Dapprima sono epigrammi, solo versi. Poi un editore ne stampa una copia “pirata” a insaputa dell’autore, e a quei versi accompagna delle immagini; l’operazione ha successo, sì che l’autore dei primi si decide a ripubblicarli in una versione corretta (le vignette xilografiche non erano di eccelsa qualità) ma non rinunciando alle immagini sovrapposte. Nasce così il Libro degli Emblemi, la cui curiosa vicenda editoriale si spiega con la loro stessa natura. Le parole degli emblemi in effetti erano state pensate perché suggerissero spunti ad artigiani, pittori e orefici per produrre nuove immagini, stemmi o insegne di sorta. Ma soprattutto, nascevano nella mente dell’autore come traduzioni o rifacimenti verbali di immagini già date, desunte dall’iconografia classica – greca innanzitutto. Senza contare le suggestioni dei geroglifici.
La storia filologica di questo strano, voluminoso oggetto (anche nella – si fa per dire – edizione tascabile che ora Adelphi presenta a distanza di qualche anno dalla prima) chiamato appunto Libro degli Emblemi, al netto dei dettagli e delle dispute di studiosi, mostra ragioni d’interesse anche per il comune lettore che volesse capire meglio la natura di un testo tanto all’apparenza eccentrico quanto precursore di variegate imprese successive (apprezzate a dir la verità più da un pubblico medio che da dotti filosofi, anche per lo sbocco pratico che ne è derivato, dal vestiario ai tatuaggi odierni). Mino Gabriele ci guida alla sua comprensione e ci spiega nell’introduzione il progetto di Andrea Alciato, dotto umanista e giurista cinquecentesco, che in un primo momento concepisce il suo libro alla stregua di un lavoro minore, a margine dei suoi studi più seri, sebbene negli epigrammi si esplorino vizi e virtù dell’umana specie.
Le edizioni del 1531 e quella successiva del 1534 come detto sintetizzano allegorie di figurazioni e parole, in cui i brevi versi morali e didascalici si aprono a metafore visive che vogliono riassumere in cifra iconica il senso della nota. Parole d’ordine di uno stemma, di una casata nobiliare, si succedono a considerazioni e ad ammonimenti sulla vita domestica e sociale, sul saggio mantenimento di un comando politico e sulla via da seguire per stare bene al mondo. Se “le disgrazie sono sempre in agguato” bisogna anche saper “resistere alle avversità”, se “l’indigenza impedisce ai più alti ingegni di progredire” comunque “l’ignoranza va scacciata” – il montaggio è di chi scrive. Si tratta, com’è evidente, per lo più di concetti improntati al buon senso – ovvio che però l’interesse del libro stia tutto nell’enciclopedia di soluzioni figurative, nel modo in cui la figura si accasa nella parola e viceversa, nello scambio fra i due piani semiotici. Il commento indaga fonti e significazioni dell’emblema – il suo schema è fisso: motto, immagine e versi.
Favole verbali e iconografia fantasiosa, simmetrie intuibili e variazioni inattese compongono Il libro degli Emblemi, il cui testo fu scritto in latino; ma l’edizione adelphiana aggiunge la traduzione e un commento dello stesso Gabriele, insieme tentativo di esegesi e ricostruzione delle possibili fonti. Un testo, è il caso di dire, fra i testi.
Michele Lupo
Andrea Alciato
Il libro degli Emblemi
Secondo le edizioni del 1531 e del 1534
A cura di Mino Gabriele
Adelphi, collana Gli Adelphi
745 pagine, 22 €