GAMManzoni Centro Studi per l’Arte Moderna e Contemporanea di Milano ospiterà fino al prossimo 25 giugno la mostra “Orientalismo. In viaggio dall’Egitto a Costantinopoli”, a cura di Enzo Savoia e Francesco Luigi Maspes.
Protagonista la luce
Una trentina di opere realizzate tra la metà dell’Ottocento e i primi anni del Novecento sono state selezionate per illustrare come gli artisti italiani dell’epoca presentavano l’Oriente (non necessariamente come lo vedevano, ché un’opera è sempre frutto di scelte, selezioni e filtri, più o meno consapevoli).
Protagonista assoluta è la luce che si manifesta in un’esplosione di colori. È una luce accecante anche per noi Italiani, pur abituati ai suoi giochi e ai suoi effetti. Si veda per esempio il quadro “In attesa del Sultano” (1880-1895) del pittore viaggiatore Alberto Pasini, conterraneo di Giuseppe Verdi. Il pittore prediligeva lo scorcio prospettico e le scene di vita davanti a edifici, a giudicare dalle opere esposte, come la “Scena araba” e “Davanti alla moschea”.
Nella prima sala una cartina mostra le tappe principali del viaggio verso l’Oriente, da Milano a Tunisi passando per Istanbul, Teheran, Gerusalemme e Il Cairo. Ci sono anche un paio di piccole sculture in bronzo: “In carovana” di Ernesto Bazzaro e “Cavaliere arabo che sguaina la spada” di Attilio Prendoni.
Odalische e santoni
[codice-adsense-float]Le pareti della seconda sala costituiscono ciascuna una sezione del percorso espositivo. Su quella di sinistra ci sono opere che hanno per tema la figura femminile. Le donne rappresentate sono odalische che molto devono al pennello di Ingres. Ecco “La schiava” di Gaetano Orsolini e “Al ballo in maschera” di Cesare Tiratelli. Mostrano la forza e la persistenza di un cliché che annovera già Ottaviano (di lì a poco Augusto) tra i suoi propagatori.
L’Oriente come mondo di mollezze, fiori e profumi inebrianti, sensualità disinibita in atmosfere decadenti. La “Favorita” di Gerolamo Induno (1881) fa pensare alla “Piccola mulatta” dipinta da Matisse una trentina d’anni dopo (per rimanere in tema di “persistenza”…). Negli anni in cui l’Europa viveva un’industrializzazione a tappe forzate, il Vicino Oriente che rimaneva indietro era visto, sognato e dipinto come Eden.
Con una giustapposizione piuttosto brusca la parete delle odalische prosegue con quella dedicata all’oriente mistico. A cliché segue altro cliché. “L’immaginario orientalista rivive anche nelle scene bibliche rivolte a un pubblico più colto o ecclesiastico”, recita il breve testo del pannello didascalico.
Al centro della parete corta è esposto il quadro più intenso dell’esposizione, ovvero “La figlia di Jairo o Thalita cumi”, realizzato nel 1874 da Domenico Morelli. Come le altre opere, è stato prestato da un collezionista privato.
Soffermatevi ad ammirarlo. Sul muro del cortile interno della casa di quello che era uno dei capi della sinagoga corre una scritta in ebraico. La tela emana un forte patetismo e insieme una profonda quiete. All’immobilità della fanciulla morta corrisponde la staticità del Cristo, assorto, concentrato (e questo momento di pausa a sua volta contrasta con il colore rosso fuoco della sua veste). Si notino anche i fiori appassiti al centro del quadro, nel punto dove s’incrociano le due diagonali. Memento mori.
Cartoline dal Vicino Oriente
Si passa infine alle “cartoline” dall’Egitto a Costantinopoli. Su questa parete sono esposte opere di artisti come Fausto Zonaro che fu pittore di corte del Sultano Abdul-Hamid II, Cesare Biseo, autore de “La cittadella del Cairo”, Hermann Corrodi, (suo il “Paesaggio con figure sul Nilo”) e Pompeo Mariani, con “Il Nilo a Gesirah”. Il tappeto è una presenza fissa nelle scene d’interno, così come il cavallo lo è di quelle in esterno.
Avvicinatevi al “Mercato a Gerusalemme” di Giuseppe Gheduzzi: non vi troverete i turisti in pantaloncini che sciamano oggi per le straduzze della Città Santa.
Saul Stucchi
Didascalie:
- Cesare Biseo
La cittadella del Cairo (1883)
Olio su tela, 53,3×73 cm - Alberto Pasini
Un Kan
Olio su tela, 27×30 cm - Domenico Morelli
La figlia di Jairo o Thalita cumi (1874)
Olio su tela, 93×163 cm