
In pochi giorni ho letto due articoli sulla diffusione della moda di fotografare quello che si ha nel piatto, a casa propria come al ristorante, a una cena intima come a un pranzo di lavoro. Gli Inglesi le hanno affibbiato un brutto nome: food porn. Ma tra tutte quelle che hanno a che fare con la tecnologia a me personalmente pare la più innocua, se non la più innocente. Cassate (da intendersi come participio e non come sostantivo) le esibizioni più impudiche e sfacciate, non vedo nulla di male nell’abitudine di immortalare i manicaretti che finiscono in tavola. Mi sembra evidente la volontà di condividere con amici e sconosciuti (naturalmente via social networks): un piacere antico come il mondo. Si chiama convivialità. 
In un ristorante in cui fosse proibito scattare foto ai piatti (ne esistono!), sentirei limitata la mia libertà: non soltanto di blogger, ma di cliente e di “ospite”. Per il resto valgono le regole inventate per disciplinare la vita in comune, purtroppo spesso disattese, a cominciare da quelle che impongono il silenzio alle suonerie dei cellulari negli spazi pubblici. La cara, vecchia, ma sempre attualissima buona educazione rimane indispensabile, abbinata a generose doti di liberalismo, almeno a tavola. Facendo piuttosto attenzione a non far raffreddare la pasta per scattare una foto…
Saul Stucchi