Conosco qualcuno che all’alba dei quarant’anni non è mai stato a Venezia. Ma io stesso che l’ho visitata numerose volte devo confessare di conoscerla ancora molto poco, tanto da faticare tuttora a orientarmi e da continuare a sbagliare la direzione dei vaporetti.
Poco male, del resto: a Venezia perdersi significa trovare qualcos’altro di altrettanto (se non di più) interessante. Basta scartare il serpentone umano (troppo umano) di turisti che muovono da e verso San Marco per fare incontri inaspettati con un edificio carico di storia, un angolo inedito – almeno per noi – o un aspetto della vita quotidiana dei veneziani che non avevamo prima considerato.
Certo, la cosa migliore è soggiornare qualche giorno in laguna, magari ospiti di una fondazione culturale di prestigio (e teutonica efficienza) con vista sulla “strada più bella del mondo”, come qualcuno ha chiamato il Canal Grande. A me è capitato grazie alla generosità del Centro Tedesco di Studi Veneziani, a cui va la mia sentita riconoscenza.
La pioggia che non ha smesso di cadere per un’intera giornata ha soltanto creato qualche disagio, senza però riuscire a compromettere la magia dello spettacolo che avevo davanti agli occhi. Anzi, l’acqua ha reso ancora più splendidi i mosaici del patio di Cà d’Oro, anche se sono consapevole che per queste preziose tessere di marmo colorato l’acqua resta un nemico assai insidioso. 
I temi ricorrenti di questo lungo e piacevolissimo weekend veneziano sono stati appunto l’acqua, le pietre e i ponti. A cominciare da quello molto criticato di Santiago Calatrava, appena fuori dalla stazione di Santa Lucia.
A bordo di un vaporetto ho sentito due ragazzi veneziani esprimere giudizi polemici e irrispettosi verso quest’opera architettonica che come tutti i manufatti umani è passibile di critica, certamente, ma meriterebbe maggior considerazione se non per il fatto che unisce.
Un ponte ha (è) un qualcosa di simbolico, o addirittura sacro, come ben sapevano i Romani che chiamavano pontifex (“costruttore di ponti”) il sacerdote a cui era affidata l’interpretazione delle cose sacre. Ma la frase che più mi ha fatto sospirare è stata: “Calatrava sarà bravo in terraferma, ma qui non siamo a Brooklyn”.
Beh, il provincialismo in cui è caduta – da secoli – Venezia si misura anche in questi luoghi comuni. Il passato cosmopolita della Dominante che spingeva i suoi commerci fin nel cuore dell’Asia e prendeva il meglio (o il più utile) dai popoli con i quali veniva a contatto è tramontato, anche se la presenza foresta (straniera) in città è ancora forte e fruttuosa.
Ne ho avuta ulteriore conferma chiacchierando piacevolmente con il dottor Uwe Israel, direttore del già citato Centro Tedesco (a breve pubblicherò l’intervista almuerzo con lui). In questi giorni sto inoltre leggendo il bel saggio di Andrea Zannini intitolato Venezia città aperta che tratta il tema dell’accoglienza degli stranieri nella Serenissima tra il XIV e il XVIII secolo: ci sono ottimi spunti per confrontare passato e presente e dedurne affinità e differenze.
Utilizzando Corto Maltese come originale e ben preparata guida, ho invece scoperto numerose pietre erranti che impreziosiscono palazzi e abitazioni, come l’imperatore bizantino rappresentato in posizione ieratica nel tondo qui sotto. Anche di questo libro parlerò più dettagliatamente in una recensione che andrà a formare lo speciale su Venezia (a cui i lettori di ALIBI sono invitati a contribuire inviando i propri reportage, anche fotografici: scrivete a redazione [@] alibionline.it).

Qui anticipo solo che il vademecum del celebre marinaio è ottimo anche per individuare a colpo sicuro i locali in cui mangiare. Io ho provato per esempio l’osteria Alla vedova e devo riconoscere che le polpette di carne sono buonissime, come il fritto misto accompagnato da una fetta di polenta bianca.

Ma non di solo pane (e altre prelibatezze) vive l’uomo, soprattutto quando fa il giornalista culturale. Così il weekend veneziano è stato anche l’occasione di visitare alcune mostre, come quelle su Sebastiano Ricci e sul rapporto tra arte e propaganda in Unione Sovietica.
Ma ho avuto modo anche di assistere all’inaugurazione della personale di Lucia Sarto, Interior Colors: a questo happening alla Galleria Melori & Rosenberg si riferiscono le due immagini qui sotto. I più attenti noteranno il simpatico leprotto e coglieranno al volo la citazione al celeberrimo roditore (lagomorfo forse è più preciso, ma decisamente più brutto) di Dürer. I mezzaghesi, come chi scrive, si impegneranno anche in un attento esame degli asparagi, finendo con il compararli con la locale versione rosa.


E non mi sono perso le dodici “riflessioni sul Crocefisso” esposte nella chiesa di San Salvador. “Un’attualissima meditatio passionis Christi” dice la dottoressa Petra Schaefer del Centro Tedesco di Studi Veneziani nell’agile guida-catalogo, mettendo in evidenza il significativo “paragone con il celebre crocefisso di Giotto di Bondone della Chiesa di Santa Maria Novella a Firenze, che alla fine del Duecento segnò un’innovazione concettuale nella tradizionale iconografia europea raffigurando un Cristo con sembianze più umane”.
Molto umano e coinvolgente mi è sembrato anche l’entusiasmo con cui decine di cittadini ciprioti hanno assistito al concerto di musica popolare della loro isola, sempre a San Salvador. Nessuno ha mostrato remore a seguire il coro con la voce e con il battito della mani, che alla fine hanno applaudito i passi di danza mossi da uno dei componenti, davanti allo sguardo per nulla imbarazzato del pope ortodosso e del nostro amico don Natalino, custode di casa (definirlo padrone mi parrebbe blasfemia).
E poi, per la prima volta, ho potuto visitare l’Arsenale, in occasione della manifestazione Mare maggio. Con un modesto sovrapprezzo si poteva effettuare una visita guidata e devo alla loquace Ilaria moltissime informazioni curiose sulla storia degli arsenalotti e delle imbarcazioni che hanno costruito per la Repubblica di San Marco.
Sapevate, per esempio, che le gondole erano in principio colorate, finché il senato non impose il nero per evitare che sorgessero dissidi tra cittadini dovuti a disparità di classe? E che i sei piccoli “rostri” del ferro rappresentano i sestieri veneziani, a cui si contrappone la Giudecca?
Se vi capita, non lasciatevi sfuggire l’opportunità di ascoltare questi aneddoti, compreso quello che racconta di quel cattivone di Bonaparte che ordinò la distruzione del Bucintoro, la barca sulla quale il Doge celebrava il suo annuale matrimonio con il mare.
Un napoleonico come il sottoscritto ascolta con pazienza, tenendo per sé le proprie considerazioni sulle necessità di riportare l’orologio della storia al passo con i tempi. Lo sanno anche quelli della Marina che hanno mandato in pensione il sottomarino Dandolo, dopo un’onorata carriera trascorsa a dare la caccia ai nemici del blocco sovietico nelle calde acque del Mediterraneo, equipaggiato con missili dotati di puntamento a filo.
Come nei cartoni animati e nelle barzellette, il siluro si portava con sé una cordicella lunga 18 chilometri che serviva per indicargli la direzione. Se il missile non colpiva il bersaglio entro questo raggio, andava perso.
L’ufficiale che guidava il giro di visita spiegava però che per fortuna non c’è mai stato bisogno di ricorrere alle armi: quando il Dandolo intercettava un mezzo nemico, lo accompagnava con le buone all’uscita delle Colonne d’Ercole. Fu quando un genovese scoprì tutto un mondo fuori di esse che iniziò il tramonto di Venezia.
Ma questa è un’altra storia.
Saul Stucchi