condizionatori.

Arriviamo di fianco al Centro di Architettura Mediterranea. Un passaggio a volta trapassa il palazzo. Sotto, da entrambi i lati, l’annuncio Chaniartoon – International Comic & Animation Festival. Non ci interessa. Sfociamo nella piazza Katechaki, con l’isola alberata centrale. A destra, un pergolato di buganvillee ricopre la terrazza di una trattoria. In fondo, antiche mura strapiombano su una base costellata di ailanti.
Passiamo dietro l’edificio espositivo ristrutturato in tinte pastello. La taverna Kariatis, bianca e azzurra. Raggiunta la Neòria, torniamo in riva all’acqua. In corrispondenza dell’angolo sinistro del Centro, il bianco banchetto naturalistico-ambientalista Σώστε τις θαλάσσιες χελώνες των Χανίων – Save the sea turtles of Chania. All’angolo destro della sassosa costruttura, imbocchiamo il vicoletto che ci riporta verso l’interno.

Una scalea sconnessa, inerbita, con pietre divelte dal cordolo dei profondi e bassi gradoni, sale lungo una parete sbrecciata, cui una catena bianca impedisce di accostarsi per probabili ragioni di sicurezza. La rampa termina sulla piazzola di fronte al cancello del parcheggio, ancora semichiuso e incatenato. Entriamo un attimo, per controllare la nostra Celerio. Un piccolo, rudimentale palco le è stato montato accanto.

Torniamo verso la Kanevarou. All’incrocio tra la via e questa trasversa Agiou Markou, ozieggiano, sdraiati come sfingi sul muretto di pietra che recinta un’area ruderale, un gatto nero, uno tigrato di grigio e uno (anzi, una) tricolore, col muso mascherato. Spruzzata a bomboletta sulla parete di sfondo, la frase: Η καταιγίδα που έρχεται είναι αυτή των χαμένων παίδιων. Ester armeggia col telefonino e di nuovo ne ricava una versione: “La tempesta che arriva è quella dei bambini perduti”. Pensiero suggestivo, ma francamente ermetico.
È presto per risalire in camera. Decidiamo di passeggiare ancora un po’ tra gli angiporti antichi, dove ci pare risieda il vero genius loci di questa città, così come a Lisbona lo si ritrova nell’Alfama. Ripercorriamo, per l’ennesima volta, il gomitolo dei carruggi – esigui negli spazi ma gonfi di memorie accumulate dal Tempo – che d’ora in poi popolerà i nostri ricordi.

Alle 18 sentiamo di nuovo suonare le campane. Lentamente, direbbe Omero, “si velano d’ombra tutte le strade”. Dietro la rosea facciata della Loggia veneziana, che reca al centro uno scudo araldico in marmo e il suo motto latino (Nulli parvus est census cui magnus est animus; pressappoco: Di nessuno è piccolo il patrimonio se possiede un animo grande – “μεγάλη έχει ψυχή“, come scrisse Kavafis a proposito del suo Re Demetrio), ecco ancora il ristorante senza tetto – caratteristica diffusa, a quanto pare – Τσικουδάδικο το Μεσόστρατο. Arriviamo nel vico in fondo, a ridosso della muraglia, pieno di locali. L’orgia gastronomica, mai interrotta, sta riprendendo forza in tutto il quartiere.
Rientriamo alla pensione per farci la doccia, cambiarci e riposarci un attimo. Poi ci avviamo verso la taverna Basilikòs. Procedendo, la folla si fa man mano più rada e autoctona, come già avevamo notato ieri sera.
Ci accomodiamo quasi all’inizio della terrazza. Pochi sono, per il momento, i posti occupati: greci che chiacchierano allegri, sorseggiando lentamente birra oppure ouzo. Si avvicina un cameriere – o magari il titolare – brizzolato, indossando una maglietta bianca che non nasconde il ventre prominente. Ordiniamo: γαρίδες (gamberetti) fritti in pastella; σουβλάκι (ossia spiedini) di pollo; polpo (χταπόδι) alla brace; acqua minerale.

Mentre attendiamo, il sole, sceso dietro la linea del caseggiato, tinge – di rosso, di viola, d’oro incandescente, di rosa… – cielo e nubi che si innalzano dal mare. Contro il tramonto, brillano lattee le luci della barca all’ormeggio dove si vendono spugne e oggetti di conchiglie.
Il pane, affettato, è morbido e gustoso; i gamberetti, dal sapore delicatissimo, croccano piacevolmente in bocca; gli spiedini arrivano abbinati a patate fritte, insalata e salsina tsatsiki; verdure miste anche per i tentacoli del cefalopode. Al termine, viene offerto dalla casa gelato con il miele.
Ragionevolissimo il conto: meno di 13 euro a testa, che vado dentro a pagare, come al solito, col bancomat. Vantaggi di un sistema finanziario ormai saldamente interconnesso.
Tornando, si ripete praticamente identica – compresa la commozione cui cado in preda – la scena della vecchietta col foulard nero che chiede l’elemosina seduta accanto al suo mesto cane. Ecco, ancora, il faro ardente e la riva ingioiellata di sfarzose luminarie.

Quando siamo sul punto di coricarci, nel parcheggio inizia a suonare, a volume piuttosto alto, un gruppo blues. Guardiamo dalla finestra e vediamo la nostra macchinina circondata da un pubblico fortunatamente contegnoso, tranquillo, orientato verso il palchetto che prima ci aveva incuriositi, sul quale stanno ora i musicisti. I singoli brani vengono introdotti da qualche battuta in inglese, pronunciata con accento indefinibile.
Durante il volo mi ero trovato, sui sedili alla mia sinistra, un chitarrista dedito proprio a questo genere e – in una grande custodia nera – il suo strumento. Gli altri membri del complesso erano disseminati per l’aereo. Avevo interrotto la lettura delle poesie di Odysseas Elytis per parlare, col mio vicino, di Leonard Cohen, caro a entrambi.
Mi viene in mente che potrebbe essere proprio quella band a esibirsi. Alcuni dei pezzi hanno titoli abbastanza noti (Sweet home Chicago, Mannish boy, Little red rooster, The thrill is gone, Hoochie coochie man, Crossroads, I can’t quit you baby…), altri non tanto, almeno per le mie limitate conoscenze. L’interpretazione non è affatto malvagia, devo riconoscere.
Lo spettacolo si protrae fino all’una. Dopodiché subentra un duo, assai meno fragoroso, che esegue alcune canzoni in greco, accompagnandole alla fisarmonica: come faceva Deucalione nel suo “cortile”. Una di esse mi pare presa dal repertorio di Georges Moustaki, magari tra quelle composte in collaborazione con Mikis Theodorakis.
Ventiseiesima parte – Segue
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano
Didascalie:
- Il cortile del Museo Marittimo
- Il passaggio sotto il Centro architettonico
- La scalea verso il parcheggio
- Tre gatti sul muretto
- Lo stemma araldico della Loggia veneziana
- Il tramonto dalla Taverna Basilikòs
- Il faro ardente