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Voi siete qui: Biblioteca » Nabokov ha affrontato Gogol’ da scrittore, non da critico

23 Dicembre 2014

Nabokov ha affrontato Gogol’ da scrittore, non da critico

Nabokov parla di Gogol’ e qua e là parla di sé: succede quando non si è critici di professione ma piuttosto scrittori – e  di genio. Succede di cercare più o meno esplicitamente affinità, giunture, connessioni. Succede se si è marcatamente idiosincratici come Nabokov, uno capace di stroncare giganti, a partire da Dostoevskij. Può succedere persino che un grande scrittore possa essere un pessimo critico (non è il caso di questo libro), ma genialmente capace di dirci qualcosa che a critici di valore sfugge.

Nabokov_GogolL’inventore di Lolita si avvicina all’autore de Le anime morte – scrittore a lui per certi versi congeniale – contravvenendo senza ambagi alla richiesta del suo editore di scrivere un’opera divulgativa – in effetti, difficile immaginarselo Nabokov che si mette a fare il compitino. Sicché, prima di scrostare la patina mitologica giustapposta come su un santino sul Gogol’ filantropo, e (come sarebbe accaduto con un altro eccentrico – su scala minore -, il nostro Tommaso Landolfi), sconoscere in lui uno scrittore realista e sociale, Nabokov tratteggia dei segni biografici ma partendo dalla fine, dalla morte di Gogol’, e dal naso, quello leggendario poi traslocato in varie storie starnutendo e smoccolando, fino a un titolo famoso. Nabokov fruga in un paio di lettere capziose quanto fantasiose che Gogol’ invia alla madre per giustificare l’allontanamento da Pietroburgo (la cui stramba sostanza molto deve all’immaginazione dello scrittore, al punto che fino all’omonimo romanzo di Belyj, peraltro da poco uscito sempre da Adelphi, l’immagine della città appare a Nabokov una variazione sul tema gogoliano). Mostra come l’altro faccia richieste di denaro e implori la donna di comprendere che non è tagliato per un lavoro di burocrate. L’epistolario nel suo insieme è però giudicato da Nabokov di scarso interesse, così come gli inizi dello scrittore. Nabokov li boccia senza incertezze e tira un sospiro di sollievo di fronte al serio rischio che Gogol’ diventasse un folklorista romantico.

Accanto a Il cappotto e a Le anime morte, il testo decisivo secondo Nabokov è l’opera teatrale Il Revisore (più noto da noi come L’ispettore generale): mondo alla rovescia, quello gogoliano, ma non la “farsa satirica” della vulgata, tantomeno critica sociale (forse Nabokov esagera un po’, fastidiato da qualsiasi alone di “impegno” legato all’arte). Puro scarto immaginativo piuttosto, invenzione tra l’onirico e il funambolico che non si risolve nel riso ma se ne nutre per provocare beatitudine nel lettore attraverso il come della scrittura, capace di creare un a-parte con ragioni o deliri tutti suoi. La visione di una vita fatta di ombre, fantasmi, fenomeni ottici tuttavia, trattandosi di Gogol’, ossia di un uomo dall’equilibrio psichico vacillante, può giocare brutti scherzi. Le reazioni contrastanti alla pièce, il timore di non essere compreso come un profeta o forse l’eccessivo entusiasmo dei circoli radicali che ne mettevano a rischio rappresentazioni ulteriori e profitti, gli furono esiziali. Come accadrà anche per Le anime morte, Gogol’ si affretta a dare spiegazioni della sua opera a colpi pesanti e pomposi di Coscienza e Passioni: fraintendendola completamente, sostiene Nabokov. Gogol’ stesso insomma contribuisce a una cattiva interpretazione del suo lavoro.

Nabokov cerca di farvi luce da par suo: e finisci per dargli ragione per forza, per virtù intrinseca a uno stile. E se poi provi a rileggerlo, Gogol’, il piacere è raddoppiato.
Copertina assai bella, degna confezione del contenuto, di Edward Gorey.
Michele Lupo

Vladimir Nabokov
Nikolaj Gogol’
a cura di Cinzia De Lotto e Susanna Zinato
Adelphi 2014
183 pagine, 15,30 €

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