Per molti monti ombrosi e vallate piene di grida
e pianure fiorite spinse la mandria Ermes glorioso…
(Inno omerico ad Ermes)
Ho avuto l’opportunità di trascorrere, con la famiglia, qualche giorno ad Assisi. Ma non voglio raccontare qui l’aspetto monumentale o artistico della città: altri lo hanno fatto prima e meglio di me. Quel che cercherò di fare è, semmai, rendere il particolare rapporto con l’ambiente, con quell’insieme di spazi, luce e colori che ha ispirato a San Francesco il Cantico delle Creature (diciamo la verità: difficilmente avrebbe potuto scriverlo nella mia nativa Alessandria!).

Arriviamo il 17 giugno. La luce è molto intensa, persino abbagliante (una luminosità provenzale, mi viene in mente, che Francesco Biamonti avrebbe definito “luce romanza”) nella frazione Rivotorto, dove ci alloggiamo in una vecchia magione eccellentemente recuperata, “La Padronale del Rivo” (stanza 206, “Città di Castello”), di fronte alla chiesa del Sacro Tugurio. La prima visita la facciamo proprio a questo luogo di culto, costruito (e quindi ricostruito, in stile neogotico, a fine Ottocento, dopo uno dei terremoti che hanno afflitto la zona) attorno alla casupola di pietra (il “Sacro Tugurio”, appunto) dove Francesco si installò con i suoi seguaci iniziali prima di trasferirsi alla Porziuncola (d’altronde, le terre di Rivotorto appartenevano a suo padre). Impressiona un po’ il sasso esiguo sul quale il santo dormiva, e appaiono una beffa postuma, rispetto all’abitudine (ricordata da un cartellino) di incidere nelle travi il nome dei frati per indicarne il posto, le scritte a pennarello – ricordo della presenza di coppiette – tracciate sulle travi stesse.
Attraverso stradine che filano dritte lungo campi di grano duro pronti per essere mietuti, ci avviciniamo alla città di pietra color panna e rosa, arrampicata – a costituire un fronte allungato di case sovrapposte – su un pendio che culmina con la Rocca Maggiore. Infiliamo la macchina nel parcheggio multilivellare del Moiano, che emerge verso la città in una sola torretta (per l’ascensore e le scale) lasciata arrugginire ad arte con lo scopo di garantirle un colore naturale. Lo collega all’abitato (o meglio, alle stradine dalle quali, rasentando le antiche mura perimetrali e un lavatoio abbandonato, si accede rapidamente al centro) una passerella architettonicamente ben inserita, che passa sopra un giardino di cespugli mediterranei. Visitiamo la Basilica di Santa Chiara, con la tomba (e la mummia) della Santa nella cripta (cui si scende, come un po’ ovunque qui, per una scala diversa da quella attraverso la quale si esce); poi, dal sagrato ci muoviamo verso la Piazza del Comune, col Tempio di Minerva, la fontana e le panchine popolate di anziani. Molti negozi turistici e bar da ambo i lati. Dopo il devastante terremoto degli anni Novanta, la città appare perfettamente ripristinata: nitida, precisa, pulita. Tra il Comune e la Chiesa Nuova, un lucernario aperto nella pavimentazione consente di dare un’occhiata ai resti del Foro Romano. Scendiamo tra vie e piazzette verso Sant’Antonio, Santa Maria Maggiore, Sant’Apollinare. Ogni tanto, un affresco illumina una facciata, mostrando di essere l’espressione artistica anticamente più comune – almeno per chi se la poteva permettere. In alcuni punti, lavori in corso.

Ceniamo alla Padronale (che offre piatti stimolanti, come la porchetta al forno insaporita da un trito di erbe aromatiche, i bocconcini di pasta di pane fritti con sopra pomodoro, basilico e pecorino, le frittatine, la panzanella alla romana…), in una veranda aperta sull’esterno. Il giardino è molto curato: passaggi in cotto roseo delimitano aiuole con diverse varietà di rosmarino e di lavanda, e con altri cespi argentei assai profumati, dei quali non riusciamo ad individuare la specie (il gestore ce li indica come rosmarini non commestibili, ma credo si sbagli). Il vento increspa l’acqua della piscina e rovescia le foglie dei platani del viale in un verde più tenero. Le nubi corrono veloci allungandosi nel cielo. Il monte Subasio somiglia vagamente al Giarolo ingrandito (o piuttosto, visto da vicino), con la forma triangolare e i prati di vetta. È cosparso di abitati e singole case perfettamente individuabili, che si richiamano a vicenda come echi visivi. L’aria è abbastanza tersa, anche se nella distanza le alture si sfumano di azzurro. Man mano che il crepuscolo si addensa, i caseggiati si trasformano in punti luminosi, stelle che istoriano il cielo scuro della montagna. Di fianco alla chiesa iniziano a mietere il grano, con una grande macchina rossa.
A poche decine di metri lungo il viale, oltre un cancello sorretto da grandi pilastri, si allineano le lapidi del cimitero di guerra che ospita 949 soldati, inglesi e del Commonwealth, caduti sul nostro suolo tra la primavera e l’autunno del 1944. Le età incise commuovono: 20, 21, 22, 35, 37 anni. Tutte le lapidi hanno il lato superiore leggermente curvo, tranne due, perfettamente squadrate. Non si tratta di un errore, ma dell’indicazione che queste sono dedicate a caduti italiani: Giulio Terzi di Sant’Agata, da Bergamo, di anni 28, e Giuseppe Primiceri da Matino (LE), di anni 30, la prima; Attilio Pelosi, da Monterotondo, di anni 19, e Claudio Fiorentini, da Roma, di anni 18, la seconda; tutti ufficiali partigiani di collegamento caduti il 16 agosto 1944. Ne riporto i nomi come personale tributo di memoria – per quel che può valere – al loro coraggio.

Stavolta lasciamo la macchina al parcheggio Giovanni Paolo II. La Basilica di San Francesco (inferiore e superiore) è facilmente raggiungibile anche attraverso i lavori di smontaggio di una grande struttura per concerti. Tutti scendono nella cripta a visitare la tomba del Patrono, infilando foto tessera attraverso le strette maglie della grata di protezione, ma praticamente nessuno fa caso ai frati sepolti attorno (mi ricordo di Rufino – da non confondersi col santo omonimo – ma gli altri non li saprei ridire). Bisognerebbe riscattare in qualche modo la loro memoria. Gli affreschi, perfettamente restaurati, creano un senso di stordimento, per numero ed intensità. In alcune teche di una cappella ridipinta da artisti contemporanei, sono esposte reliquie del Santo (un saio rattoppato, qualche manoscritto…). Percorriamo via San Francesco (curiosamente e fastidiosamente aperta al traffico) assieme ad un gruppo di ragazzini in gita e torniamo da via Fontefredda, per visitare la chiesa di San Pietro e fotografare la sua angusta cripta. Anche questa parte della città è stata ricostruita in modo netto e ordinato.
(prima parte – segue)
Marco Grassano
Didascalie:
– Assisi all’imbrunire, con le prime luci che si accendono
– Il cimitero dei caduti inglesi
– La chiesa del Sacro Tugurio e la Padronale del Rivo dal Monte Subasio